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Te la do io Cortina…

Nota critica introduttiva: la presente ballatina in rima più o meno baciata rappresenta una novità nel registro stilistico degli Interventi  ma ci pare importante perché rappresenta altresì l’ultima evoluzione nella scrittura del reggiano Pier Francesco Grasselli, altresì definito il “Tondelli Vittoriano”. Già autore di numerosi romanzi di successo (uno per tutti “L’ultimo Cuba Libre”) in cui descriveva le derive erotico-edonistiche della Reggio bene, il Grasselli ha lentamente intrapreso un percorso inverso, dopo alcune esperienze paranormali, che l’ha portato ad approfondire le connessioni culturali delle spiritualità e trascendenze millenarie. Entro il 2015 dovrebbero finalmente vedere la luce i primi due tomi di questa sua faticosa ricerca. Oggi, come una sorta di Guenon dolomitico, non rifugge la società ma ci vive dentro quasi estraniato secondo la massima di Paolo VI (nell’enciclica “Ecclesiam suam”): “essere nel mondo ma non del mondo”. Qualcuno l’ha recentemente così dipinto: “Una sorta di S.Simeone lo Stilita, laddove il capitello-seggiola su cui appoggia il deretano sono ad altezza d’uomo” (gianpar)

 

Domani è Natale, si scia e ci s’abbronza,

e già si respira aria di vacanza.

A far da padrone, s’intende, è la lonza,

in barba a Dante e alla buona creanza.

E anche quest’anno ci son lamentele,

degli ampezzani destino crudele,

ché la stagione gli fa mica gioco,

di bianco e di freddo ce n’è proprio poco.

È proprio vero che ormai le stagioni

son divenute roba da burloni.

Se aspetti il sol, puoi scommetterci, piove,

l’inverno è verde, o fa sei metri di neve.

Dal Padreterno un dì ripartite,

or le stagioni son bell’e invertite,

o se non altro tagliate a metà,

ché non sai più dire il tempo che fa.

Persino la neve del primo gennaio

è ormai un fenomeno straordinario.

Vabbe’ che la sparano con i cannoni,

che d’estate tengono nei capannoni.

Nei ristoranti ci s’abbuffa e s’ingrassa,

per le vie del centro già più non si passa,

«Che palle, che palle, perché son venuto?»

esclama il turista un poco abbattuto.

Bella la tuta all’ultimo grido

l’occhiale da sole è sempre più figo.

Il cellulare non ne parliamo,

un po’ più sottile e ti scappa di mano.

Maestre di sci da girar la testa,

i Don Giovanni col Rolex in resta,

il pranzo in baita, la cena al ristorante

e per la notte le feste son tante.

Portate che metton l’acquolina in bocca,

e di nascosto qualcuno che tocca

il culo sodo di qualche ragazza

che ride di gusto e mica s’incazza.

Bei siparietti a sfondo sessuale,

ché in fondo, dai, non c’è niente di male…

Chi si dà al ballo, chi piglia una sbronza,

Chi per sua sfiga raccatta una stronza.

Or nei salotti s’accendon voglie

e già si vede qualcuno che tresca

«Com’era buono, quel millefoglie!»

«Quella è piccina, speriamo che cresca!»

«In fatto di tette, quella non scherza,

se vedo bene, è almeno una terza.»

«Commendatore, apra pure un’inchiesta.

Quella è sua moglie, ma oggidì me l’impresta!»

Approccio diretto oppur di rimbalzo,

certo non manca qualche sobbalzo,

quando il consorte nasa l’affare,

ma non temete, ha anche lui il suo daffare.

Dal portier si pretende totale riserbo.

Son cose, queste, da trattar con nerbo.

Per lauta mancia testé ricevuta,

ch’esser da men discrezion non aiuta.

Tutto compreso o mezza pensione,

bisogna prendere la palla al balzo,

e quasi non scappa ad alcun l’occasione,

«Fai pur la preziosa, ché adesso t’incalzo.»

«Guarda laggiù, il vestito marrone,

è il seno esplosivo che aveva Giunone!»

«E quelle non sono le gambe di Venere?

Intendo la bionda col crine di cenere.»

