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Reggio piange Marisa Bonazzi

Desidero esprimere profondo cordoglio, personale e dell’Amministrazione comunale, per la scomparsa di Marisa Bonazzi, intellettuale poliedrica, figura di rilevo nella sperimentazione e nella ricerca artistica, nell’ambito prima dell’avanguardia e, in tempi più recenti, della Pop Art. La sua figura, profondamente legata a una stagione culturale, quella degli anni Sessanta e Settanta, estremamente vivace a Reggio Emilia e nel resto del Paese, ci è particolarmente cara e resta un punto di riferimento.

Marisa era espressione di un ambiente intellettuale costantemente aperto al bene e alle sfide della comunità, alla contaminazione dei diversi saperi e dei linguaggi, come dimostra fra l’altro il suo impegno anche nel campo dell’educazione, con il lavoro di ricerca su testi letterari per l’infanzia, svolto con Umberto Eco. Marisa, per una vita al fianco del marito Renzo, compianto sindaco della nostra città, ha condiviso con lui un percorso intellettuale che ha giovato a tutti e che ancora oggi incide profondamente nella vita e nelle istituzioni cittadine.

Nata nel 1927, laureata in Pedagogia a Bologna, Marisa Bonazzi studiò Grafica con Giuseppe Landini. Si legò agli ambienti letterari della neo-avanguardia, del “Gruppo ’63” particolarmente attivo a Reggio Emilia e, a Firenze, al “Gruppo ’70”; importanti sono stati per lei i contatti con personalità come Marino Mazzacurati e Cesare Zavattini.

I Musei Civici del Comune di Reggio Emilia e la Fondazione Pietro Manodori le hanno dedicato, nel 2008 ai Chiostri di San Domenico, la mostra antologica “Marisa Bonazzi. Opere 1965 – 2008”, curata da Renato Barilli.

La mostra ripercorreva l’intera attività artistica della Bonazzi, con più di cinquanta opere estremamente varie per tematiche, stili, dimensioni e tecniche di realizzazione: dalle  xerotipie del 1965, polemiche e impegnate, allo studio sul volto di Che Guevara del 1968, poi le opere legate alla Pop Art e gli approfondimenti dell’attività dell’artista tra gli anni Sessanta e Settanta: un periodo segnato da importanti incontri di Marisa Bonazzi con esponenti del mondo intellettuale italiano e da esperienze di vita che si riversavano nel suo modo di fare arte, all’epoca sempre orientato verso la novità nei risultati e nei materiali.

Iniziò in quel periodo la ricerca sull’uso di mezzi e materiali diversi, come il plexiglass, la pittura a nitro, l’incisione, la stoffa e altri ancora, declinati tra opere imponenti, disegni e riproduzioni. Dopo una pausa creativa di circa dieci anni Marisa Bonazzi riprese l’attività negli anni Ottanta e attorno agli anni Novanta presentò una serie di lavori incentrati sulla figura di Ulisse e dei Naviganti, quali simboli dell’incessante desiderio di conoscenza e dell’attualità sociale, maturati alla luce di riflessioni sui grandi esempi della storia dell’arte, in una fase, gli anni Novanta appunto, importante riguardo al mutamento di punti di riferimento e di modelli culturali.

Le opere dell’ultimo periodo sono state contraddistinte invece dall’adozione di una figura-simbolo, di un’icona particolare, la Bambola, che da objet trouvé diventa elemento fondamentale negli ultimi lavori, di grande impatto emotivo e di forte impegno etico, per un messaggio di denuncia e di allarme per la violazione dei diritti umani.

Di Marisa Bonazzi e della sua arte, nel catalogo della mostra, Renato Barilli ha scritto: un’artista che si pone esattamente a metà tra “l’avida partecipazione al qui e ora all’impatto con la realtà più cruda e prosaica e il vagheggiamento di fughe consolatorie verso lontani paradisi del fasto e della decorazione”.

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