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Primavera araba. Inverno cristiano

Più che parteggiare per il solito antiamericanismo di ritorno e scervellarsi sulla bontà e gli effetti delle democrazie importate (anche in Italia la democrazia tanto snobbata ha un humus a stelle e strisce), bisognerebbe finalmente giocare a carte scoperte, chiamando le cose col loro nome. Essere pronti a confrontarsi con l’altro senza nascondere la sua ma nemmeno la propria identità. E bisognerebbe chiedersi anche, alla vigilia della giornata di preghiera voluta dal Papa, non solo se sia legittimo l’imminente attacco Usa alla Siria ma anche a fianco di chi e contro chi la discesa in campo sia pronta a partire.

Mentre gli orrori di massacri (con armi chimiche o convenzionali il risultato è spesso il medesimo) accusano ora il regime ora gli insorti, non si deve dimenticare come alle fino a ieri esaltate primavere arabe in gran parte del Medio Oriente stia coincidendo un gelido inverno cristiano. L’estinzione delle più antiche comunità apostoliche, che poco importa alla politica internazionale preoccupata più che altro del prezzo del greggio, rappresenta infatti una delle perdite culturali più drammatiche della recente storia dell’umanità. Come ha perfettamente sintetizzato lo scrittore britannico William Darlymple nel libro “Dalla montagna sacra” alla fine degli anni ’90. Una persecuzione sistematica che ora rischia di ultimarsi in estinzione anche in Siria e in Egitto dove fino a ieri la sopravvivenza era almeno garantita.

Parte dell’Occidente è oggi schierato a fianco degli jihadisti contro Assad, o grida al golpe davanti alle fucilate dei generali egiziani. Piangendo quella fratellanza musulmana che vorrebbe imporre la tirannia dell’integralismo e appoggiare la violenza fondamentalista. Uno degli ultimi giornalisti etimologicamente liberali rimasti in Italia, Pierluigi Battista ha recentemente tinteggiato sulle pagine del Corriere tutte le pieghe dell’ipocrisia democratica. Che trova soprattutto nelle vicende internazionali le sue declinazioni più contraddittorie e paradossali. Laddove i “valori universali” e i “diritti umani” sono piegati agli interessi e alle circostanze del momento.

Eppure nella continua tensione ad una soluzione pacifica (sapendola temporanea e bisognosa di continui aggiornamenti), è questa la nostra carta d’identità che dobbiamo sventolare con orgoglio davanti ai crescenti problemi di questa parte del mondo. Che il disinteresse autoreferenziale o la politica dello struzzo da egualitarismo culturale non ci salverebbe certo dal dover, in un modo o nell’altro, prendere delle decisioni. Anche contrarie a quelle auspicate. Per la nostra sopravvivenza.

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