Vanniloqui
Boomerang #metoo: dall’esplosione all’invasione alla derisione

Era purtroppo estremamente facile arguire che non sarebbe stato un successone: delegare il compito di giudice, giuria e carnefice al pollicione, verso o recto, degli spalti era sì una cosa che garantiva uno spettacolare spettacolo; molto meno uno sviluppo armonioso, costruttivo ed equo del percorso che avrebbe dovuto portare alla soluzione del problema. La giustizia, per quanto sembri affascinante l’idea di non aspettarne i tempi, è lenta per un motivo: oltre alla innegabile componente di burocrazia essa si nutre anche di una fase, che si spera sempre non breve e neppure sbrigativa, di indagini volte ad accertare cosa realmente sia successo, le responsabilità, le motivazioni dei soggetti attori delle vicende, operanti o subenti i fatti. Così, per quanto a molti, e specialmente a molte, è sembrata buonissima l’idea di istituire tribunali hashtag, la gran messe di processi sui social – e sarà anche ora di considerare nel novero anche i media tradizionali, che quanto a virtualità, pervasività, accoglienza e presenza stanno recuperando il lag, integrandosi al resto – non ha fruttato, in fin dei conti, nulla se non un gran casino.

Lungi dall’ottenere una sensibilizzazione nei confronti di un problema troppo spesso ignorato e sottaciuto – quello della spropozione del potere e dell’uso strumentale dello stesso nella richiesta, esplicita o implicita, di favori sessuali in cambio di altro – i processi mediatici del movimento #metoo non hanno generato, ad oggi, alcun comportamento virtuoso nella platea che volevano, direttamente ed indirettamente, andare selvaggiamente a punire; in compenso, hanno fatto calare un velo, scuro e pesante, proprio sui reati e sulle pratiche da sanzionare che volevano andare a far emergere. Perché in poco tempo, e grazie alla disorganizzazione, alla ferocia, allo sproloquio cannibalistico di cui tante fiancheggiatrici e componenti il movimento hanno dato ampiamente mostra, si è sviluppata una reazione – prevedibilissima – di rifiuto dell’argomento in toto; che rischia di tornare a vivere sottotraccia, come è sempre stato. E, all’ombra di questa protezione di sospetto di bufala e di ragnatela di interessi congiunti, di ricatti evidenti, meno evidenti e supposti, di tanti stereotipi al maschile e al femminile, insomma: di cultura, nei suoi lati meno qualificabili come tali ma innegabili e deteriori, rischia di prosperare e di raggiungere nuove vette, magari con l’ausilio di nuove forme di protezione.

Perché il #metoo, come tutte le cose umane, è purtroppo gravato da un semplice ma pesantissimo difetto: è umano, composto da umani e mosso da umani. E in quanto tale complesso e ramificato, e fragile, pur nella sua spaventosa carica di inondazione capace di travolgere, assieme alle case dei cattivi, pure quelle dei buoni; e oltre a dare finalmente visibilità – pur parziale, parzialissima – a fenomeni dei quali volentieri tutti ci sbarazzeremmo, funge da Cavallo di Troia per una serie di regolamenti di conti più o meno isterici, più o meno legati alla questione sessuale. Perché non tanto di sesso si va parlando, ma come al solito, più che altro, di potere; e non c’è tanto la richiesta di scuse e di giustizia, quanto di risarcimenti onerosi, e non c’è un invito al traghettamento culturale in un secolo diverso, ma bensì una gran voglia di scannamento. Festa grande per avvocati, per inserzionisti di social e di tabloid e per tutto il resto di quelle miserabili professioni che campano, con pieno gusto o obtorto collo, come ogni necroforo delle disgrazie altrui. E se si limitassero ad offrire un servizio nel triste momento meriterebbero il plauso sociale; avvoltoi e becchini, in quanto tali, andrebbero onorati. Ma in molti altri casi, dal risolvere la situazione all’aiutare affinché si verifichi, il passo è breve. E così, è innegabile la spintarella, gentile eufemismo, data dalle parti interessate alla diffusione a macchia d’olio del becerismo in questa vicenda.

