HomeInterventiEppure… i riti son duri a morire

Eppure… i riti son duri a morire

kanibal-aghori-1-nai

Varanasi (India): gli Aghori Babas nel rito dell’assaggio dei defunti. Leccare o non leccare? Questo è il problema

Ha ragione Gualazzi, che torneranno i cinema all’aperto? I riti dell’estate, non se ne sono mai andati, tormentone compreso; forse l’unica flessione si è avuta nel campo della valigia termica con insalata di riso sulla spiaggia, ma anche qui ci sono ancora numerose sacche di resistenza. Quanto alle gonne molto corte, bene, siamo di parte e le aspettiamo con gioia. Ma anche chi non è di parte dovrebbe avere il coraggio di ammettere che tra queste e i leggins infranatica le gonne erano assieme più sexy e anche più discrete, quindi: ben venga. Così, mentre mezzo mondo sta in finestra aspettando di vedere quale sarà la novità tecnologica più virtuale, miniaturizzata, evanescente del futuro – oggetti, comportamenti e concetti, a quanto pare in realtà è in atto una massiccia operazione di recupero del passato: non sappiamo se per nostalgia o per buonsenso, il vecchio, alla faccia di tanti rottamatori, ancora tira. E non fate battutacce pecoreccie fuori luogo.

Abbiamo corteggiato così a lungo il moderno che questo, sentendosi oggetto di eccessive attenzioni, si è alla fine deciso a denunciarci per stalking e ha generato un’onda di postmoderno che oggi, letta alla luce del periodo in cui era nata (si era allora negli anni ‘60) fa quasi sorridere, di tenerezza. Poi, di nuovo la modernità, e ancora, per la solita penna fertile di Marc Augé, ecco a voi la Surmodernità, col suo carico di postindustriale e di superglobalizzato: la civiltà liquida di Baumann incontra il Grande Fratello di Orwell, e tutt’e due fanno i conti con le esigenze, finalmente esplicite, di una intera popolazione occidentale di smettere di sporcarsi le mani e vivere di aperitivi, binge di telefilm e spettegolate sui social network, nell’attesa del ricambio di organi direttamente su Amazon nel momento in cui lo deciderà Google (che risponde alle domande prima ancora di sentirsele proporre) e in cui, se pure ancora ci interesserà, approderemo a luoghi diversi da quello in cui siamo residenti con macchine automatiche dei vicini di casa tramutate in tassì estemporanei, dormiremo su divani in salotti i cui proprietari hanno mollato tutto e fanno i lavapiatti alle Antille e sono sempre, ovunque, comunque, totalmente iperconnessi in un continuo flusso di vita e di coscienza che James Joyce se l’avesse saputo avrebbe fatto scrivere l’Ulisse da qualche comunità di ghost writers a 5 dollari ogni 20,000 battute, magari assemblando a caso le frasi come faceva Marinetti e come fa, sospettiamo, Manuel Agnelli a tutt’oggi. Insomma: comunità, non lo siamo più da tempo, e ci siamo lasciati alle spalle ampiamente anche la società, man mano che ci allontanavamo dal fatidico Numero di Dunbar di centocinquanta più o meno amici, colleghi e parenti che possiamo davvero frequentare. Ora, non resta che consegnare al passato pure la civiltà, e possiamo pensionarci: più che una umanità, una specie di crescita per sporazione, frattale, come i cristalli, o i coralli, più imparentata con le dinamiche del Caos che con quelle della biologia e della cultura.

Eppure.

