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Si scrive Eurotassa, si legge Eurotruffa

monti-pino-300x191Sulla carta sembra una bella storiella da libro Cuore, in cui tutti gli Stati d’Europa rinunciano a un pochetto della propria sovranità in cambio di un’Eurolandia più unita, in cui tutti si vorranno ancora più bene e in cui tutti staremo meglio. In realtà basta scorrere i nomi di colui a cui è venuta la brillante idea, il ministro del Tesoro tedesco Wolfang Schauble, e di colui che è stato chiamato a presiedere la task force di 9 membri che daranno vita al Leviatano, ovvero Mario Monti, per rendersi conto che la cosa più saggia da fare sarebbe quella di chiamare il 113, piuttosto che imbarcarsi sul primo volo internazionale, destinazione il Paese più lontano dall’Italia.

Ma tant’è. Stiamo parlando della nuova Eurotassa. Ecco come la descrive Der Spiegel, il settimanale tedesco che ha anticipato la notizia. “Il piano di Schaeuble prevede che la Germania e gli altri Stati (sicuramente quelli dell’eurozona, eventualmente anche gli altri membri della Ue) devolvano parte delle risorse riscosse con l’Iva e l’Irpef a livello nazionale a un fondo europeo destinato ad andare in soccorso dei Paesi in crisi. Oppure – in alternativa o come operazione complementare – che una tassa addizionale, sull’Irpef, sull’Iva o su altre forme di imposizione, venga introdotta per finanziare appunto il nuovo fondo europeo. Con aliquote e criteri da decidere su basi nazionali differenziate. La gestione sovrana di queste entrate verrebbe delegata a un nuovo alto dirigente dell’Unione.

In sostanza, una specie di “superministro delle Finanze dell’eurozona“. Capito? “Con criteri e aliquote da decidere su basi nazionali”. Come dire: l’Unione vuole dotarsi di un fondo proprio, al quale parteciperà ciascuno Stato in maniera differente. E questo sarebbe uno strumento per armonizzare il sistema fiscale in Europa riducendo gli squilibri? Un conto sarebbe fare in modo che tutti i cittadini partecipino al fondo in egual misura (in questo caso l’Italia potrebbe guadagnarci, considerando il peso del nostro Paese in termini di popolazione e Pil all’interno del paniere di Eurolandia), un altro far pagare ciascuno Stato in base a criteri ancora tutti da stabilire, ma che metterebbero comunque ciascun Paese in conflitto col confinante.

E considerando il fatto che a capo del team di tecnici deputati a fissare le regole del gioco ci sia Mario Monti, è tutt’altro che una garanzia per noi italiani. Secondo punto: “La gestione sovrana di queste entrate verrebbe delegata a un nuovo alto dirigente dell’Unione”. Come dire: nonostante questa Europa vassalla della Germania sia ridotta allo stremo, c’è ancora spazio per mettere le mani nelle tasche dei cittadini per mantenere un altro super burocrate parassita. Terzo punto: foraggeremo l’eurotassa attraverso un’imposta già esistente (che non finirà più nelle casse romane ma in quelle di Bruxelles) o ne verrà istituita una ad hoc? La differenza è sostanziale, ce ne rendiamo conto? Anche perché noi italiani di eurotasse vantiamo un ricordo penoso: vi ricordate quando nel novembre del 1996 l’ottimo professor Romano Prodi ci obbligò a pagare l’Eurotassa per entrare nel tanto amato euro?

Ci venne sottratto il 3,5% del reddito annuo lordo, attraverso 9 comode rate mensili. E cosa ricevemmo in cambio? Un bel nulla. Ma questo lo possiamo dire col senno del poi. Mica meglio sarebbe stato finanziare il fondo con l’emissione di Eurobond? Uno strumento finanziario disciplinato e uguale per tutti, capace di garantire il medesimo risultato? O forse con gli Eurobond non si sarebbe dato alla Germania il potere di gestire le tasse degli italiani e al Moloch di Bruxelles di assumere altri parassiti? Del resto appare molto più immediato e semplice bastonare i cittadini italiani, in un momento in cui la situazione del nostro Paese è pressoché disastrosa (nel silenzio dei governanti): dopo un primo trimestre di crescita discreta, dovuta più che altro a fattori esterni, quali la svalutazione dell’Euro e all’aumento delle scorte, occorrerà valutare se lo slancio espansivo sarà confermato anche nel corso dell’anno. Una cosa è però certa sin da ora: a tassi di crescita dello 0,2-0,3%, all’Italia occorrerranno circa 25 anni per tornare ai massimi del Pil di inizio anni 2000.

E lo stesso dicasi per il mercato del lavoro. Ieri il Fondo monetario internazionale nel suo rapporto sull’area euro, ha scritto che “senza una significativa accelerazione della crescita, ci vorranno quasi 20 anni all’Italia per ridurre il tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi”. L’istituzione di Washington sottolinea che la disoccupazione nella zona della moneta unica “è alta” e che “probabilmente lo resterà ancora per molto tempo”. Conclusioni sulle quali salta la Cgia di Mestre, che mette in evidenza come dal 2007 al primo trimestre del 2015 in Italia si sono persi 932.000 posti di lavoro. Ma che ce ne importa, con la nuova Eurotassa non “guadagneremo di più, lavorando un giorno in meno”, ma ci sentiremo molto più europei. Non saremo più ricchi, ma di certo ancor più tristi e sfiduciati.

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