HomeInterventiL’inestinguibile e identitario nulla del Festival di Sanremo

L’inestinguibile e identitario nulla del Festival di Sanremo

sanscemoE anche quest’anno la kermesse per eccellenza della musica (e della televisione tutta) italiana si è conclusa; abbandonati i fasti delle telecronache dei mondiali con Nicolò Carosio alla voce, ormai solo il Festival di Sanremo si erge, solitario ed intoccabile come un plesiosauro dimenticato dall’estinzione in uno stagno sempre più asciutto, nel panorama altrimenti piuttosto piatto dei palinsesti straordinariamente coerenti a se stessi – ovvero, senza colpi di genio né infamie, senza sorprese.

D’altro canto, non è che neppure il Festival di sorprese ne offra poi molte; il rito si trascina ormai da anni, essendosi ormai da tempo lasciato alle spalle la connotazione agonistica della gara in quanto tale per assumere definitivamente la veste di vetrina; non meno interessante dal punto di vista economico, certo, ma da quello della premiabilità a livello di show certamente deludente. Eppure, deludente per chi?

Tanto per cominciare, non certo per gli organizzatori. Che rispetto alla scorsa edizione hanno risparmiato 500.000 Euro rispetto alla precedente edizione, e su di una spesa totale di circa 15,5 milioni circa ne hanno portati a casa ad oggi ben 22: un bel prendere, senza dubbio, sono poche le imprese che possono vantare un simile utile. E noi a prendere per i fondelli le guanciotte da Chipmunk di Gabriel Garko, a fare battute sulla differenziata di Patty Pravo, a dileggiare l’aspetto veteromonetario del Maestro Beppe Vessicchio: tutte pratiche oziose da snob della musica e dello spettacolo, di gente che in fondo non ha meglio da fare il sabato sera se non perculare l’offerta mainstream che, in quanto tale, non è specialissima e originale e di conseguenza non è buona.

Gli organizzatori, loro, se la ridono: buona per chi? Per il popolo dai sessantenni in su, evidentemente sì. Per gli illivoriti cinquanta, cinquantenni e peterpanizzanti vari che hanno visto l’ennesimo San Valentino dal divano di casa, plaid sulle ginocchia, anche: la possibilità di twittare commenti feroci a mezzo mondo sui due santi più detestati del momento, per una volta giunti persino assieme, dev’essere stata impagabile. Tant’è vero che il 50% di share in una simile serata dedita di solito più alle cenette romantiche (si spera con proseguimento) e in un’epoca così densa di offerta di intrattenimento da far girare la testa è un risultato ciclopico, roba da finale del SuperBowl. Per cui, se dovessimo dire, è possibile che tutta quella polemichetta sui vestiti di Tizia, sulle plastiche di Caia, sulle figuracce di Sempronia potrebbe anche far parte di una oculata strategia di marketing che ha reso ottimi risultati: non importa come se ne parli, purché e ne parli, ipse dixit. E per parlare, se n’è parlato, e ancora se ne parla.

Quanto poi ai personaggi che hanno animato le serate, chi per criticarli, chi per seguirli, non è stato facile restare neutrali; quanto mai può essere stato puramente casuale invitare Elton John alla prima serata, e quanto mai può essere stato un caso che un professionista di tale peso abbia fatto casualmente una osservazione in merito a unioni civili et similia, casualmente in un clima abbastanza preparato a riceverle come quello di questi giorni? Ah, poi naturalmente c’è il discorso della musica. Beh, ad essere onesti, quello è quasi secondario.

La genialata del momento ha visto la presenza di un Carlo Conti perfettamente anodino e mimetico, in grado di lasciar passare su di sé tutto il resto senza dare una qualsivoglia impronta; che è poi la caratteristica del vero conduttore, dare spazio a quello che si svolge attorno a lui senza per forza personalizzarlo. Ecco, in questo senso non c’è stato pericolo. Sanremo si è trasformato in una replica della notte di Capodanno cui mancavano solo i trenini brigittebardé, lo spumante e i conti alla rovescia (e per fortuna); la musica, quella, interessa solo ai discografici che sganciano, o dovrebbero sganciare, i denari per lo spazio espositivo e alle signore cui fa tanta, tanta compagnia.

A proposito dei discografici, ci assilla il dubbio che pagare Renato Zero perché venga sul palco a pubblicizzare il proprio disco forse non è il top; ma forse il suo cachet iniziale non era 300.000 Euro, si è ridotto così per lo sconto. E se è per questo, lo stesso Conti, nella scenetta di livello parrocchiale con Panariello e Pieraccioni, ha fatto pubblicità a se stesso, in una specie di gioco di specchi degno di un regista di fantascienza. Noi però siamo romantici, e abbiamo lasciato che le note dei tanti grandissimi artisti ci catturassero e ci lasciassero sognare; dimentichi della passione italiana per i portatori di handicap sul palco, che dura il tempo di una settimana e poi via, si richiama la badante, dimentichi delle urlette uhòuhò della generosa ma sfibrata ugola di Gaetano Curreri che gioca la carta dell’amore filiale (e stravince), abbiamo lasciato che l’emozione ci sopraffacesse e ci siamo goduti la serata. Ovvero, abbiamo cercato un bel film con John Wayne per rifarci gli occhi, e siamo andati col nostro plaid sul divano leggendo Sanremo attraverso i tweet incattiviti degli altri.

Ultimo commento

  • Nei giorni del Festival, alcuni astrofisici italiani (tra gli altri) hanno contribuito a scoprire l’esistenza delle onde gravitazionali, di cui non s’è fatta menzione a Sanremo per non abbattere gli indici di ascolto. Perché Sanremo è la vera faccia di questo Paese. L’italiano medio infatti non è il cervello in fuga di cui sopra, ma il non cervello in stasi di cui appena sotto