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“La vita è offline, esci e goditi il mondo”

illustrazioni-satira-social-media-facebook-31“La vita è offline, esci e goditi il mondo”; così recitava un popolarissimo spot anti-web divenuto, ironia della sorte (ma neanche tanto) deliziosamente virale in pochi giorni. Lo spot non ha nemmeno un anno, quindi non si può difendere adducendo a scusa l’ignoranza rispetto ai fatti. Forse, nel 2005, 2006 un simile interrogativo avrebbe potuto ancora far fare bella figura ai tanti filosofi da palcoscenico che si danno il cambio sulle nostre sempre più disertate reti televisive.

Oggi non fa più neanche riflettere; è solo un chiaro esempio di come spesso le alte sfere dell’intellighenzia siano disperatamente fuori tempo rispetto all’evoluzione del reale. Per chi mastica del tanto citato ma poco letto Cechov, il Monaco Nero che appare ad Andrej nell’omonimo racconto, accusato di essere una allucinazione, lo rimbecca: “Pensa come vuoi… io esisto nella tua immaginazione e la tua immaginazione è una parte della natura, quindi io esisto in natura”. Stesso dicasi riguardo alla vita sul web: essa è non è altro rispetto al mondo, ma ne fa parte, oramai indissolubilmente.

E pensare che quello che accade offline ed online non abbiano ripercussioni l’uno nei confronti dell’altro è roba, questo sì, da alienati. Casomai, è chiaro che, specialmente grazie alla dimensione decisamente social presa dal web, negli ultimi tempi a questa commistione è stata impressa una accelerazione che ci ha trovati colpevolmente impreparati. Colpevolmente, per almeno due ragioni. La prima è che, volendo, potevamo disporre dei dati riguardanti Paesi – Stati Uniti in testa – che erano già stati interessanti da questa vivace trasformazione, della quale noi, alla periferia dell’Impero, stiamo ora subendo nient’altro che l’onda lunga, mentre là le cose si stanno ancora e di nuovo trasformando.

Paradossale, questo ritardo, se si pensa che il web per sua stessa natura è ubiquo e slegato dalla posizione fisica degli utenti; spiegabilissimo, se si considera il ritardo culturale e tecnologico dell’Italia nei confronti degli altri Paesi industrializzati. La seconda è che il fatto che la realtà sia una costruzione sociale è ben noto da tempo, e il testo fondamentale per la sociologia della conoscenza di Berger e Luckmann al proposito data del 1966; dopo aver osservato e studiato capillarmente e invasivamente l’impatto dei media via via stratificatisi, giornali, radio, televisione, lo stupore nei confronti della trasformazione dettata dalla Rete appare fuori luogo e ridicolissimo.

Questo, dal lato dei tanti che si vendono quotidianamente come studiosi ed esperti di simili fenomeni. Da quello invece degli utenti, beh, è chiaro che è tutto un altro paio di maniche. Come è accaduto per tutti i media, qui osserviamo ad un frazionamento deciso e importante nell’uso e nella comprensione delle dinamiche. Abbiamo in cima alla catena alimentare i produttori: chi fornisce i servizi e ne trae il massimo guadagno, ieri i proprietari dei grandi gruppi media, i tycoon (dal cinese ta chun, “grande dominatore”) da Hearst a Murdoch a Slim, oggi i Zuckerberg, Brin, Page dei social e della dominazione dei servizi di ricerca, con Jeff Bezos di Amazon che mostra chiaramente come ora i due profili si vadano indissolubilmente unendo da quando ha acquistato l’intero Washington Post per 250 milioni di dollari, ossia l’1% della sua ricchezza personale.

Poi ci sono gli utenti esperti, ossia i professionisti del marketing, del commercio e dell’informazione, giornalisti e venditori come sempre in testa – e anche qui, con l’aumento spropositato degli editoriali a pagamento sempre più confusi con le notizie propriamente dette, è chiaro che stiamo assistendo alla nascita di una nuova professione, o forse alla morte di entrambe, per come le abbiamo sempre conosciute sinora. Infine, gli utilizzatori finali, chi più chi meno scafato; si va dal blogger di lunga navigazione così affilato che può dare la paga a molti giornalisti preparati, fino alla casalinga di Voghera che racconta improvvidamente dei suoi amorazzi falliti su Facebook.

