Il governo della paura

Cristiano Cristiani

Il meccanismo è ampiamente consolidato: privare la popolazione delle certezze e di solidi riferimenti, creare il panico in relazione al fatto che quelle certezze e quei riferimenti potrebbero scomparire per sempre e impostare una gestione della cosa pubblica basata su uno stato di costate emergenza. A questo punto diventa piuttosto semplice far digerire qualsiasi provvedimento, per quanto impopolare, spacciandolo come unica cura possibile. Se ognuno dei passaggi di questa procedura viene eseguito nei modi e nei tempi adeguati, nessuno oserà contestare il fatto che le contromisure proposte creeranno problemi peggiori dei mali. Il risultato è una nazione, ma soprattutto una classe politica, paralizzata, che guarda con devozione al suo Tamerlano, condottiero dei nostri sacrifici. Tutti pronti ad accettare la riduzione della nostra sovranità democratica per risolvere problemi di cui non conoscevamo nemmeno l’esistenza,

Abbiamo appreso che la borsa, tempio pagano della nuova economia, crolla a causa degli speculatori, ma per qualche motivo, finanziare gli istituti bancari con 350 miliardi di euro a tasso ridicolo per ricapitalizzarli con investimenti speculativi è un passo importante per la salvezza del Paese.

Le stesse banche che in Italia hanno talmente tante proprietà immobiliari da poter vincere a mani basse un campionato mondiale di monopoli. Nonostante questo lo Stato trova appropriato rinunciare all’IMU su queste proprietà (pari a circa 40 miliardi di euro), mentre gli pseudo proprietari di prime case (che per la stragrande maggioranza sono sempre degli istituti di credito) è giusto che contribuiscano alla rinascita del Paese. Nel contempo la digrignata rabbia dei cittadini viene veicolata verso la Chiesa Cattolica e verso i politici che si sono fatti controsoffittare la taverna mentre guardavano da un’altra parte.

Altre efficaci fonti di fumo oculare le ritroviamo negli stipendi dei parlamentari (mentre si dovrebbe parlare di ciò che fanno, in cambio del loro salario), nell’articolo 18 e nelle acrobazie voluttuose di una soubrette sudamericana. Frattanto il tessuto produttivo italiano, strangolato dal credit crunch, ascolta il Premier annunciare l’imminente uscita dalla crisi, mentre il presidente dell’ABI riesce a dichiarare che le aziende non ottengono credito dalle banche perché non lo chiedono, senza nemmeno scoppiare a ridere. Con la stessa serietà veniamo informati che la riforma del lavoro è stata accolta con una ola di approvazione da oriente a occidente.

La verità è un’altra. La manovra è stata ferocemente criticata non solo dalle più diverse posizioni politiche internazionali, ma dallo stesso Draghi, compagno di banco di Monti al club Bilderberg. Questa riforma ingesserà un mercato del lavoro già allo stremo: farà delle assunzioni una chimera e dei licenziamenti una forma di autofinanziamento. La verità è che il decreto “salvaitalia” ha salvato le banche (i cui bilanci sono diversamente attendibili, a detta degli stessi funzionari) e gettato nel panico due generazioni di lavoratori.

Fu un vero statista, F.D. Roosevelt, a dire che la paura è l’unica cosa da temere. L’artefice del new deal che traghettò gli Stati Uniti fuori dalla grande depressione, prese iniziative molto contestate. Era però una situazione capovolta rispetto alla nostra: le misure di Roosevelt erano contestate dai politici e dalle lobby di potere, non dal popolo. Istituì un reale controllo sull’attività della borsa, invece di alimentarne l’effetto speculativo. Disciplinò il tessuto produttivo e i diritti dei lavoratori. Invece di distruggere il potere d’acquisto dei cittadini, creò lavoro con opere pubbliche innovative. Inasprì la pressione fiscale sui ceti agiati, distribuendo il conto della crisi tra chi l’aveva creata.

