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Quando Concita scrisse di Mondiali di calcio

  • concitaE’ commovente, quando vedi qualcosa capace di unire tutti assieme gli italiani, una prova di forza che non riesce quasi più nemmeno alla pastasciutta o all’amore per il sabato non lavorativo. Stavolta si è trattato di un articolo di Concita de Gregorio, “Dal sogno all’incubo. Il Paese in lutto”, del 9 luglio scorso, in cui la giornalista è riuscita in poco più di seimila battute, spazi compresi, in un colpo solo a riesumare i fasti della letteratura di Benedetto de Amicis, surclassare Gramellini e chiarire come di calcio non sia necessario masticarne per scriverne su “La Repubblica”. D’altronde, come lei potrà ben difendersi, non si trattava di un pezzo sul calcio, ma sul costume, senza equivocare sui costumi essendo il soggetto il Brasile.

    La sua difesa però ha dapprima vacillato, poi si è del tutto polverizzata sotto il maglio delle migliaia di commenti tra l’ironico, il sarcastico ed il peggio scaturiti dai social network e dalla Rete tutta, un attacco frontale di ventiquattrore e più improntato ad una ferocia che nemmeno ai saldi autunnali di Prada. Secondo noi, un attacco tanto più cattivo quanto più è stato ipocrita. Perché la De Gregorio non ha fatto altro che muoversi in un mondo in cui le regole le avevano già scritte tutte, c’era solo da seguire pedissequamente il copione. Nel momento in cui il giornalismo delle notizie e dell’informazione ha dovuto calarsi le braghe, dati di vendita alla mano, di fronte a quello dei panegirici, dei cerchi nel grano e degli scandali, nel momento in cui l’opinione di chi scrive – il suo malcelato sarcasmo, la sua irriverenza, la sua appartenenza politica hanno fatto rilevare più like, e più acquisti, dei fatti nudi e crudi, approfonditi oppure no, su carta stampata incancellabile, allora ecco che diventa non solo scusabile, ma anche sacrosanto un articolo che parla di bambini che pietiscono di fronte a squadre di buzzurri strapagati inetti alla deambulazione, di popoli che smessi (per quanto sia un popolo che non smette) gli elmetti chiodati di kaiseriana memoria riservano ai popoli inferiori trattamenti calcistici da processo di Norimberga, di hubris e di eroi fragili dall’anima di farfalla e dalla schiena di vetro. Di più: un simile articolo diventa necessario. Perché chi scrive cerca di intercettare il gradimento di una platea il cui palato è stato educato a suon di Gramellini, Volo, Moccia, Saint Exupery e piccoli principi, salvataggio delle foche da pelliccia, campagne contro la sofferenza dell’aragosta bollita e a protezione dei visoni da stola. L’articolo della De Gregorio, costoro, lo hanno scritto di propria mano, tra un like all’ennesima foto dell’ennesimo cane a due ruote e quello ad un pensiero di Sofocle da sbronzo attribuito a Jim Morrison.

    Vagli a spiegare, a questa gente, che lo sport è un rito pagano, che arrivi sul campo di battaglia con la fifa nera del nemico e se vedi che sei più forte tu lo schiacci così’ che non si rialzi ancora. Che sono trent’anni che questi terroncelli ti irridono te e le tue kartoffeln, e ora hai l’occasione di vendicarti. Vai a spiegare a gente che di fronte ad una corrida urla dallo sdegno, ma poi veste Cavalli, che sono tutti rituali di morte, che una volta in Sudamerica il miglior giocatore della squadra vincente veniva sacrificato, e la squadra perdente veniva sacrificata tutta. Oggi non si possono lamentare. E se scappa la lacrimuccia, pazienza; ci sta, non è un certame di matematica. Ma non crocifiggete Concita. O perlomeno: nella difesa, tenete conto del fatto che, se è un articolo di una bruttezza esemplare, è pur sempre scritto a 40 milioni di mani.

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