Vanniloqui
La riVia della Seta e la bussola perduta

Un nome fascinoso: Via della Seta. Mica come la Salerno – Reggio Calabria, eh. Mica come Roncobilaccio – Barberino del Mugello: qui stiamo su cose grosse, ti vengono in mente Marco Polo, Gengis Khan, l’Oxiana (gran topa, chissà dov’è ora) e per estensione pure Samarcanda e poi Vecchioni, chi più ne ha, più ne tenga. Un nome altisonante per un progetto logistico commerciale da far tremare le vene dei polsi, sostenuto da investimenti da capogiro; la promessa di un tale flusso di soldi che farebbe venir voglia ad un francescano di buttarsi ad aprire una gabella. La stima del volume di affari è all’incirca di 12 al netto dell’inflazione volte l’ormai leggendario, e vetusto, Piano Marshall, che all’epoca era considerato enormemente coraggioso (14 miliardi di dollari, del 1947, però) che rispondeva a logiche ben precise, non del tutto generose ed altruiste, ovviamente. Logiche che, nonostante gli alti e bassi dell’iniziativa, oggi mostrano un’Europa profondamente trasformata anche grazie, o per mezzo, di quegli aiuti certamente non disinteressati. E’ inevitabile pensare che la nuova OBOR possa essere, se non del tutto, almeno in parte un utile Cavallo di Troia dettato dalle stesse necessità; o perlomeno, logica impone che delle lezioni già apprese sia buona norma farne tesoro. Sennò si è costretti a ripeterle, come diceva quel tale.

Evidentemente, però, la cautela con la quale l’attuale compagine di decisionisti al Governo è solita accogliere i progetti altrui – analisi costi e benefici oppositive ad ogni pié sospinto, non importa come né perché, la parola d’ordine è “buonsenso e risparmiosità” – in questo caso non vale, perché con due parole appena trattate dai media, che peraltro dal canto loro probabilmente non sanno di cosa si stia parlando (mancando sangue, stupri, botte, tifo calcistico e foto porno, l’interesse tende a calare a picco) ci si avvia fiduciosi e balzellanti al tavolino della firma. Salvo sviluppi prossimi venturi per i quali conteranno più fattori politici che analisi economiche degne di questo nome. C’è anche da dire che il progetto iniziale non prevedeva l’utilità dell’Italia, visto che il Mediterraneo, e le sue rotte commerciali, sono già ampiamente presidiate grazie all’utilizzo del Pireo, il porto di Atene – ben più performante di qualsiasi porto italiano – e che per i collegamenti con l’area nordeuropea, anziché fare tappa nel porto di Trieste, di cui tanto si parla, sono previsti collegamenti via gomma tramite la New Asia Land Bridge (da Pechino a Mosca, poi via Varsavia a Berlino) e il Corridoio Cina Mongolia Russia, che arriva alle stesse destinazioni comprendendo però Ulan Bator, Novosibirsk ed Ekaterinenburg. Da Berlino, poi, il passo verso i Paesi Baltici e il porto di Rotterdam è immediato; la rotta via Adriatico, non era stata semplicemente considerata, per alcuni ottimi motivi – non ultimo, la miglior considerazione che in Italia abbiamo dell’impatto ambientale, anche se non sempre questa trova sponda in opere concrete. Stessa identica cosa per il porto di Genova, che si trova in posizione persino peggiore, con Marsiglia e Barcellona letteralmente a un tiro di schioppo; non parliamo poi dei porti meridionali. Senza contare il fatto che i porti italiani per supportare il traffico ipotizzato dalla BRI (stesso progetto, diverso nome) dovrebbero semplicemente essere ricostruiti ex novo, o poco meno. Le paralisi locali impediscono qualunque strategia di costruzione e ricostruzione, con e senza mafie e politiche di mezzo. L’idea di far sì che il nostro Paese faccia parte di questa titanica opera è tutta italiana, ed i recenti flussi di visite dei nostri governanti in Asia non sono state casuali; certamente, nel mucchio di solite gaffes interpretate magistralmente da Di Maio e Toninelli, è andata persa qualcosina di questa idea di strategia, tessuta con l’ausilio dell’infaticabile Michele Geraci che dal 2008 preme sulla necessità di stabilire fortissimi legami col gigante asiatico in risveglio.