Nel nostro Paese si dice con aria di saggia rassegnazione che queste cose non si possono fare. Quello che è certo è che se gli obiettivi sono altri, non c’è proprio pericolo che qualcuna di queste manovre virtuose venga applicata anche qui. Che gli obiettivi siano altri lo ha dichiarato lo stesso Monti, accennando alla cessione di parti della sovranità popolare a un livello comunitario. Che non sarebbe neanche una cosa così sconveniente, se a livello comunitario non muovessero le leve banchieri, burocrati e poteri lontani anni luce dal cittadino (e, in ultima analisi, artefici di questa strana crisi).

È bizzarro pensare che durante la crisi economica del ’29, in pochissimo tempo, fallirono oltre 2000 banche. In Italia, nel 2011, sono state spazzate via decine di migliaia di aziende, sono state pagate un miliardo di ore di cassa integrazione, la produzione artigianale (colonna portante della nostra economia, ma soprattutto segno distintivo dell’italianità) è stata messa in ginocchio. Eppure non una banca ha chiuso i battenti. Nemmeno un posto di lavoro si è perso in quel settore. Un settore che non produce e non sostiene più chi lo fa. Un settore privo di concorrenza grazie a consigli di amministrazione fotocopia. Un settore che sopravvive ai suoi errori. Come la politica. Mentre, come spesso accade, c’è chi paga per loro.

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15 Responses to Il governo della paura

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    Fabrizio 30 Aprile 2012 at 20:48

