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L’uso psicopatologico del web

Finalmente, dopo tanta anticipazione da parte dei visionari scrittori di fantascienza, il miracolo è avvenuto: siamo tutti interconnessi. Ma proprio tutti. Con l’esclusione di un paio di miliardi che non hanno accesso nemmeno all’acqua potabile, figuriamoci al Web, e di quei tot milioni di sociopatici che proprio della presenza altrui fanno sempre volentieri a meno, essendo che farebbero anche volentieri a meno della propria, oggi chiunque può avere, e pertanto ha, una miracolosa estensione della sua personale vita psicofisica in rete.

Si esprima questa sotto la forma del curriculum ammiccante, delle riflessioni filosofiche, della foto del proprio gatto o del proprio figlio (praticamente intercambiabile) o della descrizione minuziosa dei ritmi intestini ed intestinali, la personalità del singolo si fa diffusa, allargata, disponibile. Ubiqua. Il problema nasce semmai nel momento in cui di tanta personalità non sappiamo proprio cosa farcene. Il lato più evidente della medaglia dell’invadenza della personalità Web nei confronti del mondo fisico è, come è lecito aspettarsi, quella dell’Altro che si fa opprimente.

“L’Inferno sono gli altri”, scriveva Sartre, e gli andava già grassa che non avevano un profilo Linkedin dal quale opprimerlo con un profluvio inverecondo di titoli mediati dal proscenio americano del mondo immaginato del lavoro: Personal Assistant Buyer Junior, Senior Consultant Master Practitioner, Customer Care Expert Senior Account Manager, Senior General Onanist Advanced Career, Elven Warrior Cleric 17° liv. che indicano suonatori di campanello per immobiliari pirata, sciacquette laureate mobbizzate alla fotocopiatrice, venditori porta a porta di aspirapolvere e via dicendo, sempre più in basso. Il profilo Web può dire di te tutto quello che vuoi; e gli altri lo debbono subire così, in tutta la sua magnificenza ed il suo generoso mostrarsi di qualifiche, tette, culi e pettorali gonfiati ad arte, il tutto a creare un complesso di cinematografo che nemmeno Tinto Brass, nella sua ricerca incessante dell’erotismo che scaturisce dallo squallore del quotidiano, dal grottesco provincialotto, non avrebbe potuto mai immaginare che potesse essere messo in scena.

Pura pornografia: il gattino amorevole (dietro i cui occhioni corrono incessanti immagini di scannamenti di topi e padroncine troppo invadenti), il tatuaggio costoso, lo stivale con tacco 14, l’addominale come la frase romantica, l’espressione di sofferenza, quella di gioia e la sparata sui Rom come il carme nostalgico dedicato al Duce o a Gramsci o a Togliatti; tutte espressioni, più o meno riuscite ma pur sempre generose, di una tale volontà di mettersi a nudo che nemmeno una montagna di giornali porno degli anni ’80. La cosa straordinaria è che in questo diluvio di creazioni dell’etere, supportate da massicce iniezioni ricostituenti di Instagram, di Wikipedia, di Chicche di Zia Fedora e di citazioni di Bukowski, Osho, Jim Morrison ed Einstein, molte persone riescano nonostante tanta potenza di fuoco dispiegata a non riuscire neppure così a rendersi interessanti.

E qui veniamo appunto all’altro lato della medaglia: l’invadenza del doppio mediatico nei confronti di se stessi, un appuntamento al quale è difficile sottrarsi e doloroso recarsi. Perché per quanto possa essere riuscito male, il nostro doppio è pur sempre in vantaggio su noi stessi: non puzza, non va di corpo, cancella i brufoli con un tratto di pennellino sui bit, dice e pensa solo cose intelligenti ed ha una cultura enciclopedica. Chiunque può perciò sperimentare l’esperienza del Divo Augusto di turno che, recatosi finalmente in vasca, si rivela un ratto scarmigliato e giallognolo incapace di spiccicare parola o di stringere una mano senza che questa sgusci come una saponetta per via del sudore nervoso.

Uno shock per gli altri, da evitarsi accuratamente riducendosi ad una esistenza Hikikomori, quei giapponesi che vivono esclusivamente sul Web e non più nel mondo fisico; una strategia che, se portata all’eccesso, mette anche in grado di non doversi mai più confrontare addirittura con se stessi, identità che poco a poco va disfacendosi in un mare di citazioni colte e inviti a Candy Crush e a Farmville. E chissà che in fondo in molti casi non sia meglio così.

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