Vanniloqui
Le narrazioni sul lavoro

E così, mentre tutti parlano di Job’s Act, di articolo 18, di quanto Marx in fondo in fondo ci avesse poi preso a non voler lavorare in fabbrica, la realtà va avanti da sola, lasciandosi alle spalle i teorici della fatica, le anime belle e tutti quelli che scrivono sul curriculum quali sono i loro hobbies, perché un qualche burlone un giorno ha raccontato che se parli veramente di come sei fatto dentro al papabile datore di lavoro, esso ti considererà una persona ricca e complessa e ne terrà conto, nel momento in cui dovesse aver bisogno, boh, di una posizione apicale, oppure di un portaombrelli. La Storia ci ricorderà come gente vissuta in un periodo in cui ancora le grandi narrazioni idealistiche sulla dignità operaia non avevano ceduto di fronte all’evidenza dei contratti a chiamata e del lavoro interinale, e nel contempo tutti fossero convinti di avere di fronte a sé un futuro da Creativi in qualche grande famiglia stile Google, capace di realizzare sogni fino ad allora inconfessabili e di rispondere alle tue domande prima ancora che tu potessi formularle. Nel frattempo, per noi che viviamo l’attimo e che, come accade al pesce rosso, essendoci immersi non abbiamo idea di quanto sia torbida l’acqua della vasca – che si vede bene solo da fuori – le narrazioni si intrecciano senza posa, indissolubili, del tutto in contrasto l’una con l’altra e apparentemente separate e distanti.

Solo pochi giorni fa, la notizia rimbalzava su tutti i media: lo scandalo del lavoratore che, dopo trent’anni spesi per la stessa ditta, veniva licenziato in quanto non più indispensabile – una macchina in grado di fare il suo lavoro ne aveva preso il posto! – dando voce a quanti ritengano che la tecnologia ci manderà tutti a spasso e che il lavoro degli esseri umani, abbia ormai i giorni contati. Il disastro, insomma, si va avvicinando: assenza di lavoro, ergo assenza di stipendi, poi direttamente morte per fame, sempre che le macchine, che ormai saranno diventate più potenti e sborrone di noi, non ci diano la caccia per disinfestarci stile sorci come nei film di Terminator. Poi vai a leggere bene la notizia. L’operaio, 61 anni, quattro anni alla pensione, da metà della sua vita compie la detta mansione: infila tappini su strutture prima della verniciatura industriale, al termine della quale sfila i tappini, che poi metterà su altra struttura da verniciare. Così per sempre, una fatica di Sisifo interrotta solo da ferie, malattia e, in ultimo, dalla crudele macchina in grado di compiere detta mansione, non esageratamente complessa, diciamolo, altrettanto bene quanto lui, forse anche meglio e con redditività interessanti. Subito il popolo dei social si leva a difesa del pover’uomo, senza considerare che, tra buonuscita, liquidazione, NASpI, il pover’uomo – stando ai dati riportati, nessuna speculazione – sta per essere serenamente accompagnato alla pensione. Pensione che, riteniamo, dopo trent’anni di un lavoro così di merda da poter essere migliorato in pochi giorni da una macchina, il pover’uomo abbia tutto il diritto di godere, finalmente. Ora, la furia cieca degli indignati non tiene conto di questo; l’importante è l’enfasi posta sulla narrazione della disumana indifferenza delle macchine che sostituiranno l’uomo, cosa che accade sin dai tempi dell’aratro e che il telaio meccanico, alla faccia dei luddisti, ha dimostrato essere non solo positivo in termini di occupazione – il tessile avanzato occupa infatti infinite persone in più del tessile arretrato – ma anche enormemente umanistico e liberatorio, come ben possono testimoniare generazioni di bambini che non sono più costretti a lavorare 7 giorni a settimana, 12 ore al giorno, o alla notte, che non ci si doveva mai fermare. Condizioni che, naturalmente, persistono in tanti Paesi cui noi affidiamo molta produzione per avere marginalità più soddisfacenti su di esse, ma che non imporremmo mai ai nostrani, ben lieti che qualche macchina le subisca in vece nostra.

