HomeCulturaIn un sabato del villaggio globale Virus e tecnologia, salute pubblica e Grande Fratello. L’eterno dilemma tra diritto alla privacy e diritto alla sicurezza

In un sabato del villaggio globale
Virus e tecnologia, salute pubblica e Grande Fratello. L’eterno dilemma tra diritto alla privacy e diritto alla sicurezza

di ARMANDO STERNIERI

Intendevo scrivere una saggio per “Il Sole 24 Ore” ma il mio contatto non è ancora rientrato e non so se sono così simpatico al suo sostituto, che potrebbe non pubblicarmelo. Siccome se mando qualcosa a Gianfranco o a Ciro di sicuro lo mettono online, per evitare di fare una gran fatica per nulla scrivo qualcosa per “7per24”. Che non è un giornale così “serio” come il Sole, per cui invece di scrivere un saggio scrivo un raccontino, un po’ per far ridere un po’ per far pensare, o almeno una delle due cose. In realtà non avevo proprio voglia di fare niente oggi, che è sabato pomeriggio, e poi in questo periodo sono pieno di dubbi, leggo troppe cose e fatico a trovare un filo conduttore.

Desolazione controllata: Jim Carrey in una scena del film “The Truman Show” (1998)

Però Gino, lui che è molto attento, ieri mi scrive e mi chiede della Corea del Sud. Io non ci avevo fatto caso, non avevo dato importanza al fatto che i contagi si fossero fermati a un numero molto più basso del nostro. Sì, avevo letto i dati, ma avevo immaginato fossero sbagliati, o avessero cominciato a darli falsi, non credo molto a quel che arriva da Cina e Corea, invece Gino sì. Quindi non gli ho risposto, anzi sì, gli ho risposto che non avevo proprio idea del perché noi in poco tempo avessimo passato i 15.000 casi di coronavirus e loro invece sono ancora fermi a quota 7.700 o giù di lì. Il fatto è che stavo leggendo il “New York Times” ieri, in ufficio, fino a tardi per non dovermi rinchiudere in casa, e in particolare un bell’articolo sullo smart working dove Teddy Wayne mi dava ragione sul fatto che per quasi tutte le persone sia meglio lavorare insieme agli altri in ufficio (Steve Jobs ne era convintissimo, la creatività nasce da stimoli casuali tra persone che si incontrano alla macchinetta del caffè, diceva) piuttosto che a casa (neo-genitori, diversamente abili e altri esclusi, ovvio).

Poi, girando pagina, ho visto un trafiletto piccolissimo con un titolino quasi invisibile: “South Corea on the virus”. Giuro, non l’avrei degnato di uno sguardo: il giorno prima infatti avevo letto un lungo e pallosissimo articolo su questa cavolo di chiesa dello Shincheonji descritta come una setta, o addirittura come volontario fattore di contagio. Non fosse stato per Gino non avrei letto per giorni di cose coreane, ma siccome cerco di fare sempre bella figura con lui, allora mi impegno traducendo e faccio bene. Il responsabile ufficio stampa del ministro degli Esteri coreano si prende la briga di spiegare la questione del (non) accanimento con la chiesa/setta da parte del governo. Non di persecuzione quindi, ma strategia per battere il virus: catchall strategy la chiama. Per fermare il virus, task force e sforzo di tutti i cittadini per cercare tutti i contagiati: analizzare la vita dei positivi, rincorrere tutti quelli che hanno avuto rapporti con loro (anche con quelli incontrati di nascosto in un motel, chi li ha visti entrare li ha segnalati con una app apposita), trovarli e isolarli. Il rovesciamento del paradigma: non aspettiamo chi si ammala e sta male in un ospedale faticosamente attrezzato e riorganizzato, ma li andiamo a prendere là fuori prima ancora che le condizioni fisiche peggiorino: attraverso l’uso delle strategie investigative e dei dati digitali, con un elevatissimo numero di tamponi (quasi 300.000 contro i nostri 30.000 fatti solo ai sintomatici). Ovvero: ricerca determinata di chi è stato contagiato ovunque si trovi. Vi veniamo a prendere dove siete, non vi aspettiamo qui per curarvi quando state male.

Ok, sia io che Gino siamo piuttosto colpiti. Sono anche piuttosto infastidito dal verificare che tutta la tecnologia che toglie la privacy e permette ad una autorità di sapere tutto di te riveste una parte fondamentale in quel che è successo. In Corea e Cina è normale avere installato sugli smartphone app governative che ti danno indicazioni su dove andare o non andare perché pericoloso, con notifiche push. In Cina addirittura l’app deve essere mostrata alla polizia per potere accedere a servizi pubblici come la metro: se l’app mostra un faccino verde puoi entrare, altrimenti no, sei pericoloso per la salute degli altri. Non mi è chiaro cosa succeda a chi non è in grado di mostrare l’app con la faccina verde o, peggio ancora, non abbia lo smartphone. Avere questa app pare sia obbligatorio: certo il software poi raccoglie tutti i tuoi dati, principalmente la posizione, usata come parametro chiave per definire se sei un pericolo o no (ma fa anche tanto altro volendo, immagino io: contatti, chiamate, messaggi, documenti, foto). Mi ha molto colpito la necessità di questa installazione sul proprio smartphone, perché è proprio quel che servirebbe qui in Italia alle forze dell’ordine per poter dare migliore attuazione al decreto intercettazioni del mese scorso: il decreto dà la possibilità all’investigatore, anche attraverso trojan, di far diventare il tuo smartphone uno strumento anche di intercettazione ambientale, accendendo e spegnendo il microfono all’insaputa dell’ignaro possessore. La tecnologia di molti device non rende però la vita facile ai nostri simpatici italici investigatori: quello che servirebbe loro sarebbe proprio una bella app scaricata volontariamente dal proprietario: magari una bella e utile app che ti dice dove non andare perché è pericoloso (ma questo è un passaggio logico che ho fatto io perché sono spesso in malafede e vedo complotti ovunque).

