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Marò, marosi e Marine

di Luca Mistrorigo

La vicenda nasce dall’ennesima soluzione improvvisata, mal affermata e peggio realizzata: il problema era dare protezione alle nostre navi mercantili in giro per il globo terraqueo contro gli attacchi della riedizione attuale della pirateria -è proprio vero che siamo in un ciclo condannato all’eterno ritorno- e si è scelto di farlo imbarcando sulle navi private delle unità di uno dei nostri corpi militari d’elite, il Battaglione San Marco (sono fucilieri di marina, l’equivalente dei marines, detti appunto “marò”), questo però, attenzione, senza dare una precisa definizione della situazione né delimitare esattamente compiti e poteri tra militari e civili, creando così una curiosa e fumosa commistione di interessi privati e pubblici (trattandosi in sostanza di un vascello privato con a bordo un “organo dello Stato”), una polpetta avvelenata, un pasticcio giuridico foriero di sventure. Già questo aspetto meriterebbe di esser approfondito ed indagato a lungo, studiandone genesi e ragioni. Ma veniamo a noi.

I fatti iniziano il 15 febbraio 2012 quando Latorre e Girone, i due soldati a bordo della petroliera “Enrica Lexie”, sparano  24 colpi di fucile contro una imbarcazione da identificare. Dopo ciò, le Autorità indiane attirano la nave nel porto di Kochi con un escamotage degno del miglior teatrino napoletano (li hanno convocati per collaborare al riconoscimento di alcune navi di pirati appena catturate) al quale i nostri abboccano come tonni, perfino troppo per essere vero: già su questo punto nascono i primi dubbi, a meno appunto di ritenere tutti gli italiani coinvolti in una superficialità pressapochista oltre la follia, non è infatti chiaro chi abbia dato l’autorizzazione/ordine, primo di entrare nelle acque territoriali indiane, poi proprio di attraccare al porto. E’ stata informata l’Autorità militare dello scontro e della richiesta indiana? O ci si è limitati appunto a contattare l’armatore? Da qui in poi, nulla coincide più nella ricostruzione data ad oggi dai due Stati: il luogo dell’evento (acque internazionali per gli italiani, acque territoriali indiane per gli immarcescibili Avversari), i coinvolti (un peschereccio indiano con a bordo personale mite che dormiva, come sostengono le autorità indiane, od una diversa nave pirata che stava abbordando armata la nave italiana, come detto fin da subito dai nostri?) ed ovviamente, come conseguenza di tutto ciò, la Legge da applicare al caso, ed il Tribunale competente (tecnicamente, chi eserciti la Giurisdizione). Questioni non di poco conto, anzi, specialmente considerando che in India la questione viene fin da subito trattata ai più alti livelli dello Stato del Kerala e della Repubblica dell’India, addirittura diventando un vero e proprio “caso”.

In Italia invece, qualche titolo di giornale e poco più, vittime di quell’onda emotiva antimilitare a priori che conosciamo bene (altro argomento che sarebbe bene sviscerare, ma che svierebbe). La gestione della situazione viene infatti condotta a casa nostra quasi in modo distaccato e supino, certo senza la dovuta massima cura scrupolosa, tant’è che a tutt’oggi non risultano ancora veramente coinvolte le autorità internazionali tutte ed in particolar modo quelle diplomatiche della UE (per una volta che tornerebbe utile esser parte di uno dei più rilevanti soggetti politico-economico…), che si limitano a generici richiami al buon senso.

Nel frattempo l’India si muoveva arrestando e prelevando “manu militari” i soldati a bordo della nave, cercando e sequestrando armi sulla stessa (soldati italiani, armi dello Stato italiano in territorio italiano: la nave…), ciò semplicemente con il “grimaldello verbale” di descrivere il fatto come un atto terroristico” (così il Giudice Gopinathan ha descritto l’accaduto, durante l’’udienza di cui era incaricato di detenere la presidenza, presso l’’Alta Corte di Kerala). Terrorismo , “poiché i due soldati italiani hanno sparato contro uomini disarmati, senza alcun preliminare avvertimento di deporre le armi”, risolvendosi il tutto in una evidentemente errata petizione di principio, ponendo insomma in modo inquietante alla base di questa affermazione indiana del proprio giudicare l’accusa stessa da provare, scavalcando per ciò tutto il diritto e la prassi internazionale secolari. In una seconda fantasiosa versione della spiegazione del fondamento della pretesa punitiva indiana, pare di capire che si ricolleghi la competenza indiana al fatto che siano stati uccisi due indiani a bordo di una nave indiana.

Questa è la dimostrazione di quanto sia vuoto funambolismo retorico il diritto se non sostenuto adeguatamente, trasformandosi nel consueto ipocrita “diritto dei vincitori”.
Tanto le indagini, quanto il processo si sono svolti con una sostanziale violenza prepotente, imponendo all’Italia di stare alle regole indiane, che, ça va sans dire, non ci permettono il contraddittorio e la possibilità reale di difesa, contro ogni civiltà giuridica. Due conferme clamorose: A) sul punto cardine della consulenza tecnica volta ad acclarare se davvero le armi dei soldati hanno sparato i proiettili che hanno colpito i pescatori, agli italiani è stato concesso solo “guardare”, ciò nonostante sono venute a galla incongruenze enormi, quando non addirittura la prova dell’innocenza, infatti, il calibro dei proiettili NON coincide con quello delle armi dei marò, mentre potrebbe essere compatibile con quello dei guardiamarina srilankesi, con i quali esiste una annosa disputa sul diritto di pesca. B) i fanti di marina hanno fin da subito indicato quali testi dello scontro una nave greca, la “Olympic Flairs”, chiedendo di sentirne il personale, richiesta ovviamente neppure presa in considerazione.

