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Lavoro: tra morte e riforme

Nei giorni in cui si discute della riforma dell’articolo 18 e dei licenziamenti più o meno facili, nelle fabbriche si continua a morire; cosi alla Dueco di Bibbiano dove un tunisino 42enne, padre di 4 figli dai 3 agli 11 anni, è rimasto schiacciato sotto 200 chili di ferro. Assunto da tre anni, ben inserito nel tessuto sociale del comune della val d’Enza la storia a tragico fine di Ridha Thon è solo l’ultima della catena delle cosiddette “morti bianche” che continua a scorrere nella Reggio teoricamente patria dei diritti sociali tra le province italiane.

Intanto a Reggio Fiom-Cgil ha già bloccato il traffico in un tremebondo martedì di metà marzo e al prefetto Antonella De Miro arriva per posta una busta con proiettile condita da farneticanti frasi sull’articolo 18. E si battono tutte le piste come si dice in gergo quando si è in alto mare; dal gesto di un disturbato alla mafia alle neo-br. Anche in quest’ultimo campo Reggio vanta la primogenitura degli anni di piombo (quando si sparavano pallottole e non missive) mentre il modello emiliano del mercato del lavoro è profondamente cambiato negli ultimi tempi. Le infiltrazioni malavitose di parte del nostro tessuto economico, causa immigrazione, benessere e diversi macro-progetti, sono una realtà. La crisi glocale infine sta alimentando lavoro nero, accettazione silente di condizioni al ribasso e disperazioni varie. Insomma un intreccio di difficile districazione.

Il governo dei “tecnici”, senza entrare ora nel merito degli argomenti, osa laddove nessuna forza politica aveva mai fatto nello scorrere vero o presunto delle numerazioni repubblicane; il che pone al centro del dibattito un’inquietante e irrispondibile domanda sul senso e la logica, diremmo l’essenza stessa dei partiti come ancor oggi sono concepiti e inquadrati (ben oltre il discorso della Casta). Qualche leader di sinistra, fino a ieri primo cantore nell’ensemble vocale e corale sulla bravura di Monti e la bellezza lagrimosa della Fornero nell’affannosa rincorsa ad uno straccio di consenso perduto, torna a fare il solista innescando la retromarcia.

E’ lecito attendersi dalle parti sociali in campo, che ai tavoli discutono animatamente, un atteggiamento serio e responsabile davanti ad un Paese stremato dalla crisi e disincantato per i radicati atteggiamenti da lobby assunti da decenni ad ogni stormir di fronda di cambiamenti possibili? Non sappiamo; nel contesto di sindacati che continuano a scavare un solco tra lavoro e capitale, imprenditori che ricorrono facilmente agli aiuti di Stato per coprire magagne interne, politici che blaterano per salvare il loro anacronistico giornaletto di partito e “bocconiani” tranchant che rivoluzionano d’acchito le aspettative di vita di generazioni di dipendenti (non statali), la speranza fatica a generarsi.

Ma è doveroso chiedere a tutti un passo indietro. O meglio uno sguardo avanti. Perché la palpabile tensione resti solo un mix di frustrazione e aspettative

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