HomeInterventiVanniloqui Il giorno dei trifidi o quasi

Vanniloqui
Il giorno dei trifidi o quasi

E’ strano accorgersi che, con tutta questa attenzione concentrata sui migranti, non ci stiamo accorgendo dell’effettiva invasione che, zitta zitta, quatta quatta, sta avvenendo proprio sotto ai nostri occhi; quotidianamente, silenziosamente, addirittura con la nostra compiaciuta complicità i membri di alcune specie piuttosto diverse dalla nostra colonizzano le nostre case, i nostri posti di lavoro e di tempo libero. Indisturbati, addirittura gioiosamente favoriti in questa loro opera di colonizzazione continua e martellante, che sempre più spazi occupa – geografici, sociali e intellettuali – e sempre meno, di conseguenza, ne lascia per chiunque altro. Ci costano svariati miliardi ogni anno e rappresentano una vece cospicua delle nostre uscite; ma non basta, perché da ogni parte si levano numerose, autorevoli voci che ci consigliano, ci spingono, ci orientano a spenderne sempre di più, per loro, sempre di più. D’altro canto, non ci sarebbe nemmeno tutto questo bisogno di una così martellante propaganda, perché abbiamo finito per dipendere da loro così profondamente da esserne ormai del tutto dipendenti. Sono infatti, a meno che non ci inventiamo qualcosa al volo – ma sarà molto molto dura – insostituibili ormai, nel nostro quotidiano, e se venissero a mancare tempo un paio di settimane la nostra tanto decantata civiltà, così moderna e articolata, imploderebbe, senza manco fare tanto rumore. Chi sono? Ma le piante, poffarbacco.
Lo sappiamo: vi state già facendo una risatina, un po’ di sollievo, un po’ facendo i sarcastici di fronte a quella che pensate sia una freddura, un po’ anche scocciati perché speravate di avere materiale a sufficienza per sviluppare qualche altra bella paranoia, nel caso che la disoccupazione gli attentati le malattie la guerra il caldo le novità editoriali non fossero abbastanza opprimenti. In questo ultimo caso, potete moderatamente gioire, perché sarete subito soddisfatti. Cominciamo subito con qualche dato sui cui non ci si sofferma mai: le piante sono qui da milioni di anni prima di noi, e sopravviveranno senza problemi quando noi ce ne saremo andati da un pezzo. Sono capaci di sopravvivere ad ogni clima e ad ogni intemperia, al freddo come al caldo, sopra e sotto l’acqua; molte di esse, al pari dei batteri, che pure sono forme di vita infinitamente più semplici, sono virtualmente indistruttibili, sia come soggetti che come specie. Sono capaci di mutare ed adattarsi quasi a qualsiasi condizione di pressione, temperatura, altitudine, gravità e di riprodursi laddove nessuna altra forma vivente potrebbe arrivare anche solo ad avere abbastanza fiato per limitarsi a non tirare le cuoia. E questo, per noi che ormai senza tonnellate di porno nemmeno ci ricordiamo com’era il sesso, è un dato che fa riflettere. E non solo quello. Considerate: tutto quello che ha portato noi a considerarci la specie dominante del pianeta, evoluzionisticamente parlando, loro l’hanno fatto al contrario. E hanno avuto ragione loro. Dove noi abbiamo organi distinti, loro hanno funzionalità distribuite. Noi abbiamo giocato tutto sulla mobilità, loro sull’immobilità. Noi mangiamo altre forme di vita e consumiamo energia; loro mangiano aria, luce e scarti e producono energia. Si muovono, senza avere muscoli; respirano, senza avere polmoni; hanno memoria senza avere cervello e vedono senza avere occhi, creano una tale varietà di composti chimici da far impallidire qualsiasi industria del settore, tanto che per noi l’unico modo per venire in possesso di determinate molecole è semplicemente prenderle da loro (basta vedere su cosa si basa l’industria farmaceutica, per dire). Le tagliate a pezzi e si riproducono. Mentre voi vi uccidete di chat su Facebook per rimorchiare loro spargono il loro seme che viene portato a destinazione da vento, gravità, maree, correnti, animali, e invariabilmente finisce a frutto. Ancora qualche dubbio su chi sono i miti che erediteranno la Terra? Se non vi basta, ricordatevi che anche dopo l’estremo saluto per loro sarete utilissimi come concime.
