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Iren, dolce “bombolone”

La parola chiave che serpeggia in assemblea l’ha tirata fuori il figlio di un’azione minore, Ettore Camozzi di Piacenza, che un anno dopo l’altro arriva nella sede di via Nubi di Magellano a riversare sul tavolo di Bazzano  & C una serie di scottanti domande puntualmente evase dalla presidenza. La parola-chiave in questione è “bombolone” e si riferisce al rigassificatore di Livorno.

Bombolone nelle parole amare del Camozzi simboleggia e sintetizza la cattiva strategia complessiva di Iren; ma l’immagine è utile per andare con la mente alla gustosa pasta (un po’ pesante per via della frittura) ripiena di crema, sogno goloso di tutti i bambini e non. Ed effettivamente Iren è davvero un dolce bombolone almeno per tutti i super-manager che si sono succeduti nella stanza dei bottoni e per quelli che si apprestano a sedersi o a rimanervi, a partire da Profumo, Bazzano e Vieri.

Il rito assembleare è davvero unico nel suo genere per assistere alle diverse dinamiche sociali che sottendono le classi che si confrontano: un fastidio inutile per le espressioni dei soci di maggioranza, una ribalta senza precedenti per i piccoli azionisti e i rappresentanti di associazioni che cercano di dire, dal palco irenico, una parola riformatrice e rivoluzionaria. O almeno porre domande.

Le questioni effettivamente non mancano: Mario Guidetti chiede di non distribuire il dividendo, visto l’indebitamento della multiservizi, Francesco Fantuzzi snocciola dati economici chiedendo lumi, Mirta Quagliaroli rivendica un’altra azione di responsabilità verso Andrea Viero, Emiliano Codeluppi vuol vederci chiaro sull’effettivo elemento pubblico rimasto della gestione e il futuro della partita dell’acqua, Donato Vena chiede un tetto complessivo chiaro e verificabile nei compensi del board, Fabio Zani di “Cittadinanza attiva” ricorda le centinaia di persone che piangendo si recano nei suoi uffici a confessare di non farcela a pagare le esose bollette e via discorrendo. Bazzano, Vieri, Garbati, notaio e notabili vari restano impassibili. Sfingi metastoriche delle tragedie umane, Monne Lise ineffabili che non tradiscono emozioni.

Ma dal tavolo presidenziale nessuno che prenda nemmeno in considerazione le rivendicazioni “popolari”; manco rispondono e il rito si avvia allo scontato epilogo: altro che maggioranza bulgara, qui siamo alle percentuali assolute. Bilancio, remunerazioni e cda passano al 99%, i compensi dei vertici invece hanno un sussulto. I sì sono “solo” al 91%. Sulla carta i compensi dei big saranno inferiori: 18mila euro lordi annui ai consiglieri, 150mila al presidente, 40mila al vice e 57mila all’ad. Ma ci sono una raffica di variabili dipendenti (dal loro volere sostanzialmente) che potrebbero far lievitare a somme difficilmente quantificabili le loro indennità: rimborsi e gettoni di presenza innanzitutto.

L’assessore Mimmo Spadoni rivendica giustamente le novità apportate dal neo-statuto e ribadisce che ci sarà, sugli stipendi d’oro, un risparmio di almeno il 30% rispetto al bilancio 2012. E poi le questioni dei Comitati di garanzia. Il responsabile del sub-patto Alessio Mammi è tornato a chiedere (come l’anno scorso) che diventi preponderante la parte variabile (dipendente cioè dall’andamento societario) dei maxi-compensi. Giusto. Ma la storia dei sub-patti (quest’anno finita maluccio per via di una profonda spaccatura interna) vale fino a mezzogiorno. Semplicemente i sindaci, specie se giovani e motivati e col cuore ancora leggermente a sinistra per via dell’età, dovrebbero battere con più forza i pugni sui tavoli politici che contano. Almeno quand’è ora.

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