«Non certo amor, ma soltanto sesso,

ovvero qualcosa che sta un po’ più in basso.»

«Sai, anche tua nuora è molto sensuale…»

«Dai su che in fondo è pur sempre Natale!»

Il parroco di Cortina:

«Certo il locale è arredato con gusto,

ma quello che vedo non mi sembra giusto»

si dice il parroco facendosi avanti

mezzo assordato dagli altoparlanti.

«Questo mi pare un raduno pagano,

pure se il conte fa a lei il baciamano.

E anche chi è arrivato da molto lontano,

testé giunto a Mestre, in aeroplano,

ora mi appare non poco frivolo,

al punto da farmi temere il diavolo.»

«Lo so ben ‘ste cose non fan sensazione,

c’è in giro uno spirito sì godereccio,

di vino e tabacco massiccia assunzione

ed i passatempi, colpa del tempaccio,

son, sai, una tendenza all’autodistruzione,

non sol da pudore per trarsi d’impaccio.»

«Non voglio dire che sia blasfemo,

ma se ci penso un pochino tremo.

E i piatti gustosi a base di porco….

Che c’è rimasto, al di là del corpo?»

«Ho gran rispetto e molta pazienza

so che si tratta di palati fini,

ma del buon gusto e della decenza

questi svitati han varcato i confini!»

«Altro che chef da Gambero Rosso,

qui, ne son certo, si pecca all’ingrosso!

Le donne lo ammetto son proprio belline,

ma non approvo le orge belluine!»

Il conte

«Ceduto ha ormai la diga»

dice il conte ai paparazzi,

mentre un gruppo di ragazzi,

viziati fino all’osso,

brindano «alla figa»,

ridendo a più non posso.

«A Cortina, al giorno d’oggi,

mi ci vengon proprio tutti,

dei distinti e dei selvaggi,

gente a modo e farabutti,

pur qualcun che s’è bruciato

per aver qualche vantaggio,

e che è stato processato

per reato d’aggiotaggio.»

«È una gran triste sfilata,

Corso Italia è un’infilata

di arricchiti e di turisti,

di vippetti e di arrivisti;

per non parlare di quei bellimbusti,

che si fan passare per artisti.»

«È l’invasione da fuori porta

e di cafoni un sacco e una sporta,

ma devo dire di bella presenza,

e se non fosse per qualche cadenza

li si potrebbe anche tollerare

e al tè del pomeriggio persino invitare.»

«Ce n’è d’ogni risma, di belli e di brutti,

al tavolo insieme, i sani e i distrutti.

Senza complessi, né scuse né orari,

poveri diavoli e milionari,

gomito a gomito, senza alcun fremito,

salvo ogni tanto un piccolo anelito

che può tradursi in un breve attrito,

un guarda storto e l’altro fa il dito.

Ma per la gioia dei poveracci

tra l’uno e l’altro son poi baci e abbracci

ed il diverbio finisce in niente,

anche se pensi: “Che deficiente!”»

«Questo di certo non è un bell’andazzo,

ormai le cose vengòn fatte a cazzo.

Loro diranno che ho qualche balla,

eppure io sento odore di stalla!

Tra cioccapiatti, villani e parvenu,

qui si rimpiange il tempo che fu!»

Così si lagna il conte,

che sfoggia lo smoking ampezzano,

e forse, un pochettino,

lo champagne gli ha preso la mano…

«Pure le femmine hanno un che di sospetto

se le guardi ben bene, hanno il naso rifatto;

se poi te le trovi nude sul letto,

lì ti si rivela a dir poco piatto,

un sen’ che da fuori era quasi perfetto!»

«Tutte agghindate per farsi notare,

le dilettanti in fatto di trucchi

fan concorrenza a quelle del mestiere,

tanto che è un attimo farsi sviare

e tra leccapiedi e modi bislacchi

scambiar puttane per ereditiere.

In quanto alle dita più inanellate,

stai bene in guardia ché sono sposate.»

«Ma se non vuoi che lei ti sbaciucchi,

non fan per te ‘ste storie alberghiere,

sei tu che hai cannato, e adesso ti scucchi,

pagale il conto e non farti più vedere.»

