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Europa: la profezia di Bettino

La profezia di Bettino“L’Europa per noi, nella migliore delle ipotesi, sarà un limbo, nella peggiore, un inferno”. Già, aveva proprio ragione Bettino Craxi nel predire con estrema lucidità quale sarebbe stato il nostro destino europeo senza una sistematica rinegoziazione, su tutti, del Trattato di Maastricht e, soprattutto, senza mutare quell’atteggiamento – un po’ ipocrita, un po’ peloso – di chi si muove in punta di piedi nell'(inesistente) paradiso terrestre comunitario. Non si preoccupino i lettori: lasceremo da parte i temi economici, non ci affaticheremo – almeno per una volta – in sterili analisi finanziarie.

Da distratto ascoltatore delle bislacche lezioni di cittadinanza che quotidianamente ci vengono impartite, spesso intrise di quell’odiosa quanto pericolosa “retorica dell’umiltà” e del consueto pietismo nostrano mi è parso di cogliere dei bei esempi dell’ignavia italiana e dell’attuale inutilità/dannosità dell’Unione Europea nelle modalità con le quali è avvenuto l’ingresso di Slovenia prima e Croazia poi nell’Unione e nelle conseguenze che avrà il Trattato di Velsen.

Che qualcuno, ma dico uno solo, a Roma come a Bruxelles, abbia posto – come preliminari all’avvio di ogni negoziato di adesione – le questioni della restituzione dei beni confiscati (o “abbandonati” come con discreta faccia tosta li si definisce oltre Adriatico) agli esuli italiani dalla disciolta Repubblica Socialista Jugoslava e dell’adozione di una rigorosa legislazione di tutela del patrimonio, lato sensu culturale, italiano d’Istria e Dalmazia?
Figuriamoci.

Ci provò convintamente, ne sia dato atto, il solo veneziano Gianni De Michelis nel lontano 1992 e poi, più timidamente ma con sincera passione, il primo Governo Berlusconi (ed in parte il Governo Dini): in gioco era il superamento della tradizionale posizione slava basata sul necessario rispetto del Trattato di Osimo.
Addirittura da controparte ci fu una qualche apertura sino a giungere alla firma dell’Accordo di Aquileia.
Poi l’incredibile silenzio italiano ed europeo, soprattutto da parte di chi, nella Penisola, si affaticava a scoprire targhe ed a dedicare vie in onore dei Martiri (non caduti!) delle Foibe.

A proposito, come raccontato da Piero Fassino, all’epoca sottosegretario agli Esteri, nel suo libro autobiografico (“Per passione”), il definitivo abbandono di ogni legittima e sacrosanta rivendicazione da parte italiana ed europea, frettolosamente annunciato nel corso di una visita nella Capitale slovena (giugno 1996), gli fu espressamente ordinato dal Presidente Prodi il quale – dignità nazionale cercasi – aveva ricevuto a sua volte pressanti richieste in tal senso dal governo statunitense.
In occasione dell’ingresso di Lubiana e Zagrabia in Europa figuriamoci se sia stato possibile (o perlomeno qualcuno abbia pensato a farlo) dire qualcosa di credibile in merito: eravamo invitati alla festa di gala e, come si sa, non é certo cortesia irritare l’ospite.
Un sentenza dell’agosto 2010 della Corte Suprema Croata pare tuttavia aver aperto un piccolo spiraglio per qualche esule rapinato, vedremo.
Oggi, il Governo “in prova ai servizi sociali” non trova di meglio che chiudere i Consolati italiani a Capodistria e Spalato, presidi (soprattutto il primo) dell’italianità di quelle terre e punti di riferimento fondamentali per le nostre comunità ivi stanziate. Chapeau.

Come tacere poi sul Trattato di Velsen? Ratificato praticamente all’unanimità nel 2010 dal Parlamento Italiano, prevede il progressivo smantellamento dell’Arma dei Carabinieri in vista della costituzione (formalmente già avvenuta) dell’Eurogendfor: un corpo unico di polizia militare formato dalle forze di alcuni Stati Membri, tra cui, per l’appunto, l’Arma.

Nulla a che fare con il tanto agognato Esercito Europeo del quale peraltro Eurogendfor non presenta, a tacer d’altro, quel necessario carattere di democraticità cioè di assoggettamento al controllo politico del Parlamento Europeo.
Eurogendfor risponderá infatti esclusivamente ad un consiglio dei Ministri della Difesa e degli Interni (CIMIN).
Per non parlare della prevista inviolabilità dei locali, degli uffici e degli archivi e della impossibilità di sottoporre le conversazioni dei suoi appartenenti ad intercettazioni giudiziarie. Tutto ciò, chiaramente, senza che gli intellettuali si scandalizzino.
Siccome poi non ci facciamo mancare nulla la sede del neo costituito Corpo é stata stabilita a Vicenza, con relativi costi fissi a carico dello Stato ospitante.

Insomma, un ulteriore prezioso (e pericoloso) cadeau europeo in occasione delle lente esequie della nostra sovranità nazionale e dell’idea antica di un’Europa della Patrie. Può chiudersi il sipario.

Se questo è il paradiso terrestre per piacere fateci tornare nel nostro inferno (al netto dell’ignavia).

Alessandro Nironi Ferraroni

Ultimo commento

  • Complimenti per il puntuto argomentare (ma questa non è una novità). Ammetto di non conoscere molti dei passaggi citati, posso dire però due cose: a) si legge molto meglio di un articolo di Limes; b) visto che è citato Prodi: io ne sono un estimatore, ma onestamente non si può riconoscergli quale maggior pregio politico la politica estera, sia da governante nazionale che europeo; basti pensare all’affrettato allargamento a 27, oppure alla sponsorizzazione dell’ingresso della Turchia. I recenti fatti tumultuosi di Istanbul ci hanno fatto capire quale sòla ci si tirerebbe in casa.