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Vanniloqui
Lavoro: eppur si muove

Ma insomma, cosa sta succedendo alla solita nube di cattive notizie che popolano i nostri giornali? Apriamo un giornale a caso: preso il killer di Budrio; Amazon versa al fisco 100 milioni di Euro; Ryan Air china la testa davanti ai suoi dipendenti; Melegatti arriva all’accordo e scongiura la cassa integrazione. Troppo bello per essere vero, e vedremo il finale di partita? Verissimo; ma intanto, la mischia riparte di qua, e vediamo se non si riesce a segnare un qualche punto importante. Igor il Russo a parte, come già detto più volte su queste pagine, è possibile notare il segno di un cambiamento, e neanche troppo lento. Stiamo parlando di quel mondo del lavoro che, se da un lato è stato bersagliato in tutti i modi da più parti grazie alla comoda equazione lavorare con meno diritti ma lavorare, oggiAggiungi un appuntamento per oggi sembra – diciamolo sottovoce, ma diciamolo – che una stagione monolitica di frana continua stia forse rallentando. Non per volontà politiche o per la partecipazione sociale dei cittadini impegnati, occorre dirlo, ma perché le forze messe in campo, quasi a voler dare ragione al solito vecchio Marx, sono talmente macroscopiche da generare crepe nelle quali il disastro si insinua. E, si sa, le crepe alla prima gelata si allargano, con buona pace di tanti fallimentari autunni caldi.

Prendiamo ad esempio Amazon. Un’inchiesta del 2015 a cura del New York Times, “Inside Amazon: Wrestling Big Ideas in a Bruising Workplace” raccontava al mondo, quello che conta, ovvero quello che compra, quali sono le condizioni dei lavoratori della ormai consolidata ex Unicorn startup: turni di 80 ore settimanali, controlli orwelliani, bisogni fisiologici a cronometro e tutto il campionario del cottimismo coatto sfrenato che da noi andava in voga in certe aziendone che poi, nonostante i tanti appoggi politici, gli sfruttamenti dei lavoratori, le regalìe legislative e fiscali e il benefit di una lira debole sono poi fallite tutte, ugualmente, lasciandosi dietro solo cenere. Ecco: in America, va ancora così – si pensi ad esempio ai distretti industriali tipo Detroit e a quel che ne resta oggi – e questo modello di pensiero si cerca anche di esportarlo in Europa, con la solita vecchia scusa di cui sopra: benedetto sia il posto di lavoro, e bla bla bla. Solo che gli europei, che non sono americani, non hanno né la loro concezione del dormire in auto né quella del farsi trecento chilometri come fosse niente per andare a preparare panini ogni giorno, non ci stanno e durante il Black Friday, più o meno compatti (la guerra di cifre, come al solito sindacale, è il minimo che ci si possa aspettare) rifilano alla casa madre uno sciopero sui denti del valore di svariati bilioni di petroldollari. Quale l’esito? C’è da scommettersi, scarso; vuoi per la partecipazione non piena, vuoi per le risorse della ditta, enormi, vuoi per la tossicodipendenza da acquisti del popolo italiano tutto che sui social è partecipe, ma poi clicca e si acquista la scarpina con lo sconto e con la coscienza intonsa. Però, lo sciopero c’è stato, eccome; e ha avuto il suo bel peso, specialmente ideologico. Ossia, si è creato un precedente. Che altrove – altro modo di ragionare, altra società – non c’è stato; e quindi, il modello di pensiero comincia a trovare difficoltà ad attecchire, comincia ad avere i suoi guai con certi anticorpi che si pensavano ultimamente andati un po’ affievolendosi.

