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Il Villaggio (globale) dei dannati

villaggioVa bene, fermi tutti. Fino ad ora, diciamolo: abbiamo scherzato. Ma adesso si fa sul serio. Finalmente ci siamo resi conto che il futuro non sarebbe stato come quello prospettato dalla fantascienza classica – macchine volanti, pillole nutritive, asettici ambienti bianchi, abitini fascianti stile preservativo – ma piuttosto quello della deriva cyberpunk: brutto, sporco, cattivo e tutto sommato terra terra. Ma con tante idee e tecnologia interattiva in più; praticamente, una Suburra 2.0. E quindi adesso riscriviamo tutto da capo e torniamo a fare progetti. Mancano i soldi, manca la cultura, manca la voglia, ma un bel sogno fantascientifico ce lo possiamo coltivare quando vogliamo: e così, il Governo sogna un bel pacchetto per il futuro denominato “Student Act” (solo Farinacci era più prolifico nella creazione degli slogan) che mira a cercare e coltivare 500 bambini geniali nelle scuole per farne il perno di una nuova Italia. Praticamente, un ponte ideale tra Cuore e Il Villaggio dei Dannati.

Le coordinate del progetto, sulla carta, sembrano persino interessanti. I cacciatori di teste governativi dovranno selezionare tra gli studenti delle superiori, al quarto o quinto anno, cinquecento ragazzi “gifted” (perché “dotati” si vede che suonava male) per prenderli sotto l’ala dello Stato e sponsorizzarli attraverso un percorso di studi mirato a farli diventare le eccellenze nei campi di competenza, compimento studi universitari, master, studi all’estero e poi chissà. Dieci milioni di investimento per il futuro, per rappezzare le buche causate dalla fuga dei cervelli: da inserire nella Legge di Bilancio prossima ventura, assieme ad assegni per studenti meritevoli provenienti da famiglie a basso reddito, bonus cultura di 500 Euro per i diciottenni e molto altro; in totale, 450 milioni di Euro per rinnovare il serbatoio di cervelli del Paese. Niente male, messa giù così, niente male davvero. Il problema è che questo piano si inserisce nel quadro più complessivo di un Sistema Italia che fa acqua da tutte le parti.

E’ un po’ come costruire una meravigliosa infrastruttura – vogliamo fare l’esempio delle Vele di Calatrava? E facciamolo! – in un contesto in cui non c’è nulla, strade da rifare, zona fiera improduttiva, mancanza di cose da visitare e di gente capace di valorizzarle se pure ci fossero. Andare a caccia dei futuri geni in un ambiente scolastico in cui insegnanti rincitrulliti da riforme sempre più isteriche, con stipendi in continuo calo, che si devono portare da casa computer, telefono, cancelleria e che sono tenuti a prestare corvé gratuite sulla sola base dell’amore per il lavoro sa molto di brutta copia di Salgari, però senza la tranquillità che può darti solo la certezza che lo scrittore se ti mette in mezzo degli ostacoli poi te li rimuove pure. Chi valuterà la genialità dei ragazzi? Con quali criteri? Con quali ricadute sulla classe? Tipo, il Garrone di turno che scrive tanto bene ma poi non va bene in matematica, cosa gli facciamo? Lo mandiamo a Ingegneria lo stesso, oppure gli diciamo eh, scusa, ma qui stiamo cercando geni utili, tu puoi sempre puntare a pubblicare a pagamento? Che tipo di genialità cerchiamo: quella che paga, quella che produce, quella che viene comodo mettere in mostra? E come la riconosciamo, quand’anche ci fosse? Uno dei miti più sfuggenti e più dannosi del nostro tempo è quello del talento: la misteriosa capacità che ci guida, ci sostiene e ci indirizza nello svolgimento delle nostre attività e che nessuno è mai riuscito a pesare o vedere, come il flogisto dei tempi andati. Solo oggi, nel momento in cui possiamo mettere assieme i dati di tante storie passate e presenti, ci rendiamo conto che probabilmente è una comoda scusa per rincuorare i tanti che non hanno una particolare spinta nel realizzare gli obiettivi.

Ne sa qualcosa Malcolm Gladwell, il divulgatore britannico che nel suo libro sull’argomento tira le somme e fa un totale abbastanza sorprendente: nessuno dice che il talento non esista, ma alla fine quello che conta sono le risorse. L’ambiente socioculturale, il denaro, i contatti, la capacità di relazionarsi o di essere relazionato, le reti sociali; di fronte a questi fattori, anche la qualità degli studi deve cedere il passo. Non parliamo poi della valutazione delle competenze o, è chiaramente appena dietro l’angolo, delle intelligenze. Il disastro avvenuto nei Paesi che si sono infilati nel cul de sac del voler migliorare la società attraverso l’allevamento di una gioventù intelligente è oggi ancora poco noto. A molti verranno in mente i Sonnenkinder dell’esperimento nazista, bambini perfetti tramite l’eugenetica degli incroci ariani e l’istruzione in un perfetto stile tedesco e puro; ma forse quasi nessuno sa, o ricorda, che una intera generazione americana è stata sottoposta ai test del QI di Binet e portata alle stelle o deliberatamente rinchiusa in istituzioni – galera a seconda del punteggio ottenuto. Fino agli anni ’70: non nel Medioevo, come ci racconta un terribile documento di Michael D’Antonio, “La rivolta dei Figli dello Stato”.

E il bello è che ad essere istituzionalizzati furono assieme bambini veramente deficitari e altri semplicemente incapaci di fare correttamente i test. Ironia della sorte, il test di Binet era stato ideato per capire chi dovesse avere accesso a programmi scolastici in grado di far migliorare un deficit di apprendimento, non per elevare coloro che già dimostravano capacità superiori. E poi basterebbe lo studio di Gardner sulle intelligenze multiple a ridurre questo modo di ragionare in briciole: l’intelligenza è difficilmente valutabile, e le eccellenze di oggi sui banchi scolastici, se inserite in un contesto misero o lacunoso, non produrranno proprio un bel fico secco di niente, se non ulteriore frustrazione. Ancora più illuminante: l’esperimento di Oak School prevedeva che un nuovo test fosse in grado di scovare gli studenti più intelligenti da poter far progredire e a cui assegnare un trattamento di maggior spessore scolastico ed educativo. In realtà, gli insegnanti ebbero dei nomi pescati assolutamente a caso, trattarono gli studenti come se fossero particolarmente in gamba e alla fine dell’anno, sorpresa: gli studenti ottenevano effettivamente risultati eccellenti.

E non era una illusione: erano risultati veri. In pratica, se elevi la base, tutto si innalza senza fatica e addirittura senza spese; se motivi le persone e crei le condizioni perché questo avvenga, il miglioramento non di pochi, ma dell’intera struttura è assicurato e produrrà risultati emergenti. Viceversa, nulla è garantito, se non i costi. Non vogliamo per forza sembrare rigidi disfattisti, ma andare a caccia di mosche bianche in un contesto massacrato da decenni di tagli e immobilismo, da supplenze assegnate a casaccio, da strutture fatiscenti in cui vagano come profughi bidelli confusi, precari infuriati, docenti senili e genitori impazziti non ci dà l’idea di un successo proprio dietro l’angolo, anche fatti salvi i pericoli di cui sopra.

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