Vanniloqui
Infodemia, pur piccina che tu sia…il potere logora chi l’ha

Diceva Guicciardini, a proposito del popolo, che è “un animale pazzo, pieno di mille errori, di mille confusione, sanza gusto, sanza deletto, sanza stabilità”. Pronto, secondo Mussolini, a seguire docilmente fino al mattatoio, sua ultima méta, essendo esso bue. Valutazioni certamente poco lusinghiere, dettate forse da un certo grado di spocchia intellettualistica, del tipo che gli italiani, il popolo, la gente, sono sempre gli altri, e non ci si rende mai conto che dello stesso insieme si è parte – cosa comune, anzi, fondante nell’identità psicologica degli italiani, il senso che gli italiani, che sono sempre gli altri, siano tutti cretini, a differenza di chi parla. Il che, lo si guardi da come lo si guardi, ha sempre un fondo di ineluttabile verità. Predisposizione genetica, quindi, come fattore certo; o se si preferisce, storico-antropologica, che parlando di una popolazione è meglio (tanto più che sulle cause fisiologiche dei fattori morali da migliaia di anni si disquisisce, senza trovare la pistola fumante). Poi, però, come in tutte le analisi degne di questo nome, bisogna inchinarsi allo strapotere della realtà multifattoriale. L’italiano, questo popolo capace di saccheggiare i supermercati alla ricerca di scatolette che non mangia, sapone che non usa, mascherine che non indossa, è un bue particolarmente scemo o è un bovino nella media ma molto mal condotto?

La verità, checché se ne dica, non sta mai nel mezzo; sta piuttosto, equamente o no, distribuita su tutte le cause prese in esame, senza volerne fare una questione di grandezze o proporzioni. Certamente c’è un gravissimo problema di conduzione, di esercizio del potere: quella cosa che, come i muscoli, con grande soddisfazione di Lamarck, se non lo si usa lo si perde (sul cervello e sul pene, la Scienza è ancora divisa ed incerta). Nel caso del potere, tuttavia, lo si perde anche se lo si usa male (e qui, le metafore cerebrali e sessuali trovano di nuovo facile sponda). E un modo ormai classico di usarlo male è quella tecnica che consiste nel governare attraverso la paura. Non che sia una tecnica moderna, intendiamoci. La base è semplicissima: si convince il popolo che solo grazie all’azione del (partito, presidente, re, imperatore) Tizio si potrà ottenere protezione da (fattore X variabile, riempire i puntini: comunisti, fascisti, achei, cannibali, musulmani, atei, la malaria, la crisi, la disoccupazione, fans di Gigi Proietti, acquirenti di Gigi d’Alessio, quel che si vuole). Così, creando un nemico esterno – o interno – alla bisogna, o addirittura sfruttandone uno esistente, non importa quanto reale e concreto, si creano banalissime dinamiche in / out group che i sociologi e psicologi sociali (e i critici del potere) da sempre ci spiegano tra una caduta di braccia e l’altra, e da sempre ci mettono in guardia da esse, smascherandole. Tutto inutilmente, va detto. Il problema consiste nella natura dell’animale che va a comporre il branco. C’è una grande differenza tra il governare sul popolo, e governare attraverso il popolo: nel secondo caso, non si può proprio evitare di starci a contatto. E se governi un animale tramite la paura, devi sempre sperare che la paura sia quella che decidi tu, e che veda in te il mezzo per difendersi da essa; se questo non succede, sei seriamente nei guai. Tecnica ampiamente usata, ed abusata, già nella Rivoluzione francese, momento in cui non già i poveri furono a ribellarsi, ma una serie di Giovani Turchi scontenti del loro essere poco ricchi e nobili rispetto agli altri che ritennero di usare il popolo come massa di sfondamento.

Funzionò tantissimo. Tanto che anche gli organizzatori degli scontenti finirono alla ghigliottina – se avete dei dubbi in proposito, chiedete a Robespierre. I vari socialismi non fecero altro che approfondire, estendere, perfezionare il concetto di popolo, e perfezionare questa tecnica con esso; cosa che funzionò sempre tantissimo, a patto che, come dicevamo, non ci fosse un succedaneo disponibile. Ad esempio: a Mao, a Stalin andò benissimo, perché si premurarono di sterilizzare ogni forma di opposizione, e nel contempo curarono con grande delicatezza l’altro modo, imprescindibile, di gestire il potere: vale a dire, convincere il governato che sei un buon conduttore, che stai molto meglio con lui che senza di lui. Tale è, ad esempio, la lezione degli Imperatori romani: silenziosa ma inequivocabile eliminazione degli oppositori, di ogni ordine e grado, e panem e circenses a tutto spiano al popolino, perché non si incazzi. I nemici, i rischi, i collassi, dare sempre l’impressione di poterli gestire. Bastone solo implicito, carota grande, grossa e succosa: questa la facile ricetta. Viceversa, il potere attuale in Italia si basa sulla progressiva eliminazione, avvenuta per gradi sino alla crisi recentissima, di ogni fiducia nel potere costituito, di ogni credibilità in esso e nei suoi meccanismi, dipinti come marcescenti, inutili, grotteschi e dannosi. Per poi rivestire, dopo la frana, gli stessi panni. Adesso: non c’è bisogno di un genio per capire che un potere che delegittima se stesso non può funzionare tanto a lungo. Basterebbe anche qualcuno normale di cervello con qualche idea alternativa da porre in atto subito dopo. Cosa che, evidentemente, è venuto a mancare. E si va verso Governi di Crisi, Comitati di Salute Pubblica e varie altre spaventose diciture, di fronte a crisi innescate dalla paura del virus, dalla paura dei migranti, dalla paura della crisi, dalla paura della povertà, dalla paura della paura della paura della paura – solo paura. Solo che le persone, nonostante le grandi fortune della metafora, non sono né bovini, né ovini (altra fortemente gettonata). A parte che gestire anche solo un gregge solamente con la paura di un nemico esterno vi ci vorremmo vedere: se non hai idee chiare e polso forte, nel migliore dei casi le pecore vanno dove cazzo gli pare a loro, nel peggiore, il cane prende e ti sbrana in un Ba. Gestire le persone, è un po’ più difficile. Ce ne saranno tante, tantissime che con il barbatrucco della paura andranno dove vuoi tu, potenzialmente all’infinito, come ampiamente dimostrato in un momento storico in cui si passa senza soluzione di continuità dai comunisti alla crisi agli ebrei al Bilderberg all’inquinamento al disastro climatico al virus alle borsine di plastica. Poi, ci saranno i delinquenti, quelli che sulla paura ci speculano, quindi a loro non gli fai un baffo, o addirittura ne godono, perché gli piace. Ci saranno i ribelli per antonomasia. Ci saranno i devianti che la paura non sanno proprio provarla, molto molto pericolosi, veri alieni. E poi, più paurosi di tutti, sottostimati, ci saranno i cani di paglia, quelli che sono placidi finché non li metti con le spalle al muro, poi improvvisamente il ragionerino del catasto ti ammazza e ti serve in tavola porchettato.