E’ in crisi il modello Amazon, quindi? Probabilmente, no. Probabilmente non è neppure un modello, insomma, perlomeno non un modello nuovo; a parte l’idea geniale di raccogliere il frutto del lavoro altrui organizzandolo e indirizzandolo, cosa che ha portato una vera ventata di cambiamenti nell’intendere le dinamiche del commercio globale (ma ancora in moltissimi non hanno capito quale logica sia sottesa a queste strategie, che è quella dell’incremento marginale, della “coda lunga” cara all’ex direttore di Wired, Chris Anderson), Amazon si trova davanti le stesse difficoltà che ha chiunque lavori nel campo delle distribuzione. Ovvero: logistica, logistica e logistica, per la quale servono tempo (tantissimo) e personale (tantissimo); per quanto ci si possa organizzare e appoggiare sui droni, il personale ed il tempo nella logistica non bastano mai. Se così non fosse i Romani non avrebbero mai costruito le strade e il mondo oggiAggiungi un appuntamento per oggi non sarebbe percorribile, perché non ce ne sarebbe bisogno. Quindi, nel momento in cui il tycoon digitale entra nel mondo reale, deve fare i conti con le necessità fisiche: ed ecco il gigante del web aprire sedi fisiche, negozi veri e propri, sostituendosi a quelli che ha fatto chiudere per concorrenza spietata in precedenza (ma ne siamo poi così sicuri?); e il ciclo, possiamo starne certi, ricomincerà da capo entro breve, che la modernità è composta da cicli sempre più ristretti.

Ma in realtà, non stiamo parlando del difficile e sempre crescente rapporto tra il virtuale ed il reale. O perlomeno, non solo. Pensiamo ad esempio ad un altro caso di leggendario sistema imprenditoriale che ha dovuto piegare un po’ il ginocchio di fronte all’evidenza dei fatti: ossia, che a lavorare sono le persone, non i modelli; e che queste persone esistano nella realtà. Tipo, lavori da 17 anni in una ditta, hai un figlio disabile, chiedi un cambio turno – sei sotto la tutela della legge 104, non stiamo parlando di aver fatto tardi per troppi ape il lunedì mattina – e ti ritrovi licenziata: vuoi badare a tuo figlio? Bene; adesso avrai tutto il tempo, di che ti lamenti? Pessimo tempismo, cari ragazzi. Perché a noi oggi dell’ex ragazzo che rivendeva le matite dormendo in macchina per risparmiare e che ha fondato una transnazionale da capogiro, Ikea, non è che ce ne freghi poi molto. Non dopo aver raggiunto uno stato di cose in cui non puoi più frustare chi lavora e venderne la prole per un profitto. Ergo: il caso Ikea, dopo una raffica di scioperi e rivendicazioni, è approdato ai social, che hanno battuto molto a lungo la lingua sul dente dolente e di lì non è stato possibile non farla approdare in Parlamento, il 6 dicembre scorso, con tempi brevissimi (il caso era appena di fine novembre). Come finirà? Non lo sappiamo; ma di certo qualcosa si è scosso eccome, dopo decenni di totale invulnerabilità dettata dalla logica “hai un lavoro ringrazia e stai zitto”. Stesso dicasi per il braccio di ferro dei piloti Ryan Air contro la proprietà: impensabile sino a due, tre anni fa, oggi il personale lavorante, dopo aver capito che in fondo il capitale dell’azienda non sono tanto gli aerei quanto chi li mette in cielo e li riporta a terra, si è unito compatto e ha aperto un fronte dinnanzi al quale proprietario ed azionisti, partiti con l’intenzione di fiaccare le proteste in un lungo braccio di ferro, si sono poi sdentati. Anche qui, determinante il ruolo dei social; ma non vorremmo appuntare tutte le medaglie a questi, senza citare la forza e la decisione dei lavoratori. Che, per fare questo, oltre ad accettare un rischio non indifferente, hanno dovuto semplicemente effettuare una inversione di cultura riguardo a quella dominante; una cultura del lavoro che pesca a piene mani sia nell’anticaglia del valore del lavoro in quanto tale, con derive filosofico religiose, stile calvinisti, e dall’altra nell’adagio secondo il quale, siccome fuori c’è la fila, di nuovo, devi tacere e lavorare, e zitto, sempre, e ringrazia che hai un lavoro. Peccato che questo dovrebbe essere al servizio delle necessità psicofisiologiche di chi lo svolge, oltre che, naturalmente, il contrario; perché se il mulo crepa, chi porterà l’acqua dal pozzo alla casa?

