Vanniloqui
Quando l’arte e la letteratura precedono (ma anche procedono dalla) la realtà

Per dare una sbirciata a quanto siamo culturalmente disintegrati di fronte alle cose che, si sa, accadono, basta vedere cosa si è riuscito a fare di alcuni romanzetti e saggetti usciti in tempi recenti e ancor più che recenti che, secondo taluni – e tanti altri fanno finta di no, ma piace loro sbalordirsi – avrebbero profetizzato la recente pandemia di Coronavirus.

E’ già un po’ che aspettiamo una pandemia in grado di mettere seriamente in ginocchio la razza umana. Non c’è bisogno di riferirsi a uno dei più brutti romanzi di uno scrittore, Koontz, altrimenti molto in gamba (Eye of the Darkness), né ad un importante filtraggio di tutto quello che può aver detto Bill Gates su qualunque argomento, fino ad intercettare una qualsiasi frase che pare avere un riferimento alla vicenda in svolgimento; non c’è bisogno di scomodare i Simpson, le cui necessità gargantuesche di script hanno costretto i produttori ad affrontare qualsiasi argomento dello scibile umano, né leggere le cosiddette profezie dell’ennesima sedicente medium – volendo, poteva anche bastarci la sempreverde interpretazione, aperta a qualunque avvenimento, dell’assolutamente incomprensibile ed onnisciente Nostradamus (cercate, cercate, hanno già correlato).

Da quanto, la aspettiamo? Molto difficile a dirsi. Dalla Peste Nera in poi, non c’è stato scrittore del fantastico (frammentato in una moltitudine di generi) che non abbia immaginato un qualche morbo capace di spazzarci via. Edgar Allan Poe inaugura quasi certamente le danze della letteratura moderna con il racconto “La maschera della morte rossa”, del 1842, di sicura filiazione medievale con la sua atmosfera in cui trovano posto assieme la paura della morte per malattia e la carnevalata erede della Danse Macabre che allunga le sue manine scheletriche un po’ nell’orrido, un po’ nel grottesco; ma già l’Apocalisse di Giovanni non aveva potuto esimersi dall’annoverare tra i Quattro Cavalieri l’inesorabile e immancabile Pestilenza,a riprova del fatto che ben prima dell’Anno Mille già le cose potevano andare orrendamente a rotoli quando meno te lo aspettavi: spesso, quasi sempre, arrivavano da Oriente, proprio come oggi, si parlasse di Seleucia o di Partia o di Sericana. In un certo qual senso, Pestilenza è il prototipo assieme dell’Eerie e del Weird, o meglio, di tutto ciò che in essi ci terrorizza: scenario comune in cui qualcosa è decisamente “altro”, fuori posto, incomprensibile, e assieme l’angoscia che arriva inquietante e del tutto aliena da non si sa dove.

In questo senso, è la progenitrice, assieme alla scienza inaugurata da Jules Verne e H.G.Wells, del terrore di tutto quello che può arrivare “da fuori”: ironicamente, con un colpo di genio Wells affida il Weird all’invasione aliena da Marte, e contemporaneamente demolisce l’invasore esterno tramite l’invasore interno: gli imbattibili marziani saranno cancellati dall’esistenza dai virus e batteri con cui noi abbiamo imparato a convivere, dopo un doloroso processo di selezione. Lo stesso processo di selezione che, come ha sterminato i marziani, non ha risparmiato i nativi americani di Nord e Sud America, virtualmente eliminati prima ancora che dai cannoni di Cortez, Pizarro e delle Giacche Blu dalle malattie che i coloni europei recavano sulla punta dei propri badili (e delle coperte intrise di vaiolo che erano usi regalare alle popolazioni da spazzare via senza colpo ferire).

Lasciamo a ciascuno il divertimento di pescare nella narrativa di ogni genere e di ogni tempo le tracce – le cicatrici – lasciate da queste paure; ce ne sono di ogni tipo, e spessissimo mascherate da qualcos’altro, come già detto sopra. Ad esempio, considerate quanto lontani possiamo essere arrivati partendo dall’invasione di organismi sconosciuti alieni al nostro corpo che ci uccidono senza pietà, cambiano la nostra società, ci tolgono ogni speranza e ci soppiantano, per arrivare ai Trifidi ed ai Cuckoos (i Dannati, sul grande schermo) di Wyndham o ai Body Snatchers di Finney, fino ai replicanti genetici di Alien e a quelli creati dalla scienza di Blade Runner, nel quale si impernia anche il tema, doppiamente angosciante, della perdita del senso del sé tanto cara al Dick dell’originale sogno di pecore elettriche.