Poi, in un simile marasma c’è spazio per qualsiasi cosa. C’è spazio per l’investigazione minuta delle attitudini, abitudini, peccati ed omissioni di Asia Argento: che dio ci scampi, al di là del suo ruolo (a tratti merito, a tratti colpa) di avere incendiato la miccia di questa tempesta da lungo incombente su di noi, volerla rendere testimonial di qualcosa che non sia quel che già indubbiamente è Asia Argento in quanto tale era già evidente sin dall’inizio che era una mossa altamente suicida. Non capiamo pertanto tutta questa bagarre sulla sua credibilità, colpevolezza, innocenza, merito o meno. Asia Argento è, probabilmente, tutto ciò, tutto insieme, allo stesso tempo; ci ha abituati da tutta la vita a queste considerazioni. Non merita per questo né la gogna che le si para davanti dopo averla messa su di un piedestallo (in molti casi, dalla stessa folla urlante), né il disprezzo e la crocifissione: una persona può essere vittima in molti casi, colpevole in altri, e rimane sempre una persona, non un ideale puro e immacolato. E poi Asia Argento, ma rendiamoci conto. Così come non merita i processi sommari dei benpensanti e dei livorosi sui social: se reato si configura, sarà la magistratura a indagare, con buona pace di chi ha riposto (poveretto) in lei speranze idealistiche che ora sente tradite. Complotto per affossare il problema delle donne? Attricetta in cerca di visibilità? Scappata di casa vittima di un ricatto da parte di un cialtrone opportunista? Ci sta tutto e il suo contrario. Ma sono tutte illazioni e, come al solito, click baiting: manna per chi ci guadagna, una montagna di miserie, per il resto.

C’è spazio per le manovre politiche delle fazioni femministe più agguerrite e ciniche. C’è spazio per la stupidità autolesionista del movimento Pussy Hat e delle comunità LGBT che oggi non vogliono che la vagina si indichi come vagina, perché siccome gli uomini che si sentono donne non ce l’hanno potrebbero sentirsi, poveretti, discriminati. C’è spazio per Catherine Deneuve che rivendica il diritto di essere un essere umano anche sessuale, anche preda, anche sottomessa o giocante, e per le sedicenti femministe che la massacrano verbalmente e le augurano stupri e violenze delle quali hanno sentito nella quasi totalità dei casi parlare solo per sentito dire da fonti di terza mano; c’è spazio per la Aspesi che la difende e al contempo risulta giudicante, c’è spazio per Margaret Atwood che fa notare che le femministe vere un massacro così non lo farebbero, c’è persino spazio per le varie fazioni politiche dell’editoria che, in gran parte, decidono loro chi è colpevole e chi no, a Hollywood, in tribunale e in strada, il New York Times, il Post e via dicendo. C’è spazio anche per il mare di accuse, spesso discutibili, lanciate a personaggi di vario tipo, James Franco, Brizzi, Ansari, C.K., Spacey, alcuni distrutti, altri solo quasi. C’è spazio per tutto. Solo che, è il caso di dirlo, molti di questi spazi sono sbagliati. Completamente sbagliati.

Sono sbagliati perché, senza voler entrare nel merito di molte vicende – ripetiamo, i processi istituiti via hashtag non sono processi: sono linciaggi, e a noi non fanno sangue – quello che la Argento ora scopre, e che in molti avevano capito fin da suo calcio d’inizio, è che i fatti sono spesso non comprovabili; e per quanto i sospetti possano essere facili, ovvii e anche magari fondati, restano sospetti. Solo che, in questi argomenti, una accusa, col clima che si è creato, è già sufficiente per una condanna. E questo, concedetecelo, è un fatto di per sé mostruoso. Sul quale poi si imperniano mille altre considerazioni: il grottesco del sessismo anche quando si parla di vittime (sono più vittime le femmine, no, i maschi, no, gné gné gné), il vittimismo, il pianto greco, la platealizzazione artistoide, il compiacimento delle folle di fronte al sangue, tanto, tanto e tanto altro. In tutta questa carneficina giustizialista, e nel mare di teste che cadono ora, e che cadranno in seguito alla necessaria Restaurazione, non abbiamo dubbi sul chi ne farà le spese (volevamo usare una locuzione sessista: ci siamo trattenuti. Vedete? Si può). Ne faranno maggiormente le spese le donne, come al solito; perché, piaccia o no, sono la parte debole di questa equazione. E non le attrici che si vendicano oggi per avere ottenuto una carriere miliardaria a suon di gonfiotti, ma le tante abusate sessualmente, civilmente, emotivamente negli atroci rapporti di potere della vita comune e quotidiana: per loro, non parla nessuno. Solo che, queste, non solo non fanno notizia se non due giorni di livore sui social: ma per loro nemmeno parla nessuno. Perché le donne, di loro, non parlano, che non fanno notizia. E gli uomini, quelli che – e sono moltissimi – vorrebbero parlare di loro sono messi a tacere con sprezzo, accusati di mansplaining e quindi di nuovo di voler ottenere potere.

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