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Vi prego tutta la verità sulle ultime elezioni

pesoPer chi si fosse collegato solo ora, nel nostro Paese stiamo trasmettendo l’ennesima tornata di quella grande offensiva al buongusto che dalle nostre parti passa per campagna elettorale e che, come le stagioni del Trono di Spade, dura qualche anno alla volta, senza soluzione di continuità e senza tregua. Il gelo che sentite ancora per strada, i cumuli di neve sporca, sono quelli della nevicata che ha cancellato dall’elenco delle città amministrate dal PD Roma e Torino. Un po’ come nel romanzo “Le uova fatali”, di Bulgakov, era l’ondata di freddo assiderante che si sperava da più parti facesse fuori i dinosauri, portandoli dolcemente al sonno dell’estinzione; e c’è chi giura e spergiura, peggio che in un tribunale inglese stanziato nell’India del’Ottocento, che sia veramente successo il miracolo.

Questa perlomeno l’impressione generale, sostenuta dalle grida degli strilloni delle une e delle altre parti; per chi invece è un pochino più avvezzo al gioco della politica, e specialmente della sua comunicazione, la sensazione è che come per tutti i cataclismi (ma sarà poi stato tale?) si saranno perse per sempre le specie di sottobosco, magari quelle utili; mentre gli organismi più grossi, protetti dal mare, l’hanno scampata un’altra volta. Magari evolvendosi, magari mutando aspetto. Magari destinati a diventare ancora più grossi, ora che molta concorrenza minuta è stata spazzata via. Poi, uscendo dal seminato della metafora pleistocenica, che si va facendo angusta, e tornando all’analisi dei fatti umani osserviamo come non è mai esistita una qualche grave crisi che, di nuovo, non abbia premiato gli organismi che già prima non erano più grandi e solidi; le rogne spazzano via la minutaglia e lasciano al comando le corazzate. Vedi ad esempio i grandi gruppi industriali e bancari e assicurativi, coloro cioè che indirizzano e influenzano tutto quello che viene sotto: né due Guerre mondiali, né le terribili crisi economiche del ’29 e del 2008, né la rivoluzione digitale. Non si vede per quale motivo le grandi organizzazioni politiche dovrebbero sparire da un momento all’altro per una votazione i cui risultati, peraltro, sono stati fino troppo analizzati per alcun versi, e per nulla invece da altri punti di vista, forse meno eclatanti ma oltremodo interessanti.

Quindi, torniamo a noi dopo la pare(nte)si del Brexit e vediamo come sono andate davvero queste elezioni comunali. I comuni interessati erano 1.342, dei quali solo 13 sopra i 100.000 abitanti; 19 in tutto le piazze importanti, sommando a questi i capoluoghi con popolazione inferiore ai 100.000. Il resto, è il caso di dirlo, è minutaglia; perché ci sono solo 34 Comuni superiori ai 30.000 abitanti, e poi si piomba verso il basso (censimento 2014). Di questi 1.342, in più di 1.100 casi (1.105) sono state votate liste civiche, dal momento che non ci si trovava proprio d’accordo tra centrodestra e centrosinistra sul chi candidare che avesse una parvenza di credibilità e quindi, come sempre accade in questi casi, si sono costituite (pare brutto, eh?) delle liste civetta in realtà affiliate ora all’uno, ora all’altro schieramento. Il che rende particolarmente difficile, all’indomani, eseguire la conta di chi ha preso dita in un occhio e chi medaglie al valore, per stare con le logiche di Comma 22; perché a seconda di come andranno le cose in seguito – corteggiamenti, regolamenti di conti, ville con piscina – ciascuno potrà sempre schierarsi con la parte che meglio gli risulterà opportuna. E lasciate perdere che queste cose non si fanno, che sono ineleganti: occhio (pubblico) non vede, cuore non duole. Questo se vi state chiedendo come abbia potuto Mastella conquistare Benevento, per dirne una.

