HomeInterventiVanniloqui Sulla guerra di panico e parole tra uomo e donna

Vanniloqui
Sulla guerra di panico e parole tra uomo e donna

Avete presente quando fate un sogno ricorrente nel quale siete sia protagonista della scena sia, fluttuante, spettatore disincarnato, vi tocca assistere allo svolgimento della stessa, ben sapendo che andrà a finire come tutte le altre volte? Tipo, guidate sullo sterrato lungo tornanti sempre più traditori e l’auto accumula via via più spin, fino a quando volerà inesorabilmente fuori strada? Ecco; tanto per intenderci. Presentata la metafora di riferimento, l’attuale stato del dibattito sui diritti delle donne che oggi è approdato ai social ci fa lo stesso, sgradevolissimo effetto. Molte chiacchiere, molto livore, molta presa di posizione; quanto a presa di coscienza, poca, pochissima. Un film tristissimo e già visto, come se Sergio Leone rigirasse “Love Story” e, perché il protagonista dicesse “Amare significa non dover mai dire mi dispiace”, fossero necessari venti minuti di head-on shot nel quale suderemmo senza sosta aspettando lo sparo. Solo che lo sparo, quello, non arriverebbe mai: si sentirebbe un “puff” sfiatato e poi, non appena scesa la tensione, ciascuno a casa sua, apparentemente senza conseguenze. Quanto a quelle, se remunerative, finirebbero prontamente integrate nel sistema; delle altre, non si parlerà più, magari col diktat di parlarne il meno possibile, salvo che non sia funzionale a qualcos’altro. Una campagna elettorale, magari.

Prendiamo ad esempio le mosse dalla recente bagarre sorta in seguito alle critiche alla campagna #MeToo. Voi avevate mai sentito usare da qualcuno questa espressione? E’ del 2006, non dell’altroieri. Usata per un decennio dall’attivista sociale Tarana Burke, da sempre in prima linea per promuovere la consapevolezza della diffusione degli abusi sessuali nelle nostre società e per la parità di diritti al di là dei generi. Uno dei punti cruciali del pensiero della Burke, che oggi spiega molto quello che sta accadendo, è che occorra considerare molestia sessuale ed aggressione sessuale alla stessa stregua, in quanto entrambe possono generare traumi irreparabili. Indubbiamente, può essere considerato vero. Altrettanto indubbiamente non possono essere considerati comportamenti da trattare (o sanzionare) allo stesso modo; secondo questa logica, siccome un urto ai 15 km/h può risultare fatale, le automobili dovrebbero, per stare sul sicuro, restare in garage. E stavamo per scrivere che, forse, entrambi i comportamenti sono però generati dallo stesso tipo di cultura, ma ci siamo ripresi in un attimo: quasi tutti noi veniamo da una cultura decisamente maschilista. La percentuale di noi che compie atti di aggressione sessuale è pressoché irrilevante rispetto al totale e, quando accade, l’accadimento è chiaramente vissuto, anche dagli aggressori stessi, come decisamente deviante, anziché come un fatto dovuto. Questo – sia chiaro, fuor di polemica – solamente per dire che il dibattito è ben lungi dall’essere fondato su cose immediatamente chiare e condivisibili da tutti, e auto esplicantisi, e auto evidenti. Dopodiché, nel passaggio dalla realtà della lotta per i diritti alla diffusione sui social – ad opera dell’attrice Alyssa Milano, che pare non sapesse neppure (dice lei) che l’espressione era già stata usata, col crescere della condivisione cresce di pari passo anche la superficialità della riflessione sottesa a questi temi, che diventano l’ennesima scusa per l’ennesima lotta per un potere coltello tra i denti. Non vi sia ostico considerarla una lotta per il potere, perché senza dubbio si tratta di questo: dalla battaglia per la parificazione per i diritti, si è scivolati rapidissimamente in uno scontro per la predominanza di un pensiero unico, facilmente spendibile, monolitico, esportabile, totalizzante.

