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Una riflessione sulla morte…ed una sull’Inps

Vecchia_dito_medioUna delle punte di diamante nella lotta alla perdita di consapevolezza, vero baluardo contro lo smarrirsi nel mare di cretinate che ci affliggono quotidianamente e ci portano a soffrire come cani per un nonnulla, è l’antichissimo esercizio della meditazione sulla morte; lo troviamo – sviluppato spontaneamente e sorprendentemente simile – in molte culture raffinate dell’antichità, dall’estremo oriente alle civiltà mediterranee al Sudamerica. Consiste nel soffermarsi a considerare che quello che stiamo vivendo potrebbe essere l’ultimo giorno che ci resta da vivere, per noi, o per i nostri cari. Immediatamente, e con l’esercizio via via sempre più, accade che nella nostra coscienza le cose importanti vengono osservate come tali, e quelle superflue abbandonate: una vera lezione di vita. La nostra società, così labile, così frettolosa, ne avrebbe un grandissimo bisogno. La nostra società avrebbe tuttavia anche da mettere a punto un’altra meditazione: non già sulla morte, ma stavolta sulla vecchiaia, che non è altrettanto certa, ma forse ancora più presente e sgradevole. Non è facile occuparsi di vecchiaia; di quella degli altri, e tantomeno della propria.

Veniamo da un periodo storico in cui gli anziani tiravano dritto a macinare le zolle fino ai novant’anni, e poi si accasciavano sul letto con testiera in massello dopo una influenzetta, oppure tiravano una saracca e restavano lì, tra la stalla e il fienile, stesi, che ti accorgevi solo dopo un paio d’ore che papà non aveva ancora portato dentro gli stivali; vecchi coriacei, da osteria, da argine e da calanco, pronti a spadroneggiare su figli, nipoti, preti di paese e nuore e droghieri ma deboli di cuore nei confronti delle signorine del telegiornale; nonne ingrassate a suon di sfoglia e bucato sul filo e sedia col gomitolo in mano da farti avvolgere tra le mani, scampati alla fame, alla spagnola, allo sfollamento, alla guerra, al socialismo, al comunismo e al fascismo, alla diccì e al plì e al prì e al suffragio universale, gente da fiasco di chianti, da rosario e messa in televisione la domenica mattina e da padelle pulite con la carta di giornale. Gente, insomma, che si attaccava alle poche cose del loro universo con le unghie e coi denti e che teneva in conto ogni giorno come un compito da portare avanti; senza il tempo di sentirsi inutili, si trovavano cose da fare, convivevano con un mondo in accelerazione e morivano in casa loro senza tanti drammi, come il coniglio per il pranzo di Pasqua.

Esemplari così, rotti al gioco delle bocce e alla bancarella dell’ortofrutta, ce ne sono ancora; ma sempre più rari. Oggi, l’immagine dell’anziano come quello con cui siamo cresciuti va cancellandosi, mentre due figure gli si sovrappongono: una pietosa, flebile, uno specie di spettro che agonizza in un lettino intruppato tipo caserma senza più sapere manco chi è, con il personale dell’ospizio che passa stracci fetidi lungo i pavimenti e organizza deliziosi intrattenimenti che non divertirebbero un bimbo di 4 anni. L’altra, un tizio/a che indossa pannoloni tecno che gli permettono di fare la ruota come una ginnasta di tredici anni, che scala l’Everest, si appiccica la dentiera con l’Orasiv e poi via, a mietere cuori, che pratica triathlon e gioca in borsa a settantacinque anni, la vita è bella per sempre, l’importante è essere fotogenici e soprattutto vincenti. Dove si incontrino e divergano queste due immagini, a parte nella mente malata dei pubblicitari, è presto detto: nel reddito.

Mentre voi state riflettendo sul come procacciarvi il pane nell’immediato, c’è già chi sta facendo i conti sul quanto pane costerete quando non sarete in grado di procacciarvelo. Come dice il proverbio: una madre campa dieci figli, dieci figli, non campano una madre; e i conti dell’INPS tendono a tenere poco conto della realtà, a volte per eccesso, a volte per difetto. In un Paese da sempre povero e sprecone come il nostro, in cui i fondi devoluti per il Welfare tutto – e in particolare per la terza età – sono risibili rispetto alle effettive esigenze, anche minime, anche solo di salvaguardia della dignità, i calcoli vengono sempre fatti col goniometro e più che alla programmazione ci si appoggia sul censo personale. Abbiamo infamato la Fornero, quando non era altro che un semplice calcolo aritmetico già seguito in tutti i Paesi industrializzati: uno slittamento minimo, e il futuro si rinsalda. Oggi si ventila l’ipotesi di dare indietro una parte della pensione: nessuno lavora più, il Paese invecchia, non abbiamo fondi freschi.

Coraggio: fra poco la generazione più costosa, i nostri genitori e nonni, non ci sarà più; tra di essi molti che non hanno mai versato e che attingono ai fondi pensionistici che noi dovremmo versare per noi stessi. Sarà a breve la volta di attingere a quelli dei lavoratori di domani, se pure ci si riuscirà, se pure ci saranno, per accomodarci in comodi lettini intruppati in ospizi progettati come patrie galere (e non è un modo di dire: filiazione diretta dei primi ospedali, a loro volta discesi dai manicomi, a loro volta discesi dalle carceri), per chi non avrà i soldoni per farsi accudire da personale a domicilio, straniero o, crisi perdurando, generato in proprio, perché la mancanza di lavoro può anche portarti a gestire diversamente il tuo tempo, e magari accudire un genitore non è il peggio che tu possa fare. O così, o fare come nella realtà dalla quale pensavamo di aver preso le distanze: attaccarsi con tigna alle proprie cose a vita, non firmare l’usufrutto per i figli, nascondere il testamento e cercare il pane fino al termine dei giorni, anche piuttosto rincoglioniti, ma sempre meglio che il Bingo al giovedì e le stanze che sanno di pappagallo. Non il pennuto.

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