Per non allontanarci troppo da un’aderenza perfetta ed immediatamente identificabile con l’argomento del giorno, divertiamoci a tracciare un percorso narrativo dei tempi recenti, magari attraverso titoli di cui curiosamente nessuno in questi giorni parla. Si parte da “Andromeda” di Crichton (1969), che parla di un agente patogeno alieno e unisce (come volevasi dimostrare) i concetti che abbiamo delineato sopra; di qui, arrivando verso gli anni ‘80, i titoli cominciano a sprecarsi: dalla Superinfluenza de “L’ombra dello Scorpione” di Stephen King (1978) e, nello stesso anno, “Virus”, di Clive Cussler, ai virus letali di Robert Katz in “Cassandra Crossing”, del 1977, fino al 1981 che vede il già citato Koontz e al 1982 de “Il morbo bianco”, di quel Frank Herbert certamente più noto per “Dune”. Notare che si tratta sempre di morbi creati in laboratorio e sfuggiti al controllo; se per il terrore dell’Altro avevamo già chiamato in ballo gli alieni, e ora per trasposizione non facciamo alcuna fatica a riconoscere in questo passaggio gli stessi archetipi che hanno generato il mito del Vampiro e decretato il successo della narrativa sugli Zombie, eccoci arrivati pari pari a Frankenstein e alla sconfitta della hubris umana.

E per concludere l’incompletissima rassegna, è doveroso citare un argomento poco noto. Sempre del 1967 – battendo tutti sul tempo, come era per lui usuale – è un racconto del compianto, geniale, coltissimo Roger Zelazny: “Damnation alley”, poi trasformato in romanzo nel 1969 e in un film con un incongruo George Peppard (tra una colazione da Tiffany ed i sigari dell’A-Team) dallo stesso titolo. In Italia, rispettivamente “La pista dell’orrore” per Urania, 1968, e “L’ultima Odissea”. Il protagonista del romanzo è Hell Tanner, l’ultimo degli Hell’s Angels, che deve attraversare tutta l’America da costa a costa per portare ai sopravvissuti medicinali e vaccini necessari: in uno scenario da incubo, un mondo in cui il Selvaggio West si è fuso con incubi degni di Bosch, Tanner compie questa improbabile missione di un eroismo senza pari sotto la promessa di un condono da tutti i suoi reati, e solo perché l’alternativa sarebbe la pena di morte. Anni più tardi, questo stesso Tanner sarebbe stato il modello sul quale Carpenter avrebbe ricalcato, con numerosi omaggi che non sarebbero sfuggiti ai veri cultori, il cinico, disincantato Snake (Jena) Plissken di “1997: Escape from New York”, in cui non ci sono né morbi né vaccini ma un considerevole regresso della civiltà a livelli davvero al limite dell’umano. E a sua volta, William Gibson da una frase buttata lì nel copione circa l’impresa di aver pilotato su Leningrado l’aliante Gullfire avrebbe sviluppato tutta una personale mitologia narrativa e avrebbe riesumato Plissken, Tanner nel Colonnello Willis Corto di “Neuromante”, del 1986: da una consegna di vaccini ad un genere umano stremato era infine nato il genere Cyberpunk.

Come si vede, sono sempre gli stessi terrori, radicati in noi fin da quando abbiamo sentito il primo strisciare tra l’erba e abbiamo volto gli occhi al cielo buio, che ritornano sotto forma di narrazioni via via sempre più complesse. Narrazioni che oggi comprendono anche tutta la prosopopea e la mitologia dell’”andrà tutto bene”, “io non ho paura”, “ne usciremo più forti di prima”, dei vari complottismi, della lotta nell’agone politico ad ogni piè sospinto e quant’altro stanno vomitando i media, nei quali noi sempre dobbiamo ormai obtorto collo includere i social, in questi giorni. Una narrazione che, peraltro, non finirà così presto, foriera com’è della possibilità di creare un vero e proprio nuovo sistema culturale del quale, con poco sforzo – ma ne parleremo in altra sede – già si scorgono le numerose radici e già le robuste propaggini. Quale livello di stupidità sia oggi stato raggiunto nell’ignorare sistematicamente le raccomandazioni e gli avvertimenti degli scienziati, che come si evince chiaramente dalla letteratura di genere, avvisavano dell’arrivo prossimo ventura di un super morbo già quarant’anni orsono, non è misurabile secondo gli umani standard. Ha ragione, come quasi sempre, Nassim Taleb nel rispondere a quanti parlano, a proposito del Coronavirus, come di un Cigno Nero, il disastro raro ma possibile che ciascuno deve sempre tenere in conto tra le variabili e che ha lanciato l’originale pensatore libanese con il libro omonimo: caratterizzante del Cigno Nero è l’imprevedibilità, ma qui era tutto non tanto prevedibile quanto certo, era solo questione di quale anno esatto sarebbe stato il teatro di questa nuova rappresentazione della Peste Nera. Ebbene; l’anno è quello Cyberpunk per eccellenza, il 2020. Poi non dite che la realtà non imita l’arte.

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