HomeInterventiIren: anche i sindaci, nel loro piccolo, s’incazzano

Iren: anche i sindaci, nel loro piccolo, s’incazzano

Sbrodoliamoci un po’ addosso anche noi va, che questa volta pare ne abbiamo fatta una buona. Soli o quasi, mentre altri sventolavano contatti boom (sarebbe interessante analizzarli) e professionalità da New York Times, abbiamo condotto una coraggiosa (tanto non abbiamo nulla da perdere) campagna di informazione sul caso Iren. Anticipando di settimane le notizie su dividendi, aggregazioni, indebitamento, vendita degli immobili e situazione in generale. Chiedendo, nel silenzio tombale ed inquietante di corifei paraculi tutti intenti a sfruculiare nelle mutande di Berlusconi come massimo orizzonte d’azione, una sollevazione popolare e politica sugli enormi paradossi di quello che, a nostro modesto avviso, rappresenta il caso più eclatante degli ultimi anni. Almeno dalle nostre parti.

La gestione Iren sta dilapidando, numeri di bilancio alla mano, il più importante patrimonio pubblico di questa comunità col titolo a tracollo quotidiano mentre mercato e vertici tecnico-amministrativi cercano di rivalersi un po’ aizzando contro i cittadini bollette da capogiro, autoattribuendosi infine, come paradossale chiosa a una vicenda kafkiana, stipendi da favola. Insomma una contraddizione al cui confronto, ripetiamo e ribadiamo, la vicenda Manodori appare sotto una luce di fruttuosa coerenza.

Eppure i sindaci, che finalmente hanno tuonato contro la fuga dei buoi a stalla spalancata, hanno le loro responsabilità. Prendiamo ad esempio il sindaco Graziano Delrio, risvegliatosi dal comatoso torpore irenico, davanti ad un dividendo al limite del tragicomico; ha sì sbottato “i soci meritavano più attenzione” ma nel luglio 2007, sulle pagine di un prestigioso quotidiano locale, gongolava così alla notizia dell’entrata in Borsa di Enìa: “E’ un bel giorno per Reggio“.

Vedi che buongiorno. L’alba drammatica della multiservizi sveglia troppo tardi i primi cittadini locali; i fiochi raggi di sole delle loro pubbliche reprimende probabilmente fuori tempo massimo hanno solo il sapore di uno scaricabarile elettorale. Avrebbero dovuto agire ben diversamente nelle sedi, poche se vogliamo e poco utili, in cui la loro voce, fosse stata univoca e decisa, oggi avrebbe avuto almeno il valore simbolico della profezia di chi sa guardare avanti. Per esempio nelle assemblee dell’Ato dove, pur in qualità di soci, non una voce, non una, s’è alzata per gridare alla improponibilità degli stipendi di Viero & company.

A proposito dei nostri strapagati strateghi delle società perdute, il direttore generale Andrea Viero continua a cianciare sulla necessità di una multiutility del Nord mentre i cittadini con le pezze al culo guardano inorriditi ai futuribili sogni di mega-fusioni. Già rassegnati alla necessità di impegnarsi pure gli indumenti intimi. Eppur qualcosa si muove nel ventre oltremodo ribaltato del popolo offeso: ed un crescendo di occhi bramosi di giustizia guarda con altrettanta voluttà all’insostenibile pesantezza degli stipendi d’oro

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