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Tutte ‘ste fissarie

indexSono partita perché era ora di raccontare il bello. Quello che resiste al degrado, all’infamia, allo stereotipo. Di Napoli conoscevo il caffè alla nocciola di piazza San Domenico, il Cristo Velato in San Severo, Capodimonte, piazza Plebiscito, il Teatro San Carlo, il Maschio Angioino, San Gennaro, Palazzo Reale e ancora Spaccanapoli, il mare visto da Posillipo, la pizza, i clacson, i panni stesi e i pulcinella. Questa volta ho lasciato a casa il corredo da turista e sono andata con un registratore in quegli angoli di Napoli che gli stessi napoletani evitano. Solo perché volevo scoprire se è poi tutto vero quello che si racconta.

Al mio ritorno non avevo alcuna intenzione di scrivere. L’ho fatto solo per le persone che alla vigilia della partenza hanno alzato premurosamente la cornetta per raccomandarmi: “ Stai attenta a Scampia! Fatti accompagnare da un poliziotto, altrimenti non andare”.

Iniziamo col dire che la convinzione diffusa del fatto che Scampia sia il quartiere più pericoloso di Napoli ora come ora è totalmente errata. Non solo non ci siamo fatte accompagnare( io e la fotografa Eleonora Bonoretti che mi ha seguito nell’avventura) da un poliziotto, ma siamo arrivate comodamente in metro fino a Chiaiano, fermata prima di Piscinola/Scampia.

L’impatto è tremendo. Un quartiere di cemento, senza un centro di aggregazione. Solo palazzi, lamiere e asfalto. Ci ha accompagnato in giro per la municipalità Ciro Corona, presidente dell’associazione (R)esistenza che opera sul primo bene confiscato agricolo di Napoli: il fondo rustico Lamberti. “Lo spaccio a Scampia è mutato notevolmente negli anni-ci racconta- Sono rimaste solo due piazze di spaccio, tutto il resto avviene sui motorini. Di sette vele ne sono rimaste quattro. Scampia è diventato un quartiere troppo assediato dai media, la camorra se n’è accorta. Le zone troppo mediatiche atterriscono la criminalità organizzata. La camorra ora è più agguerrita a est di Napoli nel cosiddetto triangolo della morte. Barra, Ponticelli, San Giovanni. Là, la rete che si è venuta a creare a Scampia intorno alla cultura dell’antimafia è totalmente assente”.

Ecco il punto: ci sono luoghi in cui, come a Scampia, il trentennale radicamento della camorra ha determinato col tempo il proliferare di numerosissime realtà impegnate nell’antimafia. Una sorta di grande rete di coscienze critiche. Un territorio difficile come il rione Sanità, ad esempio, oggi può vantare una rete di tanti piccoli cuori pulsanti, impegnati quotidianamente nel recupero dei giovani e nella promozione della cultura. Nell’arco di pochi chilometri, solo alla Sanità, abbiamo incontrato gli Iron Angels, giovani che lavorano il rame sui disegni di Riccardo Dalisi, ancora i ragazzi de “La paranza” che si occupano delle visite guidate alle catacombe di San Gennaro e poi i piccoli attori in erba del Nuovo Teatro Sanità e il cantautore Andrea De Rosa, uno dei fondatori di Apogeo Records, studio discografico del tutto speciale ricavato all’interno della chiesa di San Severo alla Sanità.

Ci sono, invece, quartieri, come quello di Barra, in cui la cosiddetta “rete dell’antimafia” non è arrivata. Sono zone più esposte al crimine. L’est di Napoli è diventato la Scampia di un tempo. Qui manca, oltre all’impegno delle istituzioni, l’unione delle forze.

Qui abbiamo incontrato il Tappeto di Iqbal, cooperativa sociale di Giovanni Savino che si occupa di teatro e pedagogia circense. Migliore progetto europeo di cittadinanza critica, premiato a Bruxelles. Spaccato quasi incredibile di un’Italia che esiste ancora, dietro ai paraocchi mediatici. Savino quattro anni fa ha preso per mano i figli della strada. Piccoli spacciatori di cocaina, eredi dei clan più potenti di Barra. Li ha formati col teatro, con l’ascolto e la dedizione di un padre. Oggi sono loro stessi educatori dei figli della camorra. Da un paio d’anni sanno cosa sia una carta d’identità e un conto bancario, cosa siano i classici della letteratura e del teatro. Hanno imparato il valore del lavoro: si svegliano presto per tornare tardi. Savino a Barra è un morto che cammina. Minacciato dal clan che abita alle spalle della sede del Tappeto di Iqbal. Privato dell’opportunità di cambiare sede e spostarsi nel plesso scolastico Salvemini.

A Napoli di bellezza ne ho vista tanta. Racchiusa negli angoli più insospettabili. Come a casa di Mirella La Magna, moglie di Felice Pignataro, l’artista di strada più famoso di Scampia e anima del Gridas. Un nido di creatività, una dimora dei burattini, una tavolozza di colori scoperta proprio in uno dei quartieri più grigi di Napoli. Come ad Ercolano dai ragazzi di Radio Siani, in un appartamento confiscato ai Birra. 

Tutta questa bellezza soffre di un grande isolamento, di un’assenza totale di attenzione pubblica, di un pregiudizio che Napoli si è impresso addosso. Andateci a Scampia, a San Giovanni a Teduccio, a Ponticelli, a Barra, alla Sanità e nei luoghi meno turistici. Vi stupirete. Come ho fatto io su una terrazza sotto al Vesuvio ascoltando le parole di Peppino Impastato, recitate da Marco Riccio. Un ragazzo che oggi crede nel potere dell’arte e cinque anni fa si trovava a piangere la morte di un migliore amico, morto ammazzato a Barra. “Uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura è più forte dell’uomo e invece non è così! In fondo tutte le cose,anche le peggiori, una volta fatte poi si trova la logica o anche solo la giustificazione per il solo fatto di esistere. E allora? Basta con la lotta politica, la coscienza delle classi e tutte ‘ste fissarie’ . Alla gente bisogna ricordare che cos’è la bellezza perché la bellezza è importante e da lì che scende giù tutto il resto

 

Ultimi commenti

  • Una città così grande ha certamente tante belle persone e tante cose importanti e tante attività bellissime, che hai fatto bene ad evidenziare.

    Però la verità di Napoli è che è soprattutto una città con rispetto della legge nullo, una marea di evasione fiscale e non pochi truffatori e criminali.

    – O’ guaglione –