    I dati allarmanti posti in evidenza quotidianamente sulla stampa nazionale allarmano e sono un segnale inequivocabile di una crisi sistemica che, se non lo stile di vita, ha di fatto cambiato la mentalità e la prospettiva di guardare il futuro di milioni di persone. Per anni è stata immessa liquidità nel sistema attraverso mutui e prestiti ai privati cittadini, più o meno solventi, linee di credito nelle più svariate forme a ditte, società e liberi professionisti, più o meno promettenti. Sono proliferate le più svariate forme di attività, dalla consulenza alla vendita al dettaglio; si è rivoluzionato il mercato del lavoro sottoforma di un’indeterminata massa di nuove formule contrattuali. Sarebbe facile dare la colpa all’economista-guida Marco Biagi, ai Ministri del Welfare di centro-sinistra Treu e di centro-destra Maroni, ma la verità è che il sistema come molte volte nella storia del resto si è rivoluzionato da solo, o forse dall’alto per essere più precisi. La luce del progresso e della ragione ha guidato il novus homo laicus. E’ stata l’ennesima auto-rivoluzione verso un cammino di benessere, libertà ed emancipazione sociale ed economica. E il sistema bancario non fu sicuramente ingeneroso allora verso questa nuova forma di egualitarismo liberale e protestante in salsa americana, in base al quale ognuno deve poter aspirare al meglio, per sè e per la propria stirpe: un superamento storico di un modello “vecchio” fondato su classi sociali così ferme e costanti, su un senso del limite duramente provato ma comunque radicato nella coscienza singola e collettiva, su una consapevolezza radicata dei ruoli sociali che ognuno era tenuto a rispettare. C’erano una volta le poste, le banche, le fabbriche, le chiese, i comuni, le forze dell’ordine i medici, i farmacisti, gli avvocati, i notai. Direttamente o indirettamente erano queste le figure che segnavano la nostra esistenza. Essere dipendenti in quel tempo significava spesso entrare in un’officina o in ufficio intorno ai 18 anni, imparare una mansione, due al massimo tre, svolgerla nel modo più dignitoso possibile senza stressarsi tanto per raggiungere chissà quali obbiettivi, accantonare i soldi per l’automobile e una vacanzetta estiva, andare in pensione a 50 – 55 anni. Una vita così semplice e noiosa da raccontare che oggi tutto è cambiato. Molte figure sono rimaste ma hanno dovuto anch’esse cedere il passo ed adattarsi ad un mondo migliore, diverso, sia esso flessibile o precario. La società dei servizi. La telefonia, il gestore del gas e della luce, la parruchiera e l’estetista, i media e l’informazione ad ogni livello, le agenzia di viaggio e le pizzerie ad ogni angolo di strada, le imprese di pulizie e le consulenze aziendali, le compravendite immobiliari e le polizze assicurative su ogni bene, il mercato finanziario e dei mezzi di trasporto. Attività fondate su utilità innegabili ma immateriali: la soddisfazione materiale dei bisogni secondari-terziari dell’individuo in quanto tali. Ma che proprio per questo (non esistono galline che partoriscono Nuove punto o Caritas degli i-phone!) avevano bisogno della ricchezza innata delle banche per reggersi e proliferare. Ossia il denaro, lo “sterco di Satana”, prima forma astratta ma materiale di ricchezza, ora di debito. Sembrerà un paradosso ma non vi è oggi ricchezza senza debito. Quasi una forma obbligata attraverso la quale convogliare ogni forma di sviluppo e di progresso, una moderna chiave di lettura che, come l’arco per il violino, da un senso e rende vivo tutto ciò che tocca. Si vendono ad esempio le auto e si finanziano così anche pubblicità mirabolanti e a sua volta media e sovrastrutture societarie varie perchè le finanziarie fanno i prestiti personali. Lo stesso dicasi per il debito pubblico, che, anche in virtù di corrutele e brame irrisolte della politica italiana, europea e mondiale, a partire dagli anni ’70 ha teso ad impennarsi in maniera esponenziale. Resta quindi una forte desolazione nel considerare la situazione di stallo attuale. Come se fossimo arrivati al capolinea. Sarà difficile uscire da questa nuova forma-mentis che attenaglia l’uomo occidentale e lo costringe ad esplorare inattese forme di desolazione e pessimismo. Meritano soprattutto attenzione gli operai e gli impiegati privati cassintegrati, sposati, genitori di uno o più figli, privi di lasciti parentali, finanziariamente mobili o immobili, tali da garantirgli una solida base di partenza per guardare al futuro con tranquillità. In parole povere senza una casa di proprietà non gravata da ipoteca bancaria e alcun gruzzoletto da parte. Per queste famiglie i 2000 euro circa di entrate mensili pre-crisi, con mutuo, due macchine, bollette, assicuraioni, prestiti personali vari, telefonini, scuole, rappresentavano già, secondo gli standard civili europei, un’effettiva situazione di ansiogena crisi mensile, quotidiana. Una semplice calcolatrice lo certifica. In teoria le diverse forme di ammortizzatori sociali sono un valido salvagente, ma figlie anch’esse del loro tempo. Nella pratica attuale, infatti, sono una frusta per la convivenza quotidiana con la realtà e le persone che ti circondano. Del resto quando il lusso diventa un diritto, la proprietà l’indicatore della propria libertà, le possibilità liberate dalla tecnologia la forza trainante del nostro benessere, la mancanza di orari e di legami stabili il fulcro della nostra realizzazione spirituale, la capacità di moltiplicare gli utili attraverso l’indebitamento di società a responsabilità limitatissima il metro per misurare le capacità imprenditoriali e manageriali (chi più, chi meno in base alle proprie possibilità), diventa difficile immaginare una via di uscita veramente alternativa e sostenibile. Gli editoriali che si susseguono di ora in ora su carta stampate, telvisioni e blog altro non sono per lo più che una moderata e pacata continuazione di quanto propinato fin ora. Servirebbe forse un ritorno al passato, quando i figli erano la ricchezza e il futuro, un tetto anche in affitto e un piatto di pasta la fortuna di cui ringraziare il cielo, l’abitudinaria routine famigliare e lavorativa la propria pace quotidiana, una partita a carte o a pallone e una vacanza nella località marittima più vicina la propria spensieratezza. Forse è un’altra storia. Ascoltavo e confrontavo recentemente alcune interviste a giovani sesantottini e le dichiarazioni e gli slogan dei recenti manifestanti delle piazze italiane contro il precariato e il caro-vita. Una sorta di figliuol prodigo senza lieto fine. Senza più la possibilità di scrivere e riordinare la bussola della storia stessa. Potranno un gruppo di banchieri e professori, esseri umani come tutti noi, aiutarci a riscriverla dopo averla così brutalmente deviata? Saranno davvero l’IMU e i tagli alla politica, l’ennesimo debito all’1, al 2, al 3, al 10% a salvarci? Personalmente faccio fatica a crederlo.