Eppure, la resistenza della carta stampata è ben lungi dal concludersi, e sebbene secondo alcune statistiche i libri digitali, nelle vendite, abbiano ormai raggiunto e forse superato il livello della carta, i lettori vecchia maniera non demordono. Anzi. Consideriamo anche la differenza di utilizzo, il costo relativo, i mille rivoli che, in un senso e nell’altro, sfuggono ai rilievi: i download pirata come i mille rigurgiti del remainder, il bookcrossing come la copia pirata, chi veramente è in grado di dire se la carta stia per lasciarci definitivamente? Il fatto che la raccolta pubblicitaria cartacea sia calata vertiginosamente non ha significato la fine dei giornali al bar, né tantomeno la loro scomparsa in edicola: anzi, certe realtà hanno cominciato a lavorare esclusivamente su riviste specializzate su microtrends che non hanno l’equivalente sul web, e si stanno rivelando redditizie. Lo stesso non si può dire di tanti siti di informazione che non solo hanno visto calare la qualità, ma anche non hanno raggiunto i livelli tanto sperati e sbandierati dal punto di vista economico. Uno su tutti, il mitico Wired: confrontate le versioni, poi sappiateci dire.

Eppure, la comodità dell’usa e getta andava forse bene finché dovevi darti una sbarbata e via, e ha fatto la felicità di tanti impiegati che, rendendosi puliti per il lavoro q.b., hanno nel corso degli anni determinato la perdita di significato della parola “barbiere”, relegandola nell’oblio; oblio dal quale sta tornando agguerritissima, dopo l’affermarsi della moda delle barbe che, da qualche anno, ha ripreso terreno facendo risalire con sé tutta una galassia di mercati – prodotti da toeletta, profumi, lozioni, forbici, poltrone, insegne, linimenti, rasoi di classe, trimmer, regolatori – che sembravano destinati al museo dell’Ottocento.

Eppure, dopo l’ubriacatura iniziale del CD con le sue lusinghe di perfezione digitale matematica, dopo il colpo mortale ad esso inferto ad opera della musica liquida e degli ascolti piratati e pubblici, interscambi e youtube, oggi Sony riapre una sede appositamente per la stampa dei vinili: dopo avere osservato, sconcertati, che le vendite di questi ultimi hanno superato i download, e che il disco nero dopo una prima flessione ha sempre tenuto duro, e si sta prendendo la sua vendetta su metodi più semplici, sbrigativi e, a dirla tutta, anonimi.

Eppure, a controbattere le obsolescenze programmate, oggi i Caffé delle Riparazioni, con le loro convention in cui si insegna a riparare elettrodomestici, giocattoli, utensili altrimenti destinati alla rottamazione, sono qualcosa che viene maggiormente incontro alle esigenze tanto di consumatori attivi (e risparmiatori) quanto umane e profonde: se ci sono viti per aprire apriamo, controlliamo, esercitiamo la nostra curiosità, la nostra bravura, andiamo oltre quanto ci viene imposto dalle logiche di mercato.

Forse è un po’ presto, per mandare in pensione oggetti, idee e comportamenti del passato; ancora ci attacchiamo a revanscismi e nostalgie che oggi appaiono superati e ridicoli, eppure esercitano un fascino insopprimibile dal punto di vista del senso, ancora vitale e fortissimo. Ancora apprezziamo sopra ogni cosa certe linee estetiche che tornano, tornano di continuo: oggi la linearità Ikea degli anni ‘60 è tornata in produzione e convive con certo Liberty fuori tempo massimo e col neogotico e con Giugiaro e con il design delle vecchie Lambretta; ancora entri nell’osteria certo di avere soddisfazione a partire dalla tovaglia a quadratoni bianchi e rossi, ben oltre le linee essenziali del conto salato di Cracco ed epigoni. E provateci voi a collezionare il nulla digitale a fronte di vecchi quotidiani, biciclette d’epoca, 33 giri e così via. No; forse, per la surmodernità non siamo ancora pronti, e il senso di appartenere a qualcosa, ancora, è più desiderabile, più forte della meravigliosa ubriacatura della possibile spersonalizzazione in tanti bit che la globalizzazione tecnologica ci propone ad ogni piè sospinto.

Nessun commento

Siamo spiacenti, il modulo di commento è chiuso in questo momento.