HomeInterventiDopoguerra: chi vive fa pace, che chi è morto intanto giace

Dopoguerra: chi vive fa pace, che chi è morto intanto giace

cavon

Il Cavon di Campagnola

Francamente ci pare davvero poco interessante, almeno ai fini della (improbabile) soluzione della rappacificazione sociale dopo i tragici fatti del dopoguerra reggiano, la “pace fatta” tra l’onorevole Otello Montanari (che 25 anni fa lanciò il famoso “chi sa parli”) e il presidente dell’Anpi Giacomo Notari che avrebbe così offerto definitivamente il calumet della pace ed il carnet delle scuse all’ex alto esponente del Pci a nome di tutto il partigiano locale sopravvissuto. Per il dolore e l’emarginazione subiti in questi anni a seguito della sua uscita di seminato dall’ortodossia dei custodi della memoria (non condivisa).

Attiene infatti alla gradazione morale e personale di pentimento (ammesso che non si tratti di una pantomima a fini legali e/o pubblici) e presa di distanza da un silenzio assordante sulle gravi responsabilità che larghe fette dei partigiani comunisti ebbero nell’ammazzare decine di persone, molte delle quali innocenti (laddove per “innocenti” si intende il non aver avuto minimamente a che fare coi vertici, le convinzioni ed i metodi fascisti). Con fare altrettanto squadrista rispetto ad un regime oppressivo che si cercava di abbattere. Silenzio tombale, quando non palese strategia di sviamento attraverso istituti e istituzioni durata anni e che è andata a detrimento stesso di una pagina anche eroica delle vicende reggiane moderne, dando appiglio pretestuoso ai revisionisti che di volta in volta si sono alternati cercando di confondere le parti tra chi avesse storicamente ragione e chi torto evidente. Il non capire l’importanza di guidare i processi di ammodernamento della ricerca su questi fatti, mano a mano si allontanavano temporalmente dal cuore della “guerra civile” che fu dopo la Liberazione, ha permesso a molti, nostalgici o solo ignoranti, di fare di tutta l’erba della Resistenza un fascio. E questo anche per evidente colpa dei custodi della memoria, appunto.

Otello Montanari si smarcò in tempi non sospetti buttandosi sul più patriottico e meno scomodo Risorgimento e contribuendo allo sventolamento progressivo della bandiera Tricolore. L’Anpi ha continuato per anni a cantare Bella Ciao senza troppi distinguo, qualche innocente è stato riabilitato, il grosso dei colpevoli è già passato a miglior vita e magari le sue gesta vengono esaltate dai bollettini interni mentre i resti di un numero imprecisato di morti ammazzati continua a giacere sotto terra in luoghi altrettanto imprecisati. Con buona pace, questa sì, della pietà e del rispetto che, specie a distanza di oltre 70 anni, si dovrebbe portare ai “vinti”.

Chi scrive si buttò, anni addietro sull’onda di una congiuntura politico-amministrativo che pareva irripetibile (l’ingresso dei cattolici ex democristiani nel governo di sinistra della città, apripista Graziano Delrio), nel filone scrittorio e giornalistico del dibattito volto a riconciliare le parti. Credendo possibile, e dal loro punto di vista doveroso e naturale, che i gli eredi dei partigiani “bianchi” magari uccisi dai “colleghi” resistenti comunisti, rivendicassero un pari merito sull’altare del ricordo. Anzi un doppio sacrificio; nella lotta al nazifascismo e nella mancata accettazione del sognato comunismo che avrebbe dovuto calare sul Paese una volta tornati a casa gli Angloamericani. Ma la posta in gioco, ovvero la procrastinazione del potere con gradazioni più sfumate e presentabili, era troppo alta rispetto al disseppellimento di ossa sconosciute. Il sacrificio compiuto decenni prima restasse tale, l’architrave della vera o presunta superiorità morale su cui fondare la propria legittimità non si doveva far traballare per gli appetiti di quattro necrofori.

Passata quella stagione senza colpo ferire (anzi, sempre lo scrivente ebbe più d’una pressione “fraterna” interna al mondo cattolico-politico che contava e che conta per smettere la penna), oggi la nostra convinzione è del tutto diversa. Che non ci sia speranza di chiudere in modo condiviso quella pagina e che tutto sarà lasciato al procedere dell’estinzione biologica dei protagonisti e alla progressiva perdita di memoria dei parenti. Allora si era troppo ingenui per presagire, ora troppo pessimisti per sperare. Così, chi vive faccia pace che chi è morto ancora giace.

Nessun commento

Siamo spiacenti, il modulo di commento è chiuso in questo momento.