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Perché a Reggio la crisi persiste (più che altrove in Regione)

downloadChe non fossimo più i fulmini di guerra che ci eravamo abituati a pensare di essere, ecco, già da qualche tempo era ormai chiaro. Chiarissimo. Ma un botto del 10%, magari, non ce lo aspettavamo di sicuro. Certo; la Crisi, la Crisi, la Crisi Nera, che porta corona ed è signora e padrona. Un giorno, qualche buontempone avrà la cura e l’estro di illustrare le pareti delle Camere di Commercio con tutta una serie di danses macabres in cui si vedrà il villico poi diventato operaio e infine imprenditore, bottegaio, commerciante, passare sotto la falce della signora oscura e lasciarci ogni filo di grasso – oppure direttamente la testa, via. Solo che non è mica così vero. Cioè, la Crisi c’è stata per tutti, fin da quell’ormai antidiluviano 2008 che ha sentito i primi vagiti del mostro, accompagnate da notizie spaventose – 5.000 aziende in cassa integrazione sul nostro territorio? Persino le piccolissime, cui non spettava, e le cooperative, che non avevano mai versato? Cose così. Peccato che oggi, leggendo i numeri, assistiamo con orrore a tutt’altro film: i cugini modenesi, che hanno avuto la crisi come noi, stanno meglio (forse, si sono vaccinati per tempo?); i parmigiani e i bolognesi, addirittura, ingrassano, e qui il gioco di metafore sul cibo volendo si potrebbero pure sprecare. Niente di particolarmente spiritoso, sia chiaro.

Nessun mistero, circa le tante differenze tra l’imprenditoria locale e quelle di altre parti d’Italia, seppure limitrofe; da noi, fin dai tempi delle fine delle Reggiane, vero motore propulsivo e vetrino d’incubazione lavorativo, ha trionfato per tantissimi anni un modello che vedeva una atomizzazione dell’impresa, un tessuto realmente interconnesso di artigianato piccolo e piccolissimo, agguerrito, spavaldo e impavido, capace di inventarsi – forte della capacità di lavorare a testa bassa in strutture improvvisate o appena sufficienti – una realtà d’azienda letteralmente dall’oggi al domani. Letteralmente. Customizzazione spinta, miniaturizzazione dell’impresa, nucleo familiare ristretto al comando e, molto più che spessissimo, anche sui banchi di lavoro, in contemporanea; ciò che per decenni ha costituito una ricetta sicura contro i problemi che affliggevano gli altri. Ovvero, le difficoltà nel procurarsi un management degno di questo nome e dipendenti leali e affidabili, possibilmente a costi prossimi allo zero; perché i costi tutti legati al personale, si sa, sono molto consistenti, e se dioneguardi non si va tutti nella stessa direzione come filosofia e obiettivi diventa un problema insormontabile.

Le stesse radici, a ben guardare, dell’impresa contadina di un tempo delle nostre parti, quella del mezzadro, o del fittavolo, che più che guardare tanto in là si preoccupava di far rendere terra e colture allo spasimo; e dopo, dopo, beh, san martino per tutti, armi e bagagli, e si va da un’altra parte, dopo aver messo da parte il gruzzolo. E anche sul risparmio, difatti, a Reggio non siamo messi malissimo (tenero eufemismo). Ora; un modello produttivo nato in tempi di crisi, e di bisogno, non è detto che si possa rivelare altrettanto proficuo ed utile in momenti di crisi differente. Nei bei tempi andati c’era tutto da fare, lavorare sodo, nel poco; bisognava dimostrare tenacia e inventività, l’ambizione era quella di fare casa per i figli, magari, la macchina sportiva, assumere più personale, vivere come il capo di una volta. Oggi, l’inventiva non basta più: o meglio, è necessaria – e in questo siamo ancora straordinari, ma deve essere supportata da un know how sempre più complesso e diversificato, sempre più al passo con i tempi, che cambiano in continuazione. L’ambizione – e la necessità – è stare su mercati sempre più vasti e diversificati, che siano in grado oltre che di crescere rapidamente per fare fronte alle innumerevoli spese e necessità aziendali anche di fungere da paracadute nel caso di caduta di un settore specifico. Via la specializzazione, dentro l’iperspecializzazione; via l’iperspecializzazione, dentro la capacità di introiettare lezioni e dna diversi per modificarsi ed evolvere.