Ed è qui che il sistema intero implode. Perché l’utilizzatore finale, gravemente impreparato, vive ancora a cavallo delle due realtà e fatica ancora bene a capire come queste due finiscano per intersecarsi in maniera decisa, e decisiva. Manca, certamente, una istruzione – doverosa – in tal senso, con l’educazione civica che ha abbandonato le nostre classi e le campagne sociali al riguardo assenti, incomprensibili o lacunose, costruite (se pure e quando) in maniera talmente autoreferenziale che la fascia sociale cui sono rivolte non è nemmeno a conoscenza del fatto che esistano.

Una ragazza può non essere tanto colta da leggere due o tre libri di statistiche al riguardo, ma può benissimo essere in grado di fare sesso orale con quell’imbecille criminale del suo partner e così temeraria – o presa dalla vicenda – da trovare innocuo o anche eccitante il farsi riprendere. Se l’è cercata? Certo; né più né meno come quei miliardi di persone che hanno contratto una malattia venerea anche mortale facendo sesso non protetto, perché si sa, in quei momenti non è che proprio sei del tutto lucido, eh. Più o meno come se la sono cercata tutti quelli che si sbronzano in discoteca e poi si abbandonano alla mercé (assente) del branco (ubriaco anche esso), o come se la cerca chi viva in case non costruite invulnerabili a pioggia, vento, allagamenti, terremoti, chi guidi senza cintura di sicurezza, ma anche chi mette al mondo dei figli, chi fa lavori pericolosi, chi mangia pesante, chi fuma, chi esprime con coraggio la propria opionione, chi svolge attività sindacale e tanti tanti altri comportamenti decisamente poco igienici di cui la vita, in quanto tale, è pienissima.

Il punto attuale non sta nell’attività a rischio, ma nella sua trasformazione in uno spettacolo condivisibile e nel fatto che questa condivisione è incontrollabile, spietata e criminale. Perché se lo stupro (chiamiamolo tale) di una ragazza in discoteca è di per sé un comportamento da evitarsi in ogni modo (ma, ehi, se l’è cercata!), il particolare da tenere a mente è quello delle amiche che la filmano e la mettono online. E qui spiegare i motivi del fatto, squisitamente antropologici, ci porterebbero ben lontani e richiederebbero molto più spazio di quello che possiamo utilizzare in questa sede.

Fatto sta che il problema rimane: a gente ancora incapace di usare correttamente un temperino è stato messo in mano un fucile mitragliatore. Poi, le nuove tecnologie in realtà sono ben altro che questo, e stanno trasformano certamente il nostro mondo in meglio in molti e diversi modi; interconnessione vuol dire che i diritti e i doveri e la conoscenza possono fluire in maniere inaspettate e rapidissime, ed insopprimibili. Ivi compresa la conoscenza sbagliata e cattiva. Qui, sebbene non possiamo fare altro che inorridire di fronte a quanto già accaduto, possiamo però dotarci di strumenti di cautela e di capacità di utilizzo moderni e congrui alla potenza del mezzo.

Perché non è il web che deve cambiare: siamo noi che dobbiamo imparare ad utilizzarlo, e a vivere con e in esso. Inutile fare quelli che, bei tempi quando si comunicava coi barattoli; non erano bei tempi, e le cose orrende che accadevano le venivi a sapere trent’anni dopo, o mai del tutto. Oggi, il peccato ulteriore è la spettacolarizzazione del male, l’incredibile facilità con la quale qualsiasi cretino può danneggiare l’immagine altrui – e la propria, se è per questo, fattore sempre molto sottovalutato. E qui ci si deve lavorare su davvero. Ma come per tutti i sistemi, probabilmente il web che vedete oggi, in continua evoluzione, non sarà quello di domani, e la trasformazione, sotto forma di restrizioni all’uso, di strumenti giuridici ad hoc, di premialità di intervento costruttivo e sanzione di utilizzo dannoso, è certamente già in atto.

Trasformazione che avverrà non tanto per motivi etici, quanto per motivi sociali ed economici: la franchigia di licenza morale e fiscale fino ad ora fruita dai magnati del web è probabilmente ormai in scadenza. Nel frattempo, è ora di capire, decisamente ora di capire che, sì, il web è la realtà, e qualunque inqualificabile porcata venga immessa online abbassa la qualità della vita di ogni giorno di un paio di tacche. Per cui: in assenza di cose sensate o decenti da mostrare, meglio imparare ad astenersi, come produttori e come fruitori.

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