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Il lento suicidio dello sport

SportsAccendi la radio e scopri che ritireranno la maglia n° 39 dalla Nazionale, per mandare un messaggio simbolico e ricordare la tragedia dell’Heysel. Perché, dice lo speaker, simili tragedie uccidono lo sport. Ci metti qualche secondo a metabolizzare il periodo, e non è nemmeno tanto facile, perché i morti del Belgio tornano sempre su e da digerire sono duri, durissimi; poi però lo scoiattolo del cervello si dà una mossa e realizzi che, a) stanno ritirando una maglia che di suo già non esiste, b) è ben altro, quello che uccide lo sport. Anzi, a ben vedere: i morti e i feriti, come accade poi a tutti i martiri, lo rafforzano; le storie fondano radici ben robuste nella sofferenza e nell’andare avanti. E poi qui non stiamo parlando di qualcuno che viene da chissà dove a ucciderlo, lo sport: è che si sta suicidando. Se per premeditazione o per immensa stupidità non è ben chiaro, ma l’intento autolesionistico, quello è del tutto evidente. Se fossero le tragedie, a uccidere lo sport, questo sarebbe già morto da un bel pezzo. Tipo, Fidippide, arriva a portare la notizia di Maratona; taaaac, morto, finita l’atletica. Tipo, Borgonovo, SLA, morto a 49 anni. Addio. Ma anche molto prima, Basilica di Superga, via tutto il Torino, c’è bisogno di dire altro? Villeneuve, Simoncelli, Pantani, nomi a caso, ci perdonino i tanti, tantissimi non nominati, morti, morenti, feriti, malati, sconfitti; eppure, gli sport procedono con maggior vigore addirittura, perché aveva ragione Buzzati: lo sport è prima di tutto narrazione, come ci insegnava nella sua cronaca del Giro d’Italia, e a metà tra giornalismo e racconto epico la dimensione dell’Eroe è quella che porta avanti la macchina ancora per un altro poco, ancora un passo, più avanti. Perché quando Pantani scala le montagne tu, malato nel letto d’ospedale, con gli occhi di fuori sei anche tu su quei tornanti, e quando vince tagli il traguardo anche tu; e solo chi non ne ha mai avuto bisogno può dirsi che sia una consolazione misera. Perché lo sport guardato, ascoltato, è prima di ogni altra cosa immedesimazione; è riversare su di un doppio fantasmatico le tue paure, le tue ansie e il tuo senso di inadeguatezza e lasciare che ti mostrino che, no, puoi ancora tagliare il traguardo, puoi farcela ancora una volta, e forse una volta di più, domani. E perché sia possibile che si compia questo ambito transfert, c’è bisogno di una condizione necessaria e sufficiente: la verità. In fondo, è la stessa cosa che ricerchiamo nel momento in cui ci rapportiamo a qualsiasi storia, sia essa al cinema, o su di un libro: quella sospensione dell’incredulità che ci permette di credere veramente in quello cui stiamo assistendo, e di calarci nella parte per vivere l’emozione in prima persona. Quella stessa verità che frana rovinosamente nel momento in cui ci vengono mostrati trama e ordito della narrazione, in cui siamo costretti a uscirne, perché l’incredulità prende il sopravvento. Nel momento in cui impari che un giocatore di calcio interessante, ma non superlativo, può costare quasi 20 miliardi di lire dei primi anni ’90, per uno sport in cui tutti fanno finta di non vedere quale è il vero nome del gioco in un gioco in cui i diritti televisivi costano quattro, sei, otto volte quello che rendono: un nobile gioco del calcio che vive di intrallazzi internazionali, in cui le squadre di club dichiarano un centesimo di quello che incassano e dichiarano cento volte quello che spendono (tanto, la contabilità è quella tipica, zuzzurellona, delle associazioni sportive), e in cui il sospetto che si tratti di una enorme macchina per lavare il denaro sottratto alla fiscalità non sorprende in fondo più nessuno. Un gioco in cui interi campionati possono essere venduti e comprati, siano essi nazionali (di qualsiasi fascia) sia internazionali, per non tacere dei Mondiali; una dimensione di corruzione che fa impallidire le vergogne delle solite Milan, Juventus, Lazio, Fiorentina i cui brogli, graziati nell’80 in odor di Mundialito, tornano su come la caponata nel 2006. E non è solo il calcio, a infliggere coltellate a questa credibilità, anche se di tratta di colpi pesanti. L’atletica, la regina delle discipline, ogni anno laurea a pieni voti in truffe, raggiri, corruzioni la sua bella parte di atleti; il ciclismo parte con questi vizietti sin dalla categoria degli amatori; la scherma vede stoccate mortali più al banco degli arbitri che in pedana, neppure il golf si salva. Per tacere della diffusione endemica del doping, che viene scoperto beninteso solo dove lo si cerca; praticamente esenti da controllo, oltre a tutto il calcio, boxe, tennis, motociclismo, automobilismo, vela e giù giù fino al curling. Questa è la situazione che si trova a dover fronteggiare un improbabile, in quanto crediamo ormai praticamente estinto, tifoso davvero sportivo e ingenuo, innamorato del bel gesto, dell’agone, della lotta fatta di colpi sul viso, non alla schiena, o nello spogliatoio. Ultimo, tra i peggiori, il sospetto calato come una tormenta sul Moto GP, che tutti volevano credere un mondo in cui contassero potenza dei motori e bravura dei piloti, mentre ormai anche il più innocente fatica a pensare che non ci si possa accordare tra case costruttrici, marchi, team, fornitori di gomme e chissà cos’altro, e vincere o perdere ben prima che inizi la gara. Ecco; tutto questo è quanto, veramente, danneggia lo sport, ben più di quanto qualsiasi tragedia – per quanto dura, amarissima, assurda, giustamente impossibile a sopportarsi – non possa fare. Perché quello dello sport moderno non è sicuramente un assassinio in cui sia possibile risalire, pistola fumante alla mano, al colpevole. E’ certamente, e con ogni evidenza, invece, un suicidio; lento, straziante, annegato nei quattrini, ma pur sempre un suicidio inesorabile.

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