Condizioni, naturalmente, ancora vive e presenti in terra nostra, e parlando di terra parliamo proprio di suolo: perché certi lavori agricoli per i quali ancora le macchine non sono state inventate, o sono certamente state inventate o potrebbero facilmente esserlo, ancora salvaguardano questa vittoria onorevole dell’uomo sulla macchina, facendo sì che trionfi la dignità, la fierezza dell’operaio sulle logiche produttive intensive e disumanizzanti della meccanizzazione. Tipo, 3,50 Euro a cassone di pomodori; 300 chili a cassone, massimo venti cassoni al giorno, fanno la bellezza di 70 Euro al giorno di paga. Sì, abbiamo rifatto il calcolo un paio di volte, perché non credevano a tanta dignità. Tolti naturalmente i 50 centesimi da dare al caporale, tolti due Euro per il trasporto a persona, tolto il mangiare, beh, insomma: 50 Euro al giorno per esserti chinato fino a 6 tonnellate di roba al giorno, non è mica malaccio. Se prendi due pomodori alla volta, ti sei chinato solo ventimila volte al giorno, in fondo. Ecco: sarebbe così sbagliato, auspicare un giorno in cui questi operai, che certamente hanno rubato un lavoro che altrimenti tutti i nostri giovani avrebbero fatto fieramente, dignitosamente e con grande gioia, si vedessero rubare il lavoro, con storica circolarità ed equità, da qualche tecnologia pensata alla bisogna? Noi crediamo che, immancabilmente, questo un giorno avverrà; e siamo già appostati come i vecchietti del Muppet Show per fare ironia sul fatto che, magari, gli stessi che dicono che gli immigrati che rubano il lavoro agli italiani poi faranno fuoco e fiamme lamentando l’invasività delle tecnologie che tante povere persone lasceranno a casa.

Quando poi: non si capisce esattamente di che lavoro stiamo parlando, perché qualcuno lo rubi a qualcun altro. Posto che il lavoro non è mai una quantità finita, ma viene creato in funzione del mercato che va a servire – mercato che può trasformarsi con una velocità allucinante, creando necessità fino ad allora inimmaginabili – che lavoro è, quello che un lavoratore senza competenze, senza conoscenze, senza lingua, senza casa, senza strutture sociali, senza esperienza, te lo possa rubare? E per estensione: che tipo di lavoro fai, perché una macchina te lo possa rubare? Infili e sfili tappini da trent’anni? Ma non è meglio, non è più umano, più produttivo, se certe mansioni da robot li facesse, appunto, un robot? Che lavora di più, meglio, senza annoiarsi e senza ammalarsi? Poi semmai si apre un altro fronte: quello della redistribuzione del migliore e maggior guadagno realizzato; ma questo è tutto un altro discorso, che andrebbe finalmente preso. Che se ti rubano il lavoro e ti danno lo stipendio non ci rimette poi nessuno. E non si capisce altrimenti, in un mondo sempre più interconnesso, chi guadagni più denaro dove poi pensa di andare a spenderlo, se non c’è più nessuno in grado di fornirgli qualcosa essendo tutti nel frattempo morti di fame. Ma questa semplice verità è uno dei limiti immaginativi dei tanti che fanno proiezioni per il futuro.

Nel frattempo, constatiamo amabilmente come riescano a convivere tutte queste favole, senza un pensiero critico che le metta insieme, ed altre ancora. Tipo: la favola del sociologo De Masi, che ritiene che una soluzione alla disoccupazione sia fornire lavoro gratuito, così poi il sistema si rovescia. Ma certo: come se il lavoro fosse un corpus finito, come se l’avere manodopera gratuita non fosse un piano già a lungo inseguito dai datori di lavoro (di stipendio) di tutto il mondo. Come se esistesse una cosa chiamata lavoro gratuito, del resto. Come se De Masi, per ovviare all’inaccessibilità e mancanza di ricambio della lobby degli Atenei, prestasse la sua opera gratuitamente. Come se. Tipo, ancora: spiegare come far quadrare le statistiche sbandierate dai giornali come terrificanti di un quasi 30% di disoccupazione giovanile, quando le stesse statistiche dicono che il 25% dei giovani è un neet (non lavora e nemmeno studia), e oltre il 40% dei suddetti il lavoro non ce l’ha, ma nemmeno lo cerca. Poi però si lamenta che glie lo hanno rubato. E in questo marasma di cifre sparate in giro e buttate sul tavolo ciascuno per dare forza alla propria (errata) opinione, proclami che parlano di assegni di cittadinanza, di riforme di Centri per l’Impiego che nessuno sa come funzionino, lotte sindacali basate sul nulla e tanta, tanta, tanta fuffa.

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