E non pensate che si limitino a crescere qua e là o a farsi passivamente allevare per il nostro utile sfruttamento. Certo, sarebbe già ampiamente sufficiente: provate un attimo a considerare quante sono le forme di energia che oggi noi ricaviamo dalle piante o dalle loro trasformazioni, e vi verrà il panico. Per non dire del loro utilizzo come materiale da costruzione pressoché insostituibile, ancora oggi come diecimila anni fa. O come cibo; ma questo punto lo vediamo fra poco. No; le piante ingannano, mentono, si mimetizzano, ricordano e non sappiamo se odiano (no dai, che sennò la paranoia è assicurata) ma certamente sanno dove conviene loro infilarsi e dove no, e sviluppano strategie per ambo le situazioni. Ci sono piante che si sono fatte un culo così per inventarsi una chimica che se le tocchi muori fulminato, non parliamone se le mangi. Altre invece che hanno raffinate selezioni di alcaloidi e ti spingono a consumarle in preda ad una dipendenza assoluta, animali e uomini. Altre fingono di essere commestibili, così le pianti e dopo hai voglia a spargere glifosato per eliminarle: il consumo di diserbanti è aumentato del 5000% negli ultimi anni, col solo risultato di avvelenare acqua e persone, che le piante sono diventate resistenti, mutando la propria genetica. Una guerra persa in partenza. E ci sono quelle che alla fine la guerra la vincono: tipo la segale, che ha imitato il grano così a lungo da finire con l’essere considerata vantaggiosa, specie in certi climi, rispetto ad esso, e quindi oggi coccolata e diffusa e riprodotta dall’uomo, disponibile e servile. Non è un simpatico rovesciamento di punti di vista? Noi pensiamo sempre di essere qui ad allevare una specie per il nostro vantaggio, e invece alla fine magari è vero il contrario. Ebbene; secondo molti scienziati è proprio quello che è accaduto. Siamo in presenza di una intelligenza aliena; non umana, di sicuro, ma certo intelligenza. Abbiamo selezionato noi il grano, o il grano ha selezionato noi? Noi coltiviamo il caffè, o esso ci usa per riprodursi? La patata, i fagioli, i peperoncini, la soia, il riso, per fare due esempi: sarebbero così universalmente diffuse, senza di noi? Una osservazione non peregrina: loro, senza di noi sopravviverebbero benissimo. Noi, senza di loro, ciao ciao, nel giro di pochi giorni. Quindi; noi, al servizio di poche specie, sterminiamo tutta la loro concorrenza (e assieme ad essa interi ecosistemi) per favorirle. Noi siamo i loro fichi, rendiamoci conto, non il contrario.
Circa il 70% del fabbisogno alimentare della razza umana deriva dal consumo di cereali; per la quasi totalità, nell’ordine, da mais, riso e frumento, ampiamente staccato l’orzo, irrilevanti gli altri; poi viene la soia, molto spinta al momento più dagli USA che dagli orientali (ricordatevi anche la polemica contro l’olio di palma: era una manovra per far emergere quello prodotto dal legume). Se si interrompessero i raccolti, 3 miliardi di persone morirebbero nel giro di venti, venticinque giorni. E non stiamo parlando delle aree sottosviluppate, sia chiaro. Ci sono scorte di cereali per due settimane, in tutto il mondo. Quanta probabilità c’è che si interrompano i raccolti? Molto alta: ci sono certi funghi che possono letteralmente mangiarsi interi continenti di grano nel giro di pochi giorni. L’unica cosa che ci separa da questo scenario, al momento attuale, è la ricerca febbrile OGM di varietà micoresistenti; si bombardano tonnellate di cereali con gli isotopi per vedere se salta fuori qualcosa di diverso. E saltano fuori, eh. Poi, dopo qualche mese: da capo a dodici. Ecco, se volete QUESTO è il momento per sviluppare la paranoia. Siamo arrivati a dipendere per la nostra sopravvivenza da pochissime varietà, che per motivi di rendimento si vanno man mano sempre più riducendo; se scompaiono queste, o si ingrippa qualcosa nel meccanismo – due anni di siccità, o una eruzione che generi un inverno nucleare, ipotesi non tanto remota – siamo praticamente fottuti. Pensate: ogni anno si scoprono oltre 2000 varietà di piante; di queste, ne utilizziamo circa il 10%, e per l’alimentazione, una percentuale microscopica, a tutto vantaggio delle specie più note e a svantaggio delle altre, e di tutte le altre alternative fonti di alimentazione.
Alimentazione che, detto per inciso, non è nemmeno tutto questo granché. Con buona pace dei tanti amanti della pasta (e come si fa?) del pane, del vino, della pizza, praticamente delle basi della nostra alimentazione mediterranea, non siamo fatti per nutrirci di carboidrati, carboidrati, carboidrati e carboidrati (sì, questo contengono, le piante. Anche le fibre sono carboidrati). Lo sanno bene gli animali, che ingozziamo a mais e frumento e si sentono talmente male da crepare giovani (ma per noi non fa differenza). A proposito: un americano, tra il mais che ingurgita in forma normalis, quello che beve e mangia sotto forma di zuccheri (da esso tratti) e la carne che butta giù allevata anch’essa a mais è composto di mais al 70%. Immaginate cosa sarebbe per loro un problema alle coltivazioni di mais mondiali. Ma non temete: stanno aggiungendo la soia. Che non fa neanche troppo bene; perché i vegetali non sono fatti per essere mangiati, tra le loro proteine scarsissime e assumibili solo da chi ha bel altro sistema digerente e le loro contromisure chimiche sotto forma di fitoormoni e fitati e irritanti vari, tali per cui la quasi totalità delle intolleranze e allergie alimentati nel mondo sorge al consumo di veg.

Nessun commento

Siamo spiacenti, il modulo di commento è chiuso in questo momento.