«E anche se a volte si mostran sdegnose,

di trovar un partito son sempre smaniose,

il partito conveniente od un semplice cliente,

non importa s’è cafone e nemmeno se è un po’ tronfio,

purché abbia il saldo grosso e il portafoglio bello gonfio;

non importa se è pelato, se è vecchiotto o ha il doppio mento,

purché in giro sia chiamato “re del sale” o “del cemento”.»

Il parroco di Cortina:

«Qui tra grandi scorpacciate, brindisi e femmine scosciate,

le ragioni della festa son belle che dimenticate!

E tra spacchi mozzafiato, décolleté e profumi,

salta subito all’occhio la decadenza dei costumi.

Si direbbe che il Natale non ha più significato,

sol pretesto per spassarsela a qualche pappa altolocato.»

«E le donne col Jeeppone,

ovunque vadan, è a cannone,

e col rombo del motore,

fanno a tutti un gran spavento,

roba che finisci sotto,

se non stai molto molto attento…»

«Separate o divorziate,

son di nervi ormai andate,

in carriera o maritate,

si fan largo a gomitate,

tanto isteriche e stressate,

quanto belle e trascurate,

sì che van sui SUV sparate.»

«E se i bimbi e le bestiole

rischian d’esserne falciate,

contro un muro o nelle aiole,

lor sul ghiaccio scivolate,

ferman spesso le cariole,

che da un giorno o due acquistate

son già belle che scassate.»

«Ciò nonostante io non le scuso,

in quanto il loro è proprio un abuso,

si tratta pur sempre di educazione,

non solamente di freno e frizione.

Potrebbero certo andare più piano

o per lo meno non star contromano.»

Colpo di scena.

Tuttavia il parroco del paesino

ha giocato ai ricconi un tiro mancino.

Non che volesse guastargli la festa,

ma un po’ di giudizio fargli entrare in testa.

Nottetempo, di soppiatto,

se n’è uscito ratto ratto,

e aiutato da un coatto,

or sentite cos’ha fatto…

Ha affisso un manifesto davanti alla chiesa

così che tutti quanti lo possano vedere.

Chi, col filippino appresso, torna dalla spesa

e chi va in enoteca e degusta un buon bicchiere.

«Badate, signori» ci sta scritto su,

«si chiama Natale, perché è nato Gesù!»

«Chi è ‘sto Gesù?» si chiedon le ragazze

mentre si fanno belle per quelle notti pazze.

E pure le gran dame dell’alta società,

che nonostante i soldi son piene di ansietà,

sfuggenti e imbacuccate nelle pellicce nuove,

quel nome l’han sentito, anche se non san dire dove.

Sulle pellicce siate acquiescenti,

quelle gran dame sono innocenti!

Non lo sapevan che per far quelle stole,

son state scuoiate dozzine di bestiole!

Purtroppo serve a poco,

gli preferiscon il cuoco.

Svagata è la gente,

ne vuol saper niente!

Chi con tono assai imperioso, rispedisce a casa il servo

e chi corre al ristorante, a papparsi il suo gulasch di cervo.

E tra i fasti luculliani e le feste in discoteca,

l’ultimo dei crucci è la propria anima cieca!

C’è persin chi s’è magnato un piattone zeppo d’ostriche,

importate per via aerea, forse pure dalle Americhe,

dai e dai che gli ampezzani, ormai nervosi ed esauriti

quando pensano ai foresti, li vorrebber già partiti,

sì che spesso si domandan, e vabbe’ che si guadagna,

che bisogno avevan, questi, di venirsene in montagna?

 

 

grasselli

Il nostro Pier Francesco (terzo da sinistra) ad una processione notturna di don Ranza. Con lui si riconoscono il critico d’arte sgarbiano Filippo Silvestro, l’inseparabile nonno, Conte di Fellegara e (ultimo a destra) uno dei primi prototipi del leghista Matteo Salvini

Pier Francesco Grasselli  Cortina d’Ampezzo, Natale 2014

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  • Le evoluzioni stilistiche del Grasselli sappiamo da dove nascono ma non dove finiscono…