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    Marco 1 Maggio 2012 at 03:06

    Complimenti, E’ raro leggere analisi così lucide

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    Tizi 1 Maggio 2012 at 15:06

    Molto interessante anche x chi, come me, non si intende ne’ di politica, ne’ di finanza e che crede che la storia si ripeta sempre uguale nei secoli.

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    Alless 1 Maggio 2012 at 16:32

    In questo caos è insolito leggere una visione che si distingue.
    Apprezzo tanta obiettività, acume e consapevolezza.

    …La verità è un’altra… c’è chi paga per loro

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    Maura 1 Maggio 2012 at 16:57

    Credo che la maggior parte delle persone, come me del resto, fatichi non poco a districarsi nei meandri della politica. Io personalmente mi sento come in un libro di Kafka….schiacciata da leggi, tasse, cavilli. Meno male che ogni tanto qualcuno riesce a fare un po’ di…..disarmante chiarezza. Bravo Cristiani.

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    Giorgio 1 Maggio 2012 at 17:01

    Condivido a pieno!!!

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    francesca 1 Maggio 2012 at 18:04

    complimenti! veramente un gran bel pezzo che ci mette davanti alla cruda relatà senza essere banale.
    fu

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    revolucion 1 Maggio 2012 at 18:49

    sono per la revolucion ma questo testo non lo condivido. come se le banche fossero le colpevoli della crisi italiana. non diciamo cazzate. trovare un colpevole fa sempre comodo perchè poi ci si sente più tranquilli. il paese ha tante cose che non vanno e il problema non sono certo le banche, non scherziamo.
    ps: non lavoro in banca e non sono pagato da banche.

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      cruman 1 Maggio 2012 at 19:09

      Io non ho detto che è tutta colpa delle banche, ciò nondimeno è plausibile che io dica cazzate. Ho detto che le contromisure attuate hanno salvato un sistema di potere economico e hanno creato quel meccaniscmo (disoccupazione, distruzione del potere di acquisto e recessione) che ha messo in ginocchio il tessuto produttivo italiano. Ho poi fatto una correlazione con la grande depressione del 29 durante la quale il sistema finanziario è stato ridimensionato e messo sotto controllo invece che rivitalizzato. La questione che ho sollevato è quali sono gli obiettivi, non di chi è la colpa. Anche se è facile capire quali centri di potere abbiana causato il dissesto economico ed è facile capire quali siano gli obiettivi, visto che chi si sta occupando di affrontare questa crisi sono le stesse persone che l’hanno causata. Basta guardare a chi governa in grecia, in portogallo in italia e in europa. Poi sono d’accordo con te che anni di clientelismo, voto di scambio e decenni in cui sono stati inventati posti di lavoro pagatri dallo stato per fare favori a qualcuno, hanno creato il vero dissesto sociale.
      Grazie comunque per le tue considerazioni….
      p.s.
      io ci ho lavorato in banca, forse per questo ho qualche perplessità

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    BARBARA 1 Maggio 2012 at 20:38

    la crisi e’ solo nostra,non dei politici purtroppo……sono stanca di pagare tasse anche x gli evasori che non hanno mai pagato e dichiarano meno di un operaio….stanca di sapere che abbiamo i politici piu’ pagati d’europa x non fare niente,e di sapere che i nostri operai sono i meno pagati………. con questo articolo mi hai aperto ancora di piu’ gli occhi…..GRANDE CRISTIANO

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    ilcina65 1 Maggio 2012 at 21:39

    Sono consiederazioni molto nteressanti che danno un senso a quello che ci circonda ma rimango sempre in una attesa vigile per capire : io cosa posso fare per migliorare, per trovare una via d’uscita, nel mio quotidiano, con le scelte che posso mettere in atto.

    Non credo esista una risposta semplicistica.

  11. Avatar
    laross 2 Maggio 2012 at 00:42

    diretto, chiaro e illuminante.
    condivido ogni parola.
    complimenti!

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    Bob 2 Maggio 2012 at 08:17

    Articolo lucidissimo.

  13. Avatar
    lisa 2 Maggio 2012 at 11:20

    un articolo esplicativo e folgorante su tutto quello che in realtà sta accadendo.
    I miei complimenti!!

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    Papà 2 Maggio 2012 at 12:04

    BRAVO, BRAVISSIMO!