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Vanniloqui
Lo scivolo lento dell’asocial network

percfectbook-981x540Un tempo, di bisogni non se ne parlava proprio: ciascuno aveva il suo e fortunato chi lo soddisfaceva. Eravamo allora in un tempo in cui Maslow ancora non ci aveva sottoposta la sua piramide (in realtà, probabilmente non disegnò mai una piramide in tutta la sua vita) e già mangiare era un lusso; forse per quello non c’e n’era abbastanza per compitare la classifica, se primari o di sicurezza o appartenenza eccetera. Poi si scoprì che detti bisogni potevano essere espliciti, impliciti o latenti, da stuzzicare fino a quando venivano a galla; successivamente, che potevano persino essere indotti, ovvero non essere bisogni per niente ma facendo leva sul bisogno primario di appartenenza o che altro essere creati ad arte tramite bombardamento mediatico, e da allora il diluvio. La domanda di oggi, da cui scaturisce il presente spreco di parole, è la seguente: la app Sarahah, quale bisogno va a soddisfare?

Facciamo un passo indietro e andiamo avanti piano in moviola. Facebook, che tra i social network è indiscutibilmente il più rappresentativo, in teoria andava a soddisfare il bisogno degli ex studenti di un mezzo atto a ritrovarsi, dopo tanti anni dalla fine della scuola, per tenersi in contatto. Appartenenza, quindi. In realtà, fin dai suoi primi vagiti fu utilizzato per farsi i cacchi altrui, per capire chi era diventato grasso e chi calvo dopo il diploma e se quella tipa con le tette grosse e lo sguardo triste che scriveva di essersi da poco lasciata non poteva presto o tardi essere indotta a smollarla. Diciamo, tra primari e autostima. Sicuramente, bisogni sia espliciti che impliciti. Poi sono esplosi i bisogni latenti, che oggi come oggi la fanno da padrone. All’inizio c’era sembrato un posto magnifico, siamo sinceri: se il sabato sera avevi mal di testa o non avevi il becco di un quattrino ti tappavi in casa con una birretta e ti intrattenevi coi tuoi amici virtuali che potevano abitare a mille chilometri come a cinquecento metri da casa tua; si chiacchierava, si guardava un film insieme a distanza, si spettegolava, si girava la home per additarsi le sciocchezze che postavano gli altri e si postavano le proprie. Un po’ come il muretto, ma senza timore di essere scacciati perché si faceva casino e molto meno sporchevole, sesso e petting ivi compresi. Perché nel frattempo si era scoperto che come posto per rimorchiare poteva essere l’ideale: motore di ricerca e wikipedia alla mano, chiunque poteva trasformarsi in uno straordinario poeta; dalle foto profilo o dal diario si selezionava alla base, sì alto biondo, no gatti, no Juve, sì cita Fabio Volo, sì sguardo triste fragilità. Poi, si chattava fino alle tre del mattino e ci si raccontava la rava e la fava e si induceva la voglia di sentirsi, poi di vedersi, poi vabbé, scoprivi che la foto profilo risaliva agli anni ‘90 e tutto crollava, ma era bello. Sì, si rimorchiava meno che con le chat tipo IRC, ma tutto sommato anche con meno rischio di uscire con Unabomber, via. A quali bisogni faceva fronte Facebook, insomma, lo capite pure voi.

Poi, all’improvviso è successo qualcosa. Non: poco alla volta. No, all’improvviso. All’incirca due anni e mezzo, tre anni fa qualcosa nei social è profondamente mutato; nella struttura, certo, ma anche e soprattutto nelle logiche che muovono chi se ne serve, nei gusti, nelle richieste. L’invasione massiccia degli haters, ad esempio, ha spiazzato un po’ tutti per la facilità con la quale è avvenuta: il giorno prima eravamo abituati a troll più o meno gradevoli e fastidiosi, mentre i flaming – le incazzature con conseguente litigatona – erano normalmente sanzionate dai moderatori con la defenestrazione (cosa sgradevole ma necessaria) dei soggetti che vi indulgevano. Sui social, nessuno modera; è stata data a ciascuno la possibilità di eliminare (bannare) dalla comunicazione gli indesiderati, eradondene la presenza alla radice, e questo avrebbe dovuto risolvere il problema. Il risultato è che non solo i litigatori di professione sono più forti che mai e la loro schiera si fa sempre più nutrita, ma inoltre il ban è diventato esso stesso uno strumento di prevaricazione. Non mi piace quello che pensi? Non mi interessa quello che dici? Ho scoperto che sei dell’Atalanta? Hai trombato mia cugina ma a me non mi hai degnata di uno sguardo? Ban, immediato, senza spiegazioni e senza appello. E nelle conversazioni ad un osservatore esterno risultano strani e spiacevoli buchi da riempirsi tipo le parole crociate crittografate, un po’ a sentimento, un po’ a intuito. Quanto agli haters, quelli, se cancellati, ricicciano subito con un altro profilo. Perché non è il problema del soggetto: è l’ambiente stesso che lo nutre ad essere un perfetto terreno di coltura per questi microbi.