Il timore e il fastidio che provo quando si tratta di privacy non è una cosa cosi rara: in Canada, ad esempio, un gruppo numerosissimo di persone si sta opponendo con grande determinazione ad un faraonico progetto di Sidewalk Labs, una società di Google. Una vasta area della città di Toronto, che prima faceva parte del porto, potrebbe venire riconvertita in una città moderna modello. Vincitrice con il proprio progetto in una gara pubblica bandita da Waterfront Toronto (un’agenzia governativa), la società legata a Google ricostruirebbe l’intero quartiere con tutti i vantaggi delle nuove tecnologie: peccato che le persone non accettino di far raccogliere i dati che li riguardano (posizione, etc), nemmeno se li gestisse un’agenzia indipendente. Hanno ragione? Non so. Non credo sia possibile dire chi ha ragione o torto. Certamente rinunciando alla propria sfera personale si metterebbe in condizione soggetti governativi di attuare politiche che potrebbero migliorare sensibilmente la vita, intesa come salute e forse altro, degli individui di una comunità.

Mentre scrivo faccio zapping. Sul canale 55 c’è Patrick: è un concorrente del Grande Fratello, ma non voglio scrivere di quel programma. Mi interessa cosa fa Patrick: gioca a fare il giocatore, si vede. Penso al libro di Sartre, “L’essere e il nulla”, dove si parla anche di questo: le persone che nella vita professionale giocano. Il macellaio gioca a fare il macellaio, il cameriere si dà arie da cameriere, etc. Ovviamente Sartre dice cose molto più complesse e a me incomprensibili di questa. Ciò che potrebbe nuocere a qualcuno, a me sicuramente, è la fissità a giocare un ruolo, cioè al non staccarsi dalla propria professione. Io non vorrei essere l’amministratore di Energee3 24 ore al giorno, a parte che non riuscirei. Patrick però gioca al giocatore 24 ore al giorno. Non è se stesso, nella parte sua più intima: tornerà però ad esserlo quando uscirà da lì, aprendo una porta che può aprire quando vuole. Fernanda Lessa invece non sta giocando, è Fernanda Lessa. O per lo meno ha deciso che la sua strategia di gioco è fregarsene del fatto che il programma è guardato da tutti, per cui mette in piazza tutte le proprie miserie e limiti. Capite perché dico questo? Temo di no. Cerco di spiegarmi meglio. Avete presente quando Jim Carrey in “The Truman show” cerca l’uscita dal set? E’ disposto a rischiare la vita per farlo, rischia di morire piuttosto che avere una vita protetta ma controllata da altri. E’ la scelta giusta? Ancora non so rispondere. So quello che sono in grado di fare io.

Non sono ancora disposto, forse in futuro sì, a dare a tutti la parte più intima di me in cambio di sicurezza. Voglio essere l’amministratore di Energee3, ma voglio anche essere Armando che va dove crede e incontra chi vuole senza che gli altri lo sappiano. E non sono pronto a far sapere agli altri i miei difetti, i miei limiti, le cose di cui mi vergogno, e sono tante. Come fa, forse, Fernanda. Quindi, se le autorità me lo chiedessero metterei a disposizione sicuramente le mie informazioni (a maggior ragione se questo servisse al miglioramento della vita di tutti), meglio ancora per un tempo limitato, ma vorrei poterlo fare con la possibilità che ha Patrick, e che si è preso Truman, di aprire la porta e uscire se ne avessi la necessità. Questo ha sì a che fare con i miei diritti e prima ancora con me stesso e la mia identità ma, in un secondo tempo, ha a che fare sul concetto profondo di democrazia.

Ma per ora basta così, il tempo stringe. Patrick e Fernanda stanno cucinando, voglio vedere come se la cavano.

Ultimi commenti

  • Avatar

    La sfera del privato e insostituibile ci fa vivere ci si può rinunciare momentaneamente in casi rarissimi ma dobbiamo conservare la possibilità di decidere noi quando e come.

    • Avatar

      Ciao
      Livio!!

  • Avatar

    grazie, Armando

    • Avatar

      a te!

  • Avatar

    oggi ho letto questo articolo e ho pensato che sono fortunata ad avere Armando come Amministratore dell’azienda per la quale lavoro con tutti i suoi pregi, limiti e difetti.

    Grazie.

  • Avatar

    Grazie Armando, un bel articolo. Tanti spunti su cui riflettere …