Vanniloqui
Scusi c’è Bugo? Fenomenologia e fenotipologia sanremesi

Dice che, per carità, lui non guarda Sanremo, non lo guarda mai. Troppo nazional popolare, troppo banale, troppo di bassa lega. Poi lì mica ci vanno per cantare, ma per vendere i dischi, e allora, vuoi mettere, stasera mi guardo il Decalogo di Kieslowski che due palle eh, ma quando poi lo dici rimorchi come una scimmia. Poi invece si prepara cellulare, tablet, pc e diretta streaming e segue pezzo per pezzo fino alle due mentre guarda un telefilm, l’ultimo aggiornamento sul coronavirus, una infografica sul twerking, scarica un porno su e-Mule, aggiorna il profilo Linkedin e per sbaglia ci mette il commento “Elettra culona” che invece avrebbe condiviso su Whatsapp, dove finisce uno sterile “Responsabile logistica automunito” e su Facebook copia e incolla “XXX PARODIA STAR TREK” per poi scaricare col Mulo qualcosa con la culona suddetta, magari tutta la discografia completa (si fa poi presto). Chi è?

E’ il mediaspettatore medio italiano, ambosessi, cari signori: orgoglio e speranza di ogni rassegna Sanremese degna di questo nome, il target desiderato per tutte le fregnacce e le comparsate programmate per ogni singola edizione almeno da quattro anni a questa parte. Edizioni in cui chiunque, programmando il Festival, non tenga conto della natura del collasso multimediale della realtà, dell’accrocchio spazio-tempo per cui il commento sui social è capace di uscire un millisecondo prima della prima scena televisiva, è destinato al fallimento e all’eterno scorno. Ma andiamo per gradi. Anzitutto, è saggio ricordare che Sanremo nasce già televisivo. La prima edizione del ‘51 vede partecipare quattro soli interpreti, tutti sotto contratto con la stessa etichetta (Cetra, fondata da EIAR), tre serate già in diretta. Logico che il fattore estetica mostri i muscoli fin da subito, in un simile contesto, anche se non è ancora una rassegna di freak come quella cui siamo da tempo abituati. Ovviamente, gli abiti e le intemperanze sono commisurate al gusto dell’epoca; benché non si tratti ancora di andare a teatro (la kermesse si sposta all’Ariston, finalmente terminato, solo nel ‘77) e si è ancora nel contesto del Casinò (dove, per colmo di fortuna, gli spettatori siedono a tavolino e possono anche bere) un certo rigore nell’abbigliamento è d’obbligo.

Rigore che, come per tutte le situazioni più o meno ufficiali, specie quelle in cui sono usi palesarsi i Vips, resta fino ad oggi inviolato; certamente tra il pubblico, ma anche sul palco non si scherza e si tende a confondere l’idea della seriosità della competizione con un codice da pinquini che peraltro è lo stesso di tutta la musica classica e dintorni. In breve: se sei ingessato sei classico. Di qui, la grande trasgressività che è propria di un popolo che ha conquistato il mondo col Rinascimento e che porta tutti a svenimenti laddove un cantante già indossi le scarpe da ginnastica. Figurarsi se si mette un cappello coi cedri come Carmen Miranda o esce le tette come Elodie. Figurarsi se si veste da mascotte della Esso come Elio o da merluzzo di Capitan Findus come Achille Lauro o copia l’acconciatura della Levi Montalcini come Morgan. Noi italiani siamo sempre pronti a stupirci di fronte al trasgressivo, è nel nostro DNA di insalate di riso sul plaid alla domenica, di birre Peroni ghiacciate e rutti liberi. Sta tutta lì la differenza tra i primi Festival – della canzone, tant’è vero che gli interpreti erano sempre quelli, e comunque sin dall’inizio popolare, già immaginata per non essere una culla di talenti artistici da far tremare i polsi ai maestri della dodecafonia, per dire.

Il problema, semmai, è quando il trasgressivo si mangia la canzone. Per gli affezionati di Sanremo è – era – un canone inviolabile che, dal susseguirsi di giovani e meno giovani, marchette e meno marchette, robe inascoltabili e gestioni inamidate dei soliti noti intoccabili, due, tre, ma pure cinque o sei pezzoni indimenticabili sortissero dal mucchio di mota semiliquida e restassero lì per sempre ad aleggiare nell’etere, o nella memoria, che poi da una certa età in avanti è lo stesso. Poco importa se trattavasi di avanzatissimi capolavori di gusto, come la bomboniera Matia Bazar di Vacanze Romane, o inqualificabili stronzate paracule (ah be, in fondo qualificabili quindi) come l’Italiano di Toto Cutugno: erano pezzi fatti per rimanere. E noi tutti magari non tutte le cinque serate, magari solo la prima, quella dei giovani arrembanti e la finalona il sabato, ci si metteva lì a tempo perso, facendo altro, e si davano i voti: questo sì, questo no, questo beurk. E volta dopo volta, il setaccio delle orecchie distingueva. Magari si salvava solo l’orecchiabilità del motivo, ma era già tanto, e dopo trent’anni ancora ti sorprende a canta Paola e Chiara quando devi maledire qualcuno, Amici come prima. Ecco; sfidiamo chiunque a farlo con gli ultimi Festival, e in particolare con quest’ultimo. Non diciamo adesso, che ancora risuona nelle orecchie. Facciamo tra, boh, tre mesi? Prendi uno e gli dici, come faceva la canzone di Diodato? E già non ti risponde, dio dato a chi? Va già grassa. Non parliamo dell’aria, figuriamoci le parole, anche se Google sicuramente aiuta.