La posizione si sviluppa durante tutto un anno costeggiato da graziose concessioni indiane “di contorno” -o contentini a rabbonire, che dir si voglia- lette in modo miope come successi della nostra diplomazia (tipo quando si riusciva ad ottenere una sorta di “arresti domiciliari” in luogo della custodia in carcere, e ci sarebbe mancato altro che vedere due militari di Stato estero spogliati della divisa -simbolo di quello Stato- ed umiliati in un sari con la stuoietta sulle spalle, magari a genuflettersi per farsi marcare il punto rosso sulla fronte…) senza vedere però che sull’unica questione davvero fatale, quella della giurisdizione, gli indiani andavano dritti per la loro strada. Si sarebbe dovuto ottenere il massimo supporto e la più alta pressione sovranazionale a fronte di questa violazione indiana tanto grave e protratta delle norme base dei rapporti tra Stati; si sarebbe dovuto pretendere immediatamente l’arbitrato internazionale per ristabilire il rispetto delle regole, e non la legge del più forte. Invece, dopo aver pagato un principesco risarcimento alle famiglie dei 2 pescatori (venti milioni di rupie, cifra astronomica per la realtà indiana e pari a circa €300.000,00 euro) fatto inequivocabilmente letto in India come ammissione di colpa, i nostri tecnici-politici non trovano nulla di meglio che svegliarsi all’improvviso ed annunciare che i militari non sarebbero rientrati in India dal secondo “viaggio permesso in Italia” concesso dalla Corte Suprema indiana, motivando la scelta per gli obbrobri sopra detti. Ma si badi bene, non si premurano neppure di cautelarsi dalla più banale contromossa, quella contro il ns. ambasciatore a Nuova Delhi che aveva rilasciato una dichiarazione giurata impegnandosi in prima persona per il rientro. Con semplice buon senso si sarebbe dovuto preparare il terreno, inchiodare pubblicamente in tutto questo tempo l’India per l’inosservanza delle più basilari regole di rapporto tra Stati e delle norme internazionali, pretendere la convocazione dell’arbitrato internazionale e a fronte del certo rifiuto, dopo aver fatto rimpatriare l’ambasciatore, negare la riconsegna dei militari per il mancato rispetto delle leggi comuni. Certo, sarebbero rimasti i convitati di pietra: le sanzioni economiche indiane, con sullo sfondo pure l’altra spinosissima recente questione “fornitura di armi Finmeccanica”. Forse, sono queste le vere chiavi di lettura, amare, e non bastano certo a consolare gli attestati di stima e solidarietà, né le lacrime di qualche politico. La storia ricorderà solo il fatto che l’Italia infine ha piegato il capo, passando sotto le forche caudine indiane: militari rispediti a farsi processare (sperando, è ovvio, a questo punto nel minimo della pena), interessi economici di breve termine forse salvaguardati, onore, rispetto e credibilità italiani definitivamente affossati, e con essi l’interesse economico di medio-lungo termine.

Aggiorno l’articolo aggiungendo che proprio in questi giorni si ha notizia del fatto che gli indiani hanno arrestato anche due marinai tedeschi con modalità del tutto differenti (nessuna irruzione sulla nave battente bandiera Antigua e Barbado, ma li hanno catturati sul suolo indiano) e con accuse solo apparentemente analoghe (si sarebbe trattato della morte di un pescatore indiano non in uno scontro a fuoco ma in uno speronamento), pur ciò detto, credo sia interessante seguire a fini comparativi-pedagogici il decorso di questa storia.
Un’ultima nota doverosa: nei giorni vivi della crisi di questa lite su La Repubblica si leggevano posizioni di critica chiaramente filo-indiana ed anti-italiana, addirittura arrivando a sostenere di avere avuto modo di vedere le “prove” che indiscutibilmente inchiodano alle loro responsabilità i marò, senza del pari ed ovviamente dire di che si tratti.  Il solito “debito” al ventennio fascista, per cui cadiamo vittima di sensi di colpa paralizzanti se non possiamo presentarci all’estero come gli “italiani brava gente” da operetta e sentiamo un irrefrenabile impulso subitaneo a zerbinarci, vuoi mai che qualcuno ci accusi di un improbabile neoimperialismo o ci chieda i danni per quanto a suo tempo fatto dall’antica Roma?

Ultimi commenti

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    Bel pezzo, complesso e articolato. Mi viene il sospetto che il governo Monti, come sempre più illustri notisti stanno scrivendo, sia il peggiore della storia repubblicana del nostro Paese

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    Viva l’India, sempre e comunque. Viva le pratiche orientaleggianti e rimbambenti…