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Diavolo d’un calcio

image“La folla – unita ebrezza – par trabocchi/nel campo. Intorno al vincitore stanno,/al suo collo si gettano i fratelli./Pochi momenti come questo belli,/a quanti lodio consuma e lamore, /è dato, sotto il cielo, di vedere”.

Raro lavoro di cesello quello di Saba.

Lo vedi, lo senti il pubblico del vecchio stadio Grezar di Trieste, lo senti di fianco a te, lo vedi esultare sotto un caldo sole dell’Adriatico di fine maggio, senti che parla, che grida, che esulta, che inneggia alla propria squadra ed alla propria amata Terra.

Già, uno stadio. Vengo da una città che ne ha demolito uno e ne ha svenduto un altro.

Che poi per il tifoso, quello vero, quello che vive un’intera vita in bilico tra il sapore forte del caffè Borghetti ed il ricordo sbiadito del braccio alzato al cielo di Alan Shearer, tra le pagelle di Paolo Ziliani e gli interventi di Sandro Ciotti, é come se gli avessero svenduto, d’un tratto, l’anima.

Mi hanno provato a convincere che l’imprenditore ha fatto un’offerta, che era più alta e che ha vinto, che i conti devono per forza tornare, che vince solo chi ha i soldi, che “é bello avere la serie A vicino a casa”; ci hanno provato ma non ci sono riusciti.

Perché almeno in quei minuti in cui sfogli la Rosa, in quegli attimi nei quali ti accalchi verso i muri scalcinati di un rettangolo da gioco – sempre scherzando ed improvvisandoti maestro della zona ma con una passione (inconfessabile) per il buon vecchio catenaccio – prevale sempre la passione sulla ragione, la sana follia della irrazionalità, del gioco appunto, che chissenefrega in che serie sei.

Quella passione folle spendacciona del mondo un po’ bauscia di Moratti e della Milano da bere, dell’elicottero che atterra nel verde prato di Milanello e dei colombiani misteriosi, spacciati come fenomeni a luglio in ritiro e fuggiti a marzo travestiti da magazzinieri.

Del “treno” Valencia e di Pietro Paolo Virdis.

Una irrazionalità che ti porta a rispettare non solo riti e tradizioni, se vuoi pure stupide, ma anche luoghi ed anime; tutte cose serie – sia pure nella loro banalità rispetto ad altre questioni della vita – di fronte alle quali il denaro dovrebbe fermarsi, bloccarsi ed arretrare, avere un minimo di pudore.

Mi hanno insegnato (con scarsi risultati, aimé) che il calcio moderno é questo, che deve evolversi, che gli stadi devono essere posti eleganti, quasi educati, con bei ristoranti. Sorrido.

Negli anni cinquanta, un amico di mio nonno (grande tifoso, come tanti emiliani allora, del Bologna), durante un infuocato incontro, diede – insieme ad altri – dei “raner” (mangiatori di rane) ai tifosi del San Secondo che non esitarono a replicare, veementemente, con il più classico “testi quedri”.

Finí con mio nonno ed i suoi amici nascosti nei campi dopo una rocambolesca fuga in bicicletta (questione di inferiorità numerica).

Sorrido di nuovo, malinconicamente (per il nonno che non c’è più).

Mio nonno ed i suoi amici oggi forse avrebbero preso un DASPO e l’isolato campo san secondino, privo di ristoranti, una prolungata chiusura al pubblico per discriminazione territoriale.

Palla tonda, quella del calcio, che oggi più che mai é specchio dell’ipocrisia dell’Italia contemporanea e del marcio profondo che si annida nei valori delle sue persone: denaro, violenza e realtà costruite artificialmente in nome dello spettacolo, del divertimento fine a se stesso.

Non conta il colore della casacca che corre, basta che corra.

Insomma, é proprio così, a loro Saba e Brera, a noi Squinzi e Del Bue: ognuno ha gli anfitrioni che si merita.

Alessandro Nironi Ferraroni

Ultimo commento

  • Che bell’articolo!
    Ricordo ancora la prima partita che vidi al Mirabello (la prima volta allo stadio per un maschio italiano rappresenta una sorta di rito di iniziazione alla vita da adulti, anche se si è molto molto giovani).
    Era il 1989, la Regia era appena ritornata in serie B, si giocava contro una grande del campionato, il Torino. Finì 0 a 0, non fu un grande spettacolo (al ritorno andò molto peggio, ne buscammo 4), tuttavia per me fu una grandissima emozione.
    Ero allo stadio con mio papà, che per il ritorno fra i cadetti della Reggiana mi aveva regalato l’abbonamento; quando mia madre mi comunicò la notizia, rimasi qualche secondo muto dalla gioia.
    Ricordando quegli anni gloriosi, se chiudo gli occhi sento ancora il profumo dei fumogeni (ah già, non possono più essere usati, va be’…) che avvolgevano di nebbia granata tutto il Mirabello, la voce dello speaker che ricordava come il pallone dell’incontro fosse offerto da “Mulino del borgo”, gli “sveglia” urlati a giocatori di talento ma un po’ indolenti.
    E’ un calcio che non c’è più, anche nei piccoli gesti.
    Quando Silenzi (due anni in granata più un breve e non troppo fortunato ritorno, ma adorato incondizionatamente) ci segnò una doppietta giocando nel Toro nel corso della nostra prima esperienza in seria A, non esultò, ed a fine partita si recò sotto la nostra curva per scusarsi di averci segnato. Era una delle primissime volte che si vedeva un ex non festeggiare, ma quello era senza dubbio un gesto sincero, di un Uomo, prima che di un calciatore, che aveva Reggio e la Reggiana nel cuore, e che si era comportato così non per opportunismo, né per ipocrisia, ma perché quello era ciò che provava davvero.
    Altri tempi, altre persone, un mondo che Alessandro ha ritratto alla perfezione nel suo articolo, e che non può non toccare le corde più sensibili di chi, nonostante tutto, ancora ama quello splendido gioco che è il calcio.