Del quale ci si accorge, o ci si dovrebbe accorgere, nel momento stesso in cui viene messo in discussione da persone che, oggettivamente, avrebbero tutti i diritti per farlo; ovvero, i soggetti che di questa cultura dell’abuso sessuale, della mercificazione, della violenza, dello sfruttamento ne pagano il prezzo. Ovverossia, le donne. Una specifica richiesta da quella parte dovrebbe essere particolarmente considerata, giusto? Ebbene: sbagliato. Perché se Catherine Deneuve, fino a ieri vista come paladina dell’emancipazione femminile, dell’autodeterminazione, della libertà sessuale, di pensiero, economica, esempio granitico di successo muliebre si arrischia a dire che secondo lei schierarsi graniticamente senza fare doverosi e opportuni distinguo; senza considerare i vissuti, le richieste, i bisogni, i desideri di ciascuna; senza considerare che possono benissimo esserci dinamiche di affezione, o di interesse, vissute consapevolmente come tali dalle donne, che tutto sommato sono persone con un cervello pure loro e non solo inette ed inermi vittime sacrificali, ebbene: allora ella è una bagascia che non deve permettersi di parlare, visto che a lei piace le augurano di subire di tutto e di più, maledetta traditrice. Col risultato che, nel momento stesso in cui lei denuncia l’affermarsi, pericolosissimo, di un pensiero unico ed escludente, ecco che chi le dice che ha torto conferma la sua versione. Allora interviene la Bardot, scende in campo per rimarcare che, in effetti, esempi di donne che pensano di utilizzare le proprie grazie come merce di scambio per ottenere favori, specie in ambito artistico, non sono esattamente rari, e anzi sono talmente diffusi che per una eternità si è pensato che una trombata, o anche meno, per una parte milionaria in un film non sia poi uno scambio da buttare via. Ma anche ella allora è una bagascia che non deve permettersi di parlare, visto che a lei piace le augurano di subire di tutto e di più, maledetta traditrice. Ma se dice la stessa, identica cosa Margaret Atwood? Se dice la stessa, identica cosa Nancy Fraser? Se tutte e due denunciano certo femminismo militante come spregiudicato, nichilita e parzialissimo, e in quanto tale totalmente ingiusto, capace di prendere a mazzate più gli alleati dei diritti femminili che i loro detrattori – che, in quanto tali, se ne fanno comunque un baffo delle campagne su Twitter? Se dicono che c’è un mondo in cui la donna è trattata come un oggetto di quart’ordine, macellata come bestiame, come forza lavoro a basso costo, e un altro mondo – che su questo non incide affatto – nel quale il femminismo è solo l’ennesimo brand di un marketing di estremo successo? La risposta a questo pensiero divergente, per quanto autorevole, fuor di sospetto, democratico, intelligente, è: tacete voi, eccetera eccetera. Oppure, un glissato nell’oblìo degno delle migliori rappresentazioni orwelliane, tutti gli animali sono uguali MA alcuni sono più uguali degli altri.

Nel frattempo, il pensiero maschilista, o sessista – così è più chiaro – continua a fare sfracelli, misurando la nostra società attraverso narrazioni che spesso sono lontane dalla verità in modi insospettabili. Tipo, fare il conto di quante neo mamme siano state costrette a licenziarsi per fare fronte alle nuove necessità, quando magari moltissime di esse avranno semplicemente compiuto una scelta a partire da una volontà ben precisa, magari la loro, addirittura; magari, anche il mondo dell’impresa non è pronto ad affrontare simili evenienze, ma non per cattiveria: per realtà delle cose. E così, tra attacchi fratricidi, vendite iperboliche di gadget che comunque sono basati sul sessismo, fossilizzazione del pensiero e meravigliose, superficialissime discussioni tra sordociechi sui social, lo stato della parificazione dei diritti – non ultimo, quello ad una propria opinione – appare ancora oggi molto lontano dall’essere buono, mentre si moltiplicano le richieste di privilegi di chi i privilegi già li ha e i diritti essenziali di chi ne é priva restano inascoltati o, forse peggio, ascoltati da chi non fa notizia e pertanto non ha potere in merito.

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