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Vanniloqui
Tormentoni estivi

juan-directionChissà quali canzoni cantava Agnese, seduta sul manubrio di Graziani – doveva essere assai leggera, e il caro vecchio (o giovane) Ivan avere due garretti che nemmeno Bartali sul Pordoi. E che pedalate deve avere fato, senza neppure poi averla baciata: classica, vecchia dolce sindrome del Tassista, che pur di mostrarsi galante porta le ragazze dove vogliono, e poi queste si concedono a qualcun altro. E sì che Ivan probabilmente all’epoca era già un valente chitarrista da spiaggia, di quelli che rimorchiano un sacco. O forse, per sua stessa ammissione, no: era uno di quei chitarristi da spiaggia che, loro, suonano, e le ragazze limonano con qualcun altro allietate dalla musica. In ogni caso, che canzoni avrà cantato, la bella Agnese? Quell’anno ci fu una certa dovizia di tormentoni estivi che sembravano fatti apposta per essere cantati sul manubrio mentre un pollo pedalava: Umberto Tozzi aveva centrato il bersaglio con “Gloria”, le cui frasette sulle mani che lavorano piano sembravano alludere a insuccessi con l’altro sesso rimediati pedalando più forte, mentre si affacciava la Rettore col suadente “Splendido splendente” che l’anno successivo sarebbe diventato un Kobra (ancora più suadente, e strisciante); mentre “Comprami” di Viola Valentino avrà messo forse in agitazione Ivan inducendolo a contare mentalmente gli spiccioli, conta interrotta da “Ricominciamo” di Pappalardo e da “Tu sei l’unica donna per me”, ma vuoi vedere che se non l’hai mai baciata magari ci sarà stato un motivo?

Eh già: in questa caldissima estate abbiamo avuta pochissima forza per pedalare, dato il caldo atroce, ma molta per riflettere su quali tormentoni estivi il Signore, nella sua severità, ci avesse imposto. E’ stata veramente, veramente una prova molto dura; cominciata a fine aprile suppergiù col Despacito, che avevamo intuito ci avrebbero fatto uscire dalle orecchie, è poi proseguita con una salva di sedicenti rapper (altresì detti “Rapper col Rolex”, per tracciare chiarissimi paralleli) e sedicenti nuovi autori, ciascuno con la sua canzonetta estiva preparata in quattro e quattr’otto. Bombardati dalle salve dei Thegiornalisti con le rime su Riccione e la critica allo stesso esercito del selfie sul quale poi stracampano (sì, il cosiddetto autore è lo stesso per i due brani: Tommaso Paradiso, l’uomo dolce come una merendina), con le inquietanti ed evocative assonanze con certi pezzi sempre balneari dei Righeira quando ci annunciavano che l’estate stava finendo: e, sì, un tempo era una cosa dolorosa, perché l’estate ci piaceva nonostante il caldo facesse sciogliere l’asfalto sotto ai cavalletti delle moto. Oggi le moto non sono più leggere di allora, e il caldo non meno feroce, ma siccome l’asfalto è diverso non si scioglie più, traendoci in inganno; però la prospettiva di un po’ di fresco e di salvezza dai tormentoni estivi presenti ci sorride, anche considerando che finiranno le vacanze. E arriverà bene il giorno in cui J-Ax e Fedez cominceranno a pagare per lo scempio cui ci hanno sottoposti, e Fabri Fibra se dio vuole avrà la Pamplona che tanto ha invocato.

Ma sì: in fondo, non è che le estati scorse non ci abbiano regalato sconcezze paragonabili a quella attuale, radiofonicamente parlando. Passino le prodezze vocali della povera Giuni Russo che imitava i gabbiani, il desiderio di morte freudiano di Battiato che voleva affogare lontano sulle onde e i juke box di Bennato, brani che allora ci sembravano entusiasmanti e oggi ci sembrano liriche immortali al cospetto dello sfascio; ma avevamo anche i sunnominati Righeira che non arrivavano mai alla Playa, l’orribile gentaglia di Ibiza dell’agitantesi Sandy Marton ed il mostruoso Gioca Jouer di Cecchetto, per dire. Per cui, contentiamoci di partecipare alla lapidazione sperando che qualcun altro ‘sta benedetta prima pietra: lo sconcio musicale è sempre esistito, poco da dire. Però, però. E’ impossibile non notare come, se le orecchiabili avevano un certo spessore, magari anche una preparazione, una volontà veramente autoriale alle spalle – supportate dai vari Festivalbar ci arrivavano oltre alle suelencate anche le varie Berté che non erano signore, e poi i robot e le bamboline di Camerini, gli amoreusi solitari dell’esotica Liò, Marcella Bella e la Rettore che si davano battaglia per chi fosse la voce più spiaggiabile d’Italia e tanta altra dignitosissima roba – da un certo punto in poi ( metà ani ‘80) il disimpegno, nei testi, nelle dinamiche, nelle costruzioni abbia decisamente prevalso e alle nostre languide e a volte anche graffianti canzonette italiche si siano sovrapposte prima un mare di elettronichette anglofone, poi un esercito di ballabili vagamente spagnoleggianti. Siamo così passati dal centro di gravità permanente al self control; che detto così sembra praticamente la stessa cosa frutto di una identica volontà di ricerca interiore, mentre invece fino al ‘90 nella hit parade estiva ci sono solo due o tre canzonette in italiano, tra le donne di Zucchero e le fotoromanze della Nannini. Tutto il resto, o straniero o astutamente stranierizzato, ivi comprese le esplosioni di Jovanotti, di Ivana Spagna e di Sabrina Salerno (esplosiva, poi rapidamente per nostra fortuna implosa).

E poi nell’89 l’arrivo del primo ballo da ospizio in gita: la Lambada, che cova sotto le ceneri per qualche anno, tenuto in vita in tutti i villaggi vacanze e nelle discoteche (che, pur di sopravvivere alla propria epoca ormai ahinoi terminata, si ingegnano di curare i cinquantenni a suon di aperitivi, gruppi di cover nostalgiche e revivalissimi da abbronzature da lampada) per poi dare la stura ad una voglia di balli di gruppo (già scriverlo è doloroso) che poi nel ‘96 ci frutterà l’orrida Macarena, per preparare il terreno a quel Ricky Martin che da allora in avanti non siamo più riusciti a toglierci dalle palle. E poi Jarabe De Palo e poi persino Paola e Chiara si sono accodati a questo orrore; ma niente da fare, ormai la stura era data. E pensando ai ballabilini estivi di quest’anno buttati su paraculamente e frettolosamente da Rovazzi, da Soler, da Giorgia, da Jovanotti, persino dal voltagabbana Gabbani (che ingiuria l’industria del consumismo intellettuale a Sanremo, ci fa i soldi su e dopo due mesi propone un ballabilino al calippo veramente disgustoso, pardon, alla granita) quasi tiriamo un respiro di sollievo, che per fortuna almeno questi non sono da animatori di villaggi vacanze rivieraschi. Tander, ta-ta-tander.

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