Non alla portata di tutti. Ed è per questo, magari, che le imprese più grandi, con le loro strutture sì pesanti ma anche, se del caso, flessibili e modulari, preparate ai cambiamenti, possono far fronte ai tempi con maggiore efficienza. E con minori costi, perché il manifatturiero è fatto così: le dimensioni contano, le economie di scala sono premianti. Stesso dicasi per l’accesso al credito, che le imprese maggiori, capaci di portare in banca bilanci consolidati e importanti, abbiano accesso a linee di credito che l’artigiano, pur valoroso, non si sogna neppure; a questo, il costo di un dipendente in più o in meno fanno tremare i polsi. E altro. Là, invece, si opera per sottrazione: si sfruttano le leve del mercato del lavoro moderno e si gode il frutto di anni di politiche del lavoro inconsistenti e a vantaggio dell’impresa, interinali, formazioni aleatorie, apprendistati capestro, rami d’azienda pronti per essere potati e così via. Insomma: l’impresa moderna deve avere anche gli strumenti per operare rimozioni, e se è grande è un salasso; se è piccola, sono amputazioni al vivo. Giocano poi contro il sistema reggiano tante altre variabili dei nostri tempi recenti. Tra le altre, va ricordato il bubbone inciso dal processo Aemilia riguardante la spaventosa penetrazione delle mafie nel nostro territorio e la pesantissima incidenza delle operazioni da esse svolte con la complicità, la connivenza, la partecipazione, la collusione o semplicemente il laissez faire (per motivi filosofici, di interesse o anche igienici) di buona parte del nostro sistema produttivo e di quanto vi gira intorno, politica compresa: un castello di carte che una volta venuto alla luce non poteva non avere pesanti ripercussioni sul territorio.

Poi, c’è l’impasse – e siamo gentili – del sistema cooperativo del lavoro che, dopo aver avuto i natali proprio in terra reggiana, sta facendo registrare proprio qui, specie nei campi di servizi ed edilizia, le maggiori sconfitte dopo decenni di successi: che sia perché il mondo è cambiato, o perché un sistema di protezioni particolari oggi non è più attuabile, resta il fatto che si tratta di un colpo molto forte. Specialmente per quanto riguarda l’edilizia, che trascina con sé molti altri settori manifatturieri altamente specializzati e, in tempi di vacche grasse, molto proficui e attivi. Poi c’è il lento declino del settore ceramico, fiore all’occhiello reggiano e modenese che oggi, dopo tanti successi mietuti in tutto il mondo, sembra arroccato su se stesso dopo essersi seduto sugli allori e aver provato a mietere anche dove non aveva seminato, con la vendita di brevetti, idee, macchinari a tutto il mondo facendo finta che un domani questo non avrebbe comunque potuto entrare in concorrenza con noi (come se l’argilla fosse una prerogativa del Secchia, per dire), e tanto altro ancora.

Pesa poi in maniera particolare sul nostro territorio l’altro problema enorme che sembra sempre solo per addetti ai lavori, mentre invece è esplicito e sotto gli occhi di tutti: quello del mancato ricambio generazionale, che in imprese sotto ai 10 dipendenti o meno è particolarmente letale. Non è tanto che non ci sia più lavoro, quanto che non ci sono più ditte che assumono. Per un ottimo motivo: gli imprenditori sono deceduti o hanno cessato l’attività senza trovare nessuno a cui passare il testimone. Per cui, oggi paghiamo lo scotto di un gap che si rivela, per motivi storici, in terra nostra particolarmente pesante. Fino a quando una nuova generazione non si metterà in pista, dopo l’aspra selezione che oggi la attende, in tempi in cui un durissimo darwinismo imprenditoriale non sembra voler lasciare spazio per gli esperimenti ed è evidente che tenacia ed entusiasmo non sono più sufficienti.

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