Il tenore delle dichiarazioni del Sottosegretario è improntato ad un misto tra fiducia incrollabile nelle proprie idee e determinismo filosofico, di quel genere che vede un solo scenario ed uno solo nella complessa catena di rapporti causa- effetto che simili scelte politico-economiche possono ingenerare: vale a dire, il finale che ha previsto lui, sulla base di proiezioni che è più che lecito definire, usando un gentile eufemismo, probabilistiche e lacunose. Le quali proiezioni non tengono in gran conto, infatti, moltissimi dei fattori in gioco in questa partita. Di quelli meramente logistici, abbiamo appena dato un assaggio parlando della iniziale road map prevista, e della natura – e condizione – delle tappe italiane proposte. Un altro esempio potrebbe essere tratto, come dicevamo in apertura, dall’ignavia con la quale una possibile via di sfogo nei trasporti, vale a dire la TAV, viene elettoralmente inchiodata con una mano, mentre con l’altra si auspica un aumento del traffico di merci che, via terra, ci chiediamo con curiosità dove mai dovrebbe passare, a questo punto. Come minimo, qualunque infrastruttura – nuova o potenziamento – dovrebbe fare i conti con lo stesso terrificante ingorgo tra necessità economiche, velleità politiche e logiche ambientali già viste sinora, con tempi, modi e costi facilmente intuibili nel nostro sempre meno Belpaese. Un altro fattore è la superficiale sottovalutazione delle volontà politiche che si celano dietro questo piano pechinese a lungo e lunghissimo termine; volontà che sono lampanti a tutto il mondo, salvo che alle leve decisionali italiane, che su queste glissano amabilmente senza degnarsi di rispondere. E’ estremamente evidente che il piano cinese prevedesse inizialmente un potenziamento della capacità logistico politica africana per creare un polo lontano e alternativo dalle ingerenze europee, già ampiamente nell’orbita statunitense da lungo tempo; poi, un successivo esame della piattaforma del Vecchio Continente, le cui alleanze e ideologie si sono rivelate via via più flessibili e mature per lusinghe con gli occhi a mandorla, ha portato all’inclusione delle nostre terre in questo piano. Senza peraltro che si mollasse la presa sull’Africa, la quale è sottoposta ad una massiccia colonizzazione economica e culturale da parte dell’Oriente (Gibuti, primo porto militare cinese all’estero: avete presente, dove si trova Gibuti? Beh, ci sono tutti. Sì, anche noi) che, per quanto porti un sacco di lavoro, di soldi e di industrializzazione nel Continente Nero, certamente non lo fa per beneficenza, senza contare le ricadute sociale e ambientali facilmente prevedibili e di importanza tanto grande come la dimensione: enormi. Naturalmente, gli italiani, anche qui, non stanno in finestra e si sono affrettati a mettere sul tavolo del negoziato cinese la vasta, spessissimo dimenticata o ampiamente sottovalutata, rete di relazioni e accordi di cui il nostro Paese da oltre un secolo fa tesoro nel Nord e Centro Africa; il che ci porta in men che non si dica in rotta di collisione esattamente frontale con la sedicente superpotenza europea, la Francia, le cui velleità di protagonismo e supremazia nel teatro mediterraneo, ad onta di tanta bontà manifestata pubblicamente, sono da sempre arcinote – e in crescita verticale, visto che il disastro scatenato in Libia ieri, e l’altroieri in Tunisia, Marocco, Algeria non è bastato alla loro politica colonialista che definire predace è fare un gentile complimento.

Può bastare? Eh, no, non abbiamo ancora citato il meglio. Uno dei punti di forza dell’idea di allacciarci strettamente al progetto cinese è la prospettiva di ottenere flussi di cassa interessanti per fare un po’ quello che ci pare (leggi: coi soldi che ci prestano per mettere a posto le infrastrutture, finalmente le ristrutturiamo a basso costo). Ovvero, prestiti a bassissimo interesse che ci costino meno, e la cui restituzione sia più lunga, di quanto non avverrebbe con gli stanziamenti di certa parte del PIL che da tanto, tanto tempo dovremmo utilizzare a questo scopo. Peccato che, tra quanti finora hanno preso a prestito i soldi dai cinesi, sono ormai numerosi quelli che si sono visti portar via porti e strutture a fronte dell’incapacità di pagare il debito contratto (come poi si possa pensare che possa costare di più uno stanziamento del PIL di un debito che va pagato comunque con uno stanziamento del PIL, più gli interessi, è per noi fonte di grande curiosità). E sono anche tanti quelli che hanno ridato indietro i soldi prima di spenderli, vista l’aria che tira. Noi, invece, avanti fiduciosi. Così fiduciosi che, al momento, invece di prenderli, i soldi glie li abbiamo dati: già nel 2014 ci siamo messi avanti cedendo il 35% di RETI, poi più di recente siglando proprio una bella fuoriuscita di liquidi con la garanzia della solita Cassa Depositi e Prestiti – che sono i soldi dei risparmi postali, ça va sans dire, per portare avanti progetti di internazionalizzazione di aziende italiane in Cina e di creazione, come contropartita, di strutture ex novo cinesi, su suolo cinesi, sempre nell’ambito di un affratellamento ancora di là da venire. Insomma, finora i soldi glie li stiamo dando noi.