Sì; probabilmente oggi, dopo tantissimo tempo in cui non se ne vedeva traccia, una nuova cultura del lavoro sta sorgendo dalle ceneri di quella precedente, che peraltro – estremamente politicizzata – non aveva neanche troppo avuto il tempo di fare i conti con tante logiche, praticando più la filosofia della realtà. Perché c’è anche la logica sacrosanta del profitto, certo: e in questo, il capitalismo non aveva affatto detto male, nel puntualizzare che il profitto doveva esserci per tutte le parti in gioco. Altrimenti, il sistema non è sostenibile, perché in realtà è solo l’ennesima trasformazione dello sfruttamento di qualche risorsa a basso costo che, prima o poi, si andrà esaurendo. Oggi, non necessariamente i social in se stessi quanto la facilità con cui le idee tutte circolano, e la velocità con cui lo fanno, fanno sì che storie di orgoglio, di giustizia, di equità, di ribellione, di originalità viaggino da un punto all’altro del globo in tempo reale; il social, il blog, col loro apporto narrativo rendono l’idea desiderabile, e dalla fabbrica sudamericana e francese occupata e fatta funzionare dagli operai in rivolta ti ritrovi con gli operai Melegatti che prendono il controllo del proprio lavoro, lo eseguono gratis col massimo rischio, rifiutano la cassa integrazione facile e comoda e, in barba alla proprietà, alla concorrenza, alla logica, alla catena di distribuzione che si butta su panettoni e pandori ormai svenduti a prezzo minore del pane in cassetta decidono con orgoglio e paura di tentare la strada più difficile. E ci riescono. O perlomeno, sembra che per un po’ ce la faranno. Che è tanto, tantissimo.

Ma provate a cercare Melegatti nei nostri supermercati: non è così facile. Perché mentre Mediolanum crea prodotti di investimento che puntino sulle ditte piccole e medie del territorio, con grande intelligenza imprenditoriale, magari la nostra GDO, schiacciata tra profitti sempre inferiori, margini sempre più risicati e costi del lavoro in crescita, punta invece su logiche di lavoratori che lavorino 7 giorni su 7 con pause nominali di 24 ore che impediscono qualsiasi altra scelta o attività, vendita patate cilene e mele sudafricane e noci boliviane che, al netto del trasporto, costino ancora meno del prodotto a km zero (altro grande mito dei nostri tempi inquieti), frutta maturata nel congelatori, sconti 3×2 e aperture natalizie per attrarre i perdigiorno che, in assenza di tanta tv nonostate le centinaia di canali disponibili, vogliano distrarsi con una vasca tra le corsie. Sono forse cattivi, i proprietari? Sono forse crudeli aguzzini? No; sono anch’essi schiacciati in un sistema di logiche nelle quali la natura delle strutture su cui poggiano, le infinite lotte politico commerciali in cui sono immersi, i portafogli degli acquirenti sempre più magri e ondivaghi li costringono a tirare una coperta cortissima un po’ dappertutto per non prendere una infreddatura fatale. Perché se il consumatore drogato dei nostri tempi starnutisce, il commesso muore, e il caporeparto lo segue a brevissima distanza. E allora, forse, le idee di ribellione e di un nuovo senso del lavoro – finalmente moderno, finalmente con rivendicazioni di equità non viziate da secoli di protomarxismo deresponsabilizzante – forse fanno un gran bene a tutti quanti gli attori, e li costringono, prima che sia tardi, a ideare, immaginare, temere che possano – debbano – esistere anche modelli di lavoro, di produzione, di vendita che siano sostenibili; e non nel breve e brevissimo, ma che diano luogo a realtà capaci di resistere e prosperare anche nella mutevolezza dei nostri tempi e di quelli a venire.

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