Per il resto, si sa: le liste civiche calamitano una gran massa di indecisi, di ribelli, di scontenti rispetto agli scudetti dei partiti tradizionali. Peccato che nove volte su dieci siano create appositamente (ne sappiamo qualcosa, a Reggio), e che immediatamente dopo le elezioni si schierino come per magia nel versante più opportuno. Quindi: per fare i conti, è presto, troppo presto. Lega Nord e M5S hanno invece perlopiù corso con le loro bandiere belle in vista, per cui le vittorie dei secondi e le bastonate nei denti presi dai primi sono sotto la luce impietosa dei dati. In particolare, la Lega ha avuto forse modo di vedere come una campagna elettorale basta sull’idea della ruspa e poco altro non necessariamente debba essere coronata da successo; non che Salvini finora sia stato capace di fare autocritica, per carità. A meno che per autocritica non si intendano le immediate accuse di Bossi: ci ha fatto perdere lui! A nessuno viene in mente forse che gli argomenti non erano particolarmente amati dagli elettori. Forse, se tutti i votanti fossero stati titolisti dei giornali…

Il Movimento 5 Stelle nel frattempo gongola, dopo aver conquistato piazze importantissime come Torino e Roma; di queste, l’unica veramente prestigiosa è di sicuro la prima, sfilata ad un incredulo Fassino (che tutto sommato non era proprio malaccio) in favore del volto pulito di una donna sindaca (ugh); si comincia timidamente a vedere un qualche effetto delle quote rosa in azione, benché circa la bontà dell’operazione, a parte la cogenza come azione positiva equitativa, sarà forse meglio riparlare dopo qualche anno di lavoro (non abbiamo dubbi comunque che la regressione verso la media governerà ogni cosa). Per il resto, 19 comuni su venti conquistati al ballottaggio non è affatto male. Ma per dirla tutta, non hanno tutti questi motivi per esultare: al primo turno hanno conquistato solo 4 comuni sotto i cinquemila abitanti (paesini), che sono da aggiungersi ai 19 di cui poc’anzi. Non un granché, insomma, a meno che non si voglia per forza dire di aver guadagnato terreno (partendo da zero non è difficile: regressione verso la media, sempre e comunque). E Roma (ma non vogliamo per forza sminuire quelli che potrebbe essere la reale credibilità della Raggi) potrebbe essere anche solo un bel boccone avvelenato.

Però a dare loro manforte ecco le stesse testate che li davano per disastrati ora titolare a tutta birra che i sondaggi li vogliono in testa e che, se si facessero le amministrative, ora ai ballottaggi vincerebbero con un margine del 10, del 20, anche del 60%. Gli stessi sondaggi, beninteso, che una settimana fa spiegavano le statistiche di cui scrivevamo sopra. E allora? Eh beh, come al solito: hanno vinto tutti. Ma proprio tutti, eh. M5S ha stravinto e festeggia a spron battuto, salvo poi cominciare ad assomigliare in maniera abbastanza netta, nel momento in cui comincia a lavorare, agli altri partiti rivali (ma ci sono altri modi?), e per Roma ci aspettiamo il pagamento di molti debiti cui il povero Marino evidentemente non ha voluto sottostare; il PD come abbiamo visto ha vinto, ma con il suo solito stile ha fatto in modo di perdere, perlomeno la faccia (mossa geniale); Renzi in particolare ha stravinto, perché se ha vinto il PD ha vinto lui, se il PD ha perso ha perso il PD delle frange e ci sarà un bel regolamento di conti contro i vari dissidi interni. Ha vinto anche Berlusconi, che adesso che non c’è lui Forza Italia come vedete perde, e ha vinto persino la Lega, che ha perso dappertutto, perché la Lega di Bossi come Berlusca, insomma, mentre Salvini una qualche flessione ce l’ha avuta ma sta già tornando in piena forma.

Ma forse quello che ha vinto più di tutti è stato D’Alema, che chi perde perde lui l’aveva detto che bisognava fare come diceva lui; e se le uscite intelligentissime di Prodi e Bertinotti hanno pur sempre quell’allure di rispettabile eleganza che c’è nella scarsità, D’Alema questo rischio di sicuro non lo corre. E tutto questo nel quadro delle conseguenze del Brexit (insondabili) e con lo spettro di una nuova legge elettorale che già si profila all’orizzonte.

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