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Sturm und Trump

dolcettoSì, d’accordo, ha un parrucchino – speriamo sia un parrucchino – disgustoso e grottesco. Sì, d’accordo, c’ha la moglie tutta rifatta. Rifatta bene, però, ammettiamolo. Sì, è vero, è un populista della peggior specie. E’ superficiale, villano e sgarbato, rozzo, e ha il dito sui grilletti di tre quarti delle più grosse pistole del mondo. Ma, a parte questo, che vi ha fatto Donald Trump, a voi, per farvi portatori di una campagna mediatica a suo danno?
L’ultima volta che abbiamo guardato, era Presidente degli Stati Uniti, mica del Consiglio, o del Cansiglio, in Italia. E’ il caso di sprecarci tante parole, tanti caratteri, tanta passione? Oppure abbiamo veramente così poco da impicciarci dei casi nostri che prendere parte attiva alla politica americana ci sembra un buon sostituto del leggere un buon libro, e magari ci fa pure sentire come se contribuissimo alla soluzione dei problemi del mondo?
Tipo, mettere fiori nei cannoni, come facevano i tizi alla stazione, eliminare il problema della fame, risanare l’economia internazionale? Si potrebbe pensare che in un Paese, come il nostro, da sempre abituato a navigare a vista, anche se dopo Schettino non possiamo nemmeno più contare su questa abilità, non dovrebbe essere costituire una preoccupazione insanabile il sapere se salga al potere un guerrafondaio di destra o di destra, in America; così pure, l’idea che questi metta mano ad una politica sanitaria appena impostata dal suo predecessore per cancellare le idee di riforma appena concepite, in casa nostra, potrebbe sì essere motivo di curiosità, non certo di ansia. Ovvero: considerato lo stato della nostra Sanità, e le dinamiche che sono alla base dello sfascio, gridare allo scandalo dei (supposti) errori altrui non appare tanto irrilevante, quanto piuttosto una perdita di tempo.
C’è da dire che pensieri come questi che stiamo in questo momento esternando, d’altro canto, costituiscono la base di quel familismo amorale (facciamoci i cacchi nostri, e buonanotte al secchio) per il quale l’Italia è ben nota nel mondo e non contribuiscono di norma a fare di noi partecipanti attivi e consapevoli alla scena della vita internazionale alla quale, volenti o nolenti, siamo chiamati, non essendo più da lungo tempo né l’ombelico del mondo, né tantomeno scollegati da esso. No; non è tanto l’interessamento che ci fa riflettere. E’ lo sconfinare di questo in una sorta di faziosità che lascia veramente il tempo che trova. Già ampiamente collaudata in casa nostra, e ampiamente riconosciuta come inutile da chi ha un minimo di sale in zucca, questa idea della partecipazione alle idee politiche come se fossero tifoserie avversarie lungi dal diminuire di intensità, ora che non esistono più fronti nettamente contrapposti, è invece aumentata, deflagrata.
Come se si cercasse di rimediare con l’intensità della paranoia allo sfilacciamento della concretezza delle offerte. Tanto che ci divertiamo a stare con la bava alla bocca anche per le più esigue dichiarazioni politiche espresse a migliaia di chilometri di distanza. Anche se, forse, è più facile, meno rischioso e più comodo interessarsi di problemi che non ci vedono in alcun modo interessati e a proposito dei quali non possiamo intervenire, rischiando di sbagliare, manco volendo. Eppure, tutta questa preoccupazione per le magagne della telenovela della Casa Bianca potrebbero, volendo, sfociare davvero in qualcosa di utile. Tipo: comodamente assisi in poltrona, approfittarne per dare un’occhiata a quello che ci aspetta nel nostro prossimo futuro, per evitarlo, se del caso.
Eh già: perché a livello ideologico, tecnico, sociale, è già un bel pezzo che importiamo (o veniamo colonizzati dal) il pensiero vigente negli Stati Uniti. Ad esempio: bibita e patatine alla mano, possiamo ora assistere allo spettacolo di una fabbrica di auto che, non completamente sostenuta dalla politica e dal sistema fiscale dell’intero Paese, deve farcela con le proprie forze, magari con idee intelligenti. Tipo, una a caso, la Fiat.
Ebbene, siamo proprio curiosi di vedere come fa ora che, invece di essere spesata di tutto, deve pagare il pizzo e stare sotto battuta. Oppure; la lotta tra sanità pubblica e privata negli USA non dovrebbe farci riflettere, e molto attentamente, come si stia evolvendo anche in casa nostra lo stesso tipo di problema, e se osservando i problemi che nascono in casa d’altri, non sia il caso di cominciare a trovare soluzioni per tempo? Oppure ancora: le sbandierate idee di politiche economiche nazionaliste e protezionistiche di cui vanno cianciando ora, portano vantaggi o dita negli occhi agli imprenditori e alle famiglie? Come osservare un formicaio, da una distanza ampiamente di sicurezza. Lo ammettiamo: stiamo barando, perché nel momento in cui dall’altra parte dell’oceano discutono di simili scelte anche in casa nostra si stanno verificando, più in piccolo, le stesse identiche dinamiche.
Non sono più i tempi in cui la colonizzazione delle idee statunitensi nel nostro Paese scontava un gap di una trentina d’anni. Ora, vuoi per la globalizzazione, vuoi perché nel mondo non si ragiona più i base a supposte mentalità nazionali, nel momento in cui la modernità e la diffusione del pensiero liquido caro a Bauman ha già uniformato l’agire, ed il pensare, delle classi sociali omogenee, se in America starnutiscono, in Italia prendiamo il raffreddore. E non c’è più nemmeno bisogno delle basi missilistiche: basta una pagina Facebook. Osservate l’andamento delle campagne elettorali statunitensi, e saprete con certezza quali saranno i trucchetti e gli spettacolini adottati – senza mediazione critica, goffamente, senza intelligenza e senza estro – nelle nostre prossime ribalte (e ribaltoni).
A maggior ragione dovremmo perciò imparare il senso della prospettiva e capire che la maggior parte di queste dichiarazioni, di queste esternazioni, di queste decisioni altisonanti non sono altro che quello che sembrano: puro show rivolto all’elettorato da un lato, e da chi paga le campagne elettorali, dall’altro. Non sarebbe male, per una volta, lasciar correre l’occasione di sgolarsi nel proprio inutile parere su cose sulle quali non abbiamo la minima influenza per buttare lì un occhio se per caso non siamo sottoposti in casa nostra alle stesse identiche rappresentazioni teatrali, a dove vogliono portarci, quale biglietto dobbiamo pagare per simili forme di falsa partecipazione alla cosa pubblica, idee ed azioni.
Perché una cosa è certa: la partecipazione di cui cantava Gaber come di condizione sine qua non della libertà civile, non è certamente questa. Questo è il suo copione, come fossimo in un meraviglioso, gigantesco reality.
Fine della conversazione in chat.

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