E Tosca? E Irene Grandi? Ed Elodie? Già meglio, intendiamoci. Anche se entrambe saranno comunque favorite dall’aspetto visivo della faccenda, perché a occhi chiusi avrete sentito cantare Vasco Rossi e Mahmoud: forse questa cosa dell’interpretazione andrà elaborata un po’ meglio. Però, quanto ad aspetto visivo della faccenda, e a energia messa nella cosa, nulla da ridire. Casomai, nel caso di Elodie dovremmo chiederci per quale motivo ci si butti a pesce in un brano del quale si sa in partenza di non riuscire a raggiungere le note che lo compongono, avendo ella mostrato l’estensione vocale di una armonica di quelle piccole, però è tutto un altro discorso: la giuria popolare maschile l’avrà certamente votata. Le donne, molto meno. E anche qui, apriamo un altro fronte di discussione: qualcuno si è risentito perché in un Festival dedicato alle donne, le donne abbiano vinto così poco. I soliti maschilisti, il solito sessismo, eccetera, eccetera. La risposta, oltre che più semplice di quel che sembra, è anche deludente per costoro: in assenza di una giuria di esperti, ed essendo affidato il voto alla sola giuria del pubblico coadiuvata al massimo dagli strumentisti al lavoro, la stragrande maggioranza dei voti è venuta dal pubblico femminile, in proporzione quello che maggiormente segue da sempre queste manifestazioni. Ergo: se volete più riconoscimenti alle donne, aggiungete in giuria più uomini. Poi non è detto che sarà votata la qualità canora più che non la sessuabilità, vera, presunta, classica o estrosa del concorrente: però sarà votata. E d’altro canto, non veniteci a dire che di Achille, o di Rancore, o di chi vi pare si sia votata la canzone, perché non ci crede nessuno. Tanto più che canzone, a stretto rigore di termini, non c’è stata. E quanto al valore tecnico del cantato tutto, ci si consenta di osservare che, tra stecche, cantati di testa, mancanza di ritmo, di colore, di intonazione, di voglia, di estro, salvo rare eccezioni (ad esempio, per alcuni istanti, il vincitore) si sono ascoltate cose degne della Coppa Rimetti. Anzi, neanche. E stiamo usando gentili eufemismi.

Carlo Vanni, schizzato dopo le 5 giornate di Sanremo, si fa un selfie per documentare lo stato ipertiroideo indotto da certe esperienze mediatiche e medianiche

Se poi il voto alla canzone debba derivare dalla stravaganza dell’interprete, o dalla totale assenza di capacità eguale tenerezza della bestiola ferita, o dal pippone telefonato e lecchino sulle donne, che importa? Il senso della gara canora è ormai tramontato, e da quel dì. Oggi chi guarda Sanremo non lo fa con l’orecchio del musicofilo, ma con l’occhio lungo della lavandaia teso a guardare quanto sia teso il pacco o tosta la natica. Con buona pace di quanti lamentano in ciò sessismo, body shaming e quant’altro, giova ricordare che chi sale su quel palco non è una persona vera e reale ma piuttosto la proiezione di essa che si spera di intercettare nel pubblico, considerato il livello del pubblico (quindi, ne deriva, piuttosto basso); il ruolo è lo stesso del guitto, del pagliaccio, del satiro, solo che qui la satira è rivolta direttamente a se stessi mentre le persone si trasformano in bersaglio mobile mentre si ridicolizzano nelle loro pretese di apparire stravaganti, belli, giovani, sexy, moderni, intelligenti, impegnati e si espongono al lancio dei sassi. Finis Sanremo, entri la Corrida con tutto il suo bestiario di pretenziosi e di ironici, dove stia il confine, nessuno lo sa. Per cui, è impossibile sottrarsi ormai alle cavalcate mungiginocchia di Benigni col solito birignao finto divertito o divertente e finto appassionato di cultura (ma tanto vale, ciò che importa è l’apparenza), alle rodomontate dei rappers estrosi in salsa anarco urbana integratissima, alle sviolinate da, per e verso le donne ridotte più che mai, proprio a cagione di codeste sviolinate, a prodotti commerciali quando si pretende invece di raggiungere l’esatto contrario del risultato, delle improvvisate ire sul palco e degli scandaletti e delle polemiche, quelle vere, celatissime, quelle fasulle, portate sul palco, assieme ai baci finto veri omosessauli, alle scosciature, alle inesperienze, ai gagliardetti e ai costumi da ananas col maraschino. Se funziona? Funziona eccome, basta guardare l’audience, confortato dalla insensata polemichetta finto sessista preventiva a carico del povero Amadeus che ha fatto da traino ad un Festival di qualità musicale orripilante, ma di efficienza divulgativa riguardo ai costumi del nostro tempo imbattibile ed innegabile.

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