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Quando c’era Lui… Nostalgie

fascisti-6Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo, scriveva tanto tanto tempo fa Santayana. Ineccepibile, a ben pensarci. La cosa semmai curiosa è che oggi ancora si possa usare come scusante la perdita di memoria, considerata la mole raggiunta dalle banche dati e l’accessibilità ubiquitaria e permanente delle stesse; chi ha più bisogno di tutta questa memoria, quando l’unica cosa di cui hai bisogno per accedere ad una informazione è sapere come cercarla? Eppure: ancora ci si lascia sorprendere da dinamiche talmente tanto abusate che ormai sono risapute e stanche persino agli occhi dei doccioni in pietra.
Probabilmente, il problema della memoria è che non si tratta di un problema di memoria, in effetti, ma di un problema di altro genere. Di volontà, di utilità, magari. Prendete ad esempio il costante florilegio di nostalgie dei fascismi al quale siamo sottoposti ogni giorno sui social, sui giornali, al bar, nelle piazze. Tu parli del più e del meno e spunta fuori un problema sociale di qualche genere, uno a caso: i ragazzini che ammazzano i genitori. Immancabilmente, in un gruppo di tre persone c’è quello che ha la soluzione perfetta: glie lo farei vedere io, sono viziati, mandarli in miniera fin da piccoli, altro che!
Il negoziante tira sul prezzo? Li farei chiudere tutti e ritirare le licenza, altro che! L’immigrato che chiede l’elemosina? Una bella ruspa e spediti tutti a casa loro o spianati! Frase sottintesa: ai vecchi tempi non sarebbe mai stato possibile. Frase possibile: si stava meglio quando si stava peggio, che poi in origine era probabilmente un motto di spirito ma che col tempo, come spesso accade, si è scoperto che pian piano l’umorismo si erode e resta solo il valore letterale – travisato – delle parole. Sottinteso: quando c’era Lui.
Ora: se così in tanti sono così nostalgici di tempi di cui sanno solo, verosimilmente, per sentito dire dai loro nonni, e se in così tanti nonni sono pronti a sputtanare una vita vissuta all’ombra della Costituzione più bella del mondo per lasciarsi scappare frasi riguardo a soluzioni sociali che avrebbero intimorito anche molti dei gerarchi e squadristi più efferati, significa che la lotta ai fascismi e a tutto quello che rappresentano forse non è andata bene come ci aspettavamo.
Eppure, si direbbe che gli sforzi non sono stati lesinati: impedire l’associazionismo eversivo, rafforzare i diritti sociali, discutere della Storia e delle sue conseguenze, educazione fin dalle classi inferiori, reati di apologie di reati e tutto il resto. Con tutto ciò, è evidentissimo che in tutta Europa – e l’Italia, benché non sia in testa in questo triste primato, non fa eccezione – i fascismi e le idee ad essi correlati stanno rialzando la testa, e vengono usati come cavallo di Troia (o di battaglia) da molte forze politiche per attrarre a sé cittadini che, nel marasma istituzionale e sociale oggi in essere, non sanno dove rivolgersi se non a simili derive di pensiero.
Come mai? Probabilmente, nonostante le tantissime buone intenzioni ed i titanici sforzi compiuti in nome di esse, si è mancato il bersaglio vitale, per sparare a quello grosso; e questo corpus culturale, se in un primo momento ne è uscito gravemente ferito, ha poi saputo riorganizzarsi e coltivare nuove radici, che vanno oltre il concetto di storia e trovano sostentamento nei fatti della modernità. Ossia: paure contingenti, disgregazione sociale, istruzione superficiale, benessere dato per scontato. Oltre a ciò, il pensiero democratico e liberale nel suo garantismo ha un meccanismo di autodistruzione che lo vota all’estinzione: ossia, data la sua natura, il permettere la diffusione del pensiero, anche quando profondamente distonico, malevolo, falso, errato.
Cosa che i fascismi, per la loro, di natura, non fanno, anzi; e in questo all’atto pratico risiede una loro grande forza. Anche se, si sa, è il pensiero proibito quello che pian piano diventa più forte. E anche in questo, sono stati maestri, nel fingersi al giorno d’oggi i poveri incompresi e censurati. Con tutto ciò, dicevamo, una cosa è andata smarrita: il bersaglio vitale. Ovvero: se tanta gente si rivolga a qualcosa, è segno – come ci insegnerebbe qualsiasi docente di marketing – che essa soddisfa qualche bisogno forte. Esplicito, implicito o latente che sia. Quale esso sia, qualche sospetta ce l’abbiamo, ma non possiamo esserne certi. Forse si tratta di qualcosa che fa leva sulla paura dell’altro, la xenofobia più becera. Per alcuni certo sarà così. Forse risponderà a quella fortissima esigenza di fare branco, di gregarismo animale, tipo gli gnu: l’unione fa la forza, eccetera. Per altri, forse il bisogno mattutino di fare ginnastica salutare col gonnellino a pieghe o col cappellino da scemi in testa, vallo a capire. Altri ancora hanno idea che nella severità si nasconda la radice di ogni efficienza, coi treni che arrivano in orario e via dicendo.
Il non aver compreso questa cosa cruciale, l’aver pensato che per eliminare un qualcosa sia sufficiente vietarlo e far capire che è sbagliato fa sì che, oggi, ripresentandosi le stesse (o simili) dinamiche di paura di un tempo ed essendosi attenuata la forza del braccio della legge in tal senso, per permissivismo, per mancanza di forze, per l’illusione di essere finalmente arrivati ad una società colta e civile (mai esistita nel nostro Paese) viene così sbandierata la stessa risposta, che fa invariabilmente presa. Anche qui, qualsiasi studioso di marketing l’avrebbe detto immediatamente: le quote di mercato non si combattono facendo protezionismo, ma fornendo alternative, opzioni, rosicchiando segmenti, clienti. Facendo concorrenza, insomma. Ecco; forse è questo che è mancato, una reale comprensione dei fenomeni che si sono svolti.
In mancanza di questa, non sono state create – per volontà forse, ma anche per ignoranza, per insipienza – alternative altrettanto forti e credibili dal punto di vista del raccontarsela. E anche le soluzioni migliorative e concrete non vengono sufficientemente coltivate e tantomeno pubblicizzate. E’ un po’ come quando ci si lamenta perché tutti stanno su Facebook anziché incontrarsi di persona. Ma magari, è così perché è questo, che vogliono realmente. E l’apparizione del social ha riempito una importante nicchia di bisogno. Così, se invece di criticare tempora et mores si individuasse il bisogno sotteso al comportamento e si fornissero alternative concrete, allora sì, magari la gente starebbe meno sui social. Forse. Oppure no, ma certo ci sarebbero più opzioni.
Probabilmente, le tante giornate della memoria sono destinate a fallire, fino a quando non sono accompagnate da vera comprensione, vera partecipazione, vera costruzione di alternative forti, la cui credibilità surclassi quelle altrui anche solo nelle modalità di convincimento. Probabilmente, non è solo chi non ricorda che è destinato a ripetere.

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