In tutto ciò, è inevitabile citare anche il ruolo giocato dai media per diffondere questo squallido, inefficace abuso di tecnica di governo. Senza di essi, questa non potrebbe mai funzionare e morirebbe ancora in fasce; senza invece una regolamentazione draconiana, al limite antiliberale di essi, questo delirio non può che prosperare in una colonia fungina destinata presto o tardi a replicarsi tanto da distruggere ogni possibilità di autosostentamento; per dare il via a nuove mutazioni, sempre sulla stessa falsariga, fino a quando non si arriverà alla sterilizzazione più assoluta per giungere infine a qualcuno con le idee molto chiare sul come si mette in riga il branco, cosa che, potendo avere come alternativa qualcuno in grado di pascerci grassi, coglioni e contenti, sarebbe bene non desiderare, checché ne possano pensare tanti nostalgici di cose che in ultima analisi non si capisce come facciano a conoscere, visto che per fortuna è da un pezzo che sono vacanti. Purtroppo, il ruolo dei media è, o dovrebbe essere, se veramente liberali e professionali – e qui, con buona pace dei social a cui non riconosciamo un ruolo informativo che peraltro non si sono mai sbracciati per arrogarsi di diritto (ci riferiamo in particolar modo al giornalismo e alla deontologia che dovrebbe avere, in un utopistico contesto in cui non si morisse di fame a dire le cose come stanno) quello di informare e, sì, anche di educare, di istruire. Niente panico, niente paura: i dati sono questi e questi. Oppure: i dati sono molto brutti, e quindi bisogna fare questo, e questo. Invece, complice l’inevitabile equazione paura uguale interesse uguale denaro, fanno da volonterosa grancassa ad un sistema veramente laido, che non può che tendere verso il basso, con varia inclinazione a seconda del momento (ma sempre al basso). Per poi magari criticare proprio la mancanza di educazione e di informazione che fa degli italiani i soliti italiani. Solo che gli italiani, ed è tautologico, sono italiani, e non si vede come potrebbero essere altro. E del resto, anche il confronto con altre realtà sarebbe bene fosse il più possibile virtuoso e, manco a dirlo, onesto. Fa un po’ senso tutta questa autocritica dell’italiano che si definisce tale come se fosse un disvalore rispetto all’essere qualcosa di altro, quando poi, e non lo diciamo per vantarci né per scusarci, gli altri fanno allo stesso modo, se non peggio, oltretutto senza fare autocritica ma gonfiandosi di presuntuosa presunzione di bravura. Perché altrimenti ricadiamo nella stessa tecnica di cui sopra, governare per mezzo del confronto col cattivo, o l’imbecille, di turno: siete fortunati, pensate se foste in Italia.

Auspichiamo, in sintesi, che quanti hanno fatto di questo giochino il loro cavallo di battaglia – politicamente molto visibili e riconoscibili nell’agone attuale – svaniscano come il Dodo e facendo anche meno clamore e tenerezza di esso, e che, attraverso un qualcosa come seimila anni di progressiva risalita, si arrivi a preferire una situazione in cui i mezzi di comprensione del cittadino siano così ben curati da capire come non sia necessario svaligiare le farmacie giocando al Piccolo Chimico in casa mescolando alcool e varechina per lavarsi le mani (non lo fate. NON LO FATE) per difendersi da un virus contro il quale non c’è alcuna difesa, se c’è è temporanea e labile e se pure non si sa quanto utile possa essere. Con buona pace, di nuovo, di tanta informazione sedicente scientifica che fornisce dati a casaccio in un momento in cui i dati, essendo fortissimamente in divenire, sono ben lungi dall’essere tali da poter permettere una comprensione del fenomeno e le corrette reazioni, di panico, di accettazione, di totale menefreghismo che siano. Certo: dopo aver demolito, con sua grande complicità, il ruolo e la credibilità dell’informazione ufficiale, non resta spesso che abbeverarsi alle fonti avvelenate delle star dei social, titolate o meno che siano, come la povera colonna di giacche blu in territorio Apache. Rischiando di fare la stessa fine.

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