E’ innegabile che la capsula di Petri abbia sviluppato al suo interno qualcosa di nuovo e di mefitico. Gli haters, che pure parrebbero rappresentare il picco dell’incivilità, non sono che l’espressione più immediatamente visibile di essa: ma c’è di peggio. Fare una passeggiata nei social oggi costituisce una specie di slalom gigante tra saccenza a prova di bomba, magniloquenza, snobismo culturale (quasi sempre privo delle legittimanti basi), allarmismo, razzismo, pesante sarcasmo, crudeltà pecorecce spacciate per sottile ironia, confusione, polemica e profluvi di banalità spacciate per pensieri originali e necessari da aspiranti maestri di vita autonominatisi: se il vostro scopo è distrarvi e farvi passare il tempo con un po’ di buonumore, è preferibile chiudervi un dito nel cassetto. L’esperienza sarà forse un po’ troppo intensa sul momento, ma nel lungo termine vi lascerà senz’altro minori zavorre dell’animo da gestire. Tutta la merce rara di cui sopra è, ovviamente, annegata in una spessa e maleodorante salsa di promozione commerciale martellante ed esplicita pur se travestita da notizia, per rendere l’esperienza se possibile ancora più gradevole. Sopravvivono, sempre più isolate, stile Fort Apache, piccole nicchie di resistenza umana: bacheche in cui si può trovare gente che scherza, che pubblica argomenti interessanti e notizie degne di nota come riflessioni magari controverse ma comunque vive, che mette a disposizione del pubblico tutto quello che effettivamente sa, conosce ed ama. Sono oasi in un deserto che si va facendo via via sempre più arido e sterile, mano a mano che la promessa iniziale – che si fosse cioè in un qualcosa di vivo e di sociale, determinato nella sua stessa esistenza dalla volontà propria di essere sociale – va ritirandosi di fronte a quelle che erano, sin dall’inizio, le sue vere motivazioni: un contesto in cui, raggiunta una massa critica, si potesse cominciare a mietere il pizzo ai partecipanti, sotto forma di beni e servizi da acquistare.

Il problema vero che si trova di fronte oggi Zuckerberg, che presto o tardi i suoi investitori gli faranno presente, è che per quanto la massa critica sia pur sempre una massa – lenta ad accorgersi, lenta a replicare – oggi, nonostante tutti gli sforzi profusi, restare su Facebook non è più quel gran piacere che era prima, data la piega presa dai partecipanti anche i migliori dei quali non sono immuni dalle malattie sopra elencate. Ergo: minore presenza dei forti produttori, più rapido tasso di abbandono dei nuovi, minor possibilità di vendere, ergo minor margine di guadagno per chi pubblicizza le sue cose sulla piattaforma (che diviene sempre meno gratuita). Arriverà il giorno, probabilmente, in cui quelli che oggi sembrano essere solo dei vecchi nostalgici diventeranno gli aggregatori per la migrazione verso pascoli più verdi e il social di oggi diverrà il Myspace di domani; cosa che oggi ci sembra magari inconcepibile, ma che non è altro che naturale evoluzione. In meglio, si spera. Perché ad oggi, evidentemente Facebook, con la sua grevità sempre crescente, deve avere dato corpo a qualche bisogno latente dei suoi partecipanti di cui fino ad oggi non s’era sospettato granché, e tutta la monnezza che oggi ci pare di vedere e che siamo portati a criticare in realtà magari è uno spurgo storicamente utile, benché ampiamente orientato dai tantissimi interventi esterni di manipolazione dei pareri.

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