E sul fronte dei dolori monetari, non finisce qui: sta per finire il Quantitative Easing, e l’Italia, come da numerose genuflessioni precedenti, contava sull’aiuto finanziario statunitense per alleggerire il peso del ritorno alla realtà – come ha del resto sempre fatto. Solo che uno schieramento dalla parte cinese non ci consentirà di avere trattamenti di favore, anzi; gli inciuci che le nostre Banche stanno facendo in Yuan fanno abbastanza incazzare Trump, i cui tentativi di svalutare il dollaro per rilanciare l’export statunitense nella guerra commerciale scatenata vengono in questo modo frustrati e resi difficoltosi. Solo che, se poi ci rivolgeremo ai cinesi, questi nonostante tante strette di mano i soldi, è bene dirlo, non ce li hanno. Ripetete con noi: non hanno i soldi. I progetti della BRI sono niente più che questo: progetti. In realtà, lo sviluppo cinese è finanziato da un decennio svuotando le tasche delle famiglie, obbligate a investire in crescita statale e nelle ditte care allo Stato; cosa che ha visto il consumo interno crollare miseramente a fronte di un export che non è riuscito, se è per questo, a pareggiare i conti. E le ambizioni economico commerciali cinesi, altra cosa da chiarire, nascondono probabilmente anche ambizioni geopolitiche che faremmo bene a considerare come tali, visto che Washington lo ha già fatto, e se lo dicono loro allora è vero, punto. Cominciando a compiere mossette tipo finanziare l’indipendentismo uiguro e ricordare al mondo che ad aeronautica, marina ed arsenale nucleare stanno messi molto ma molto meglio di tutti gli altri messi insieme. Dal canto suo, la Cina possiede invece l’esercito più numeroso del mondo, che se dovesse essere messo in campo non avrebbe scarpe a sufficienza per un primo assalto, nonostante i tanti potenziamenti recenti – anch’essi illuminanti, anche al netto delle tante rogne piccole e grandi dell’area. E a proposito dell’area: sia dal punto di vista commerciale che da quello militare, la Cina può considerarsi isolata. Dopo aver smascherato le proprie ambizioni in Pakistan, i ferri corti con la fortissima in potenza, debole India sono ormai snudati: l’India risponde covando rancori e chiarendo che l’Oceano Indiano e i confini a nord non si toccano, e rispolverando il patto commerciale con Australia e Giappone (chiaramente in area anglosassone se non proprio direttamente in tasca USA).

Quanto alla Russia, non solo non hanno geopoliticamente voce in capitolo, ma anche commercialmente non sono esattamente questa superpotenza. Il fattore più preoccupante è semmai un patto d’acciaio Russia – Cina, che per quanto gli analisti al pensiero se la facciano nelle braghe ogni due per tre è altamente improbabile: primo, perché la Russia ha maggiore interesse a fare affari con l’UE (che sta finanziando sottobanco e limonando da lunghi anni); secondo, perché con i cinesi non è mai, ma proprio mai corso buon sangue, e l’idea di rafforzare una potenza nucleare rivale praticamente dentro i propri confini non è molto pratica.

E questo, molto in sintesi, è lo scenario sul quale oggi chi va alla firma della Via della Seta spergiura che noi italiani, forti di una capacità negoziale, impositiva, progettuale, strategica, di visione ai minimi storici – mai, mai stati così tagliati fuori dai giochi e dalla realtà – giura che non c’è proprio niente di cui preoccuparsi. Sine qua non, siamo qua noi, come diceva quel tale.

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