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Una ronda non fa primavera

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Tra i tanti argomenti che fanno certamente notizia – avvistamento di stormi di immigrati malvagi in arrivo sulla penisola, vaccini killer, platani killer, insanabili disastri ecologici, le diete detox dei ricchi e già magri, gli accoltellamenti bizantini romani – una cosa che un giornalaio desideroso di far carriera non può assolutamente farsi mancare è la malvagità intrinseca delle Forze dell’Ordine, che si estrinseca attraverso tutta una serie di attentati alla vita civile pubblica e privata dei cittadini.

Il nostro popolo – santi navigatori poeti, tutti affetti da una discreta schizofrenia – pare proprio non sapersi decidere tra il fascino della divisa e la fascinazione dell’orrido della divisa, come se la divisa stessa, e non gli uomini che la indossano, facesse la differenza. E magari, è pure così. Ma magari, proprio come per ogni altra categoria data oggi in pasto al pubblico ludibrio, è anche ora di fermarsi cinque minuti a riflettere. E’ innegabile che chi va in giro in bande armate attrezzate di manganelli e pistole possa non riuscire immediatamente simpatico e rassicurante. I segnali del pericolo ci sono tutti: colori di guerra, cipiglio severo, licenza di biasimare e pure peggio.

Ed è altrettanto innegabile che molti tutori dell’ordine pubblico investiti di questo che è uno degli oneri/onori più gravosi mai concepito da una società fin dagli albori della nostra razza prendano, come dire, un po’ troppo sul serio il proprio ruolo, assecondando quella postilla (peraltro scritta nero su bianco) che affida loro il monopolio della forza in modi che dimostrano un po’ troppa passione per il ruolo. Sì, se ve lo state chiedendo: stiamo usando una caterva di eufemismi pesanti come un cappotto di renna nella calura padana di agosto, per rimarcare il fatto che se uno incaricato di servire e proteggere i cittadini, anche da se stessi, gonfia uno di botte e lo ruzzola giù dalle scale finché questo non muore di epilessia forse forse dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di prendersi un lungo periodo di riposo, farsi curare il cervello e cercare una occupazione che lo porti meno a contatto con la gente, magari darsi all’elicicoltura, o alla conta dei licheni, cose così.

Utili anch’esse alla comunità, e che non lo facciano sentire in obbligo di pestare qualcuno a morte. E si tratta, è bene rimarcare la differenza, di attività che seppure ugualmente letali ed esecrabili non appartengono alla stessa categoria, diciamo, di quando detti tutori dell’ordine aprono il fuoco contro civili disarmati, diciamo 182 colpi di mitra e varie ed eventuali sotto l’Isolato San Rocco. In questo caso, le pallottole uccidono ma sono di Stato e quindi non fanno male; difatti, liberi tutti. Nel precedente, la violenza non è neppure dettata da ordini, quindi è persino punibile.

Questo per dire che non facciamo il tifo per certe pratiche che, sempre usando una certa qual dose di eufemismo, ci sentiamo di segnalare come abbastanza paternalistiche. Tuttavia. Tuttavia, certi addensamenti di notizie ci fanno sempre insospettire e mal pensare. E’ molto sospetto che, dopo decenni in cui non si poteva emettere un fiato in tono di critica nei confronti di determinati soggetti, oggi appaiano al contrario con frequenza sempre maggiore alla gogna. E’ innegabile che dai cori di via, via la polizia ad oggi sia passata tanta acqua sotto ai ponti: sembra però che quell’acqua non abbia lavato alcunché e non sia servita a molto, salvo erodere la credibilità di solo uno dei contendenti.

Che oggi si ritrova con voce sempre più grossa ad unirsi ai cori di ACAB, perché siamo riusciti a far diventare cool (fico) pure questo, la protesta contro la violenza delle forze dell’ordine. Le quali sono davanti ad un bivio non indifferente: cosa fare, provare nuove strade per l’intervento, beninteso senza benzina nelle macchine perché più che un mestiere è una missione, oppure adattarsi a lavorare di comunicati stampa e lasciar parlare gli spin doctor degli altri, fermi, fermi, non fare per non sbagliare? Il problema è assai complesso ed emerge in tutta la sua forza ad una analisi anche leggerissima delle ultime puntate dello scontro benpensanti buoni / poliziotti cattivi. Si riapre il dossier del povero Cucchi, si assegnano nuove colpe, se ne riconoscono di vecchie e ovvie; sembra tutto semplice, ma attenzione, la giustizia è tardiva ed evidentemente viziata dalla sensazione (anche qualcosa di più) che se non fosse stata per l’insistenza delle parti lese si sarebbe tutto fermato a tarallucci e vino.

E uno. Poliziotti malvagi entrano e manganellano poveri studenti occupati a sfogliare libri in quel di Bologna, salvo poi scoprire che detti studenti erano probabilmente per otto decimi cialtroni con una idea del bene pubblico un attimino confusa e un’idea del diritto quantomeno interessante. E due. Finanzieri orwelliani costringono, cane alla mano, a lanciarsi dalla finestra un giovane accusato di possedere modiche quantità di gadget ricreativi al momento sanzionabili, salvo poi scoprire che si trattava dell’utilizzo privato di pubblico spauracchio finito molto male per evidenti lacune nella progettazione. Sono ormai quasi 50 anni che sappiamo – o dovremmo sapere – come i comportamenti degradati, violenti, devianti emergano non a partire dalle capacità o inclinazioni degli individui, ma dal contesto in cui gli attori sono immersi; Zimbardo, col suo spaventoso esperimento carcerario di Stanford, ha mostrato nel ’71 con chiarezza quanto ci voglia a trasformare una persona normalissima in un potenziale carnefice ottuso e crudele.

Calandoci nel quadro attuale, facciamo una ipotesi: probabilmente, la consueta quartassa mediatica, le retribuzioni adeguate al secolo scorso, l’addestramento, pure, se non peggio, lo spaesamento dei trasferimenti obbligati, la separazione forzosa dal resto della società, la selezione non brillante non generano un clima adatto alla creazione di un servizio di forza pubblica di qualità straordinaria. Il quadro è vieppiù arricchito dalle dichiarazioni non tanto dei tanti esclamatori per hobby e per professione di giornali e social (le cui affermazioni ovvie non solo ci aspettiamo, ma che troviamo tanto insulse quanto speciose), quanto da quelle dei rappresentanti di dette forze. Ne emerge spesso un quadro di impotenza, di volontà frustrata, di trincea ideologica, di confusione circa i mezzi ed i ruoli che potrebbe avere anche un fattore necessario ma scomodo, scomodissimo come la forza pubblica in un Paese che avesse il coraggio di ripensarla, di investirci sopra passione ed idee nuove e moderne. Che rischierebbero, senza mutare il contesto tristissimo, di andare anch’esse sprecate.

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