HomeInterventiMasse Pci e microleadership Pd

Masse Pci e microleadership Pd

Primo: partiamo dai numeri per inquadrare correttamente ciò di cui stiamo parlando: nemmeno 4200 persone si sono recate a votare nei 55 circoli locali del Pd chiamati a sondare l’umore dell’elettorato in vista del rinnovo delle cariche dirigenziali del partito. Parliamo di nemmeno 4200 persone. Abbiamo presente le abbastanza recenti folle oceaniche mobilitate dalle nostre parti dal Pci in occasione degli avvenimenti importanti? Per intenderci, in molte sezioni provinciali si sono recati alle consultazioni poche decine di persone, in alcuni casi poche unità. A Cavriago e Campegine per esempio, un tempo patrie di risultati bulgari, monoliti del sistema di maggioranza, l’uno territorio del lanciatissimo Mirko Tutino, l’altro nientepopodimeno che terra dei Cervi, hanno votato rispettivamente in 84 e 36 persone. E parliamo di comuni decisamente sopra la media.

Secondo: qualcuno, appartenenze d’area a parte, ha capito le differenze politiche tra il vincitore Andrea Costa (per 13 preferenze), il favorito Gian Maria Manghi e l’outsider (fino a ieri quasi del tutto sconosciuta) Roberta Ibattici? Si sono dunque confrontate diverse ipotesi politiche, magari di governo visto che nell’arco di poche mesi avremo le amministrative e le europee, o piuttosto le diverse capacità dei gruppi di mobilitare quella manciata di voti in più in grado di far vincere nelle sezioni il proprio candidato? E quanto hanno contato i pesi specifici dei singoli “ras di quartiere”, da decenni impegnati a monitorare gli umori porta a porta? In sostanza, di cosa stiamo parlando? Di risultati veri al netto della rappresentanza o di lotta tra microleadership sempre più micro?

Terzo: risulta abbastanza evidente che in vista della per niente scontata assemblea provinciale di lunedì, si siano confrontate da una parte le diverse generazioni della politica (gli under 40 “che contano” trasformatisi quasi tutti in renziani, supportati dalla cordata di ferro ex margherita Castagnetti-Delrio) e dall’altra i più tradizionali “signori delle tessere” rimescolatisi in nuove, impreviste alleanze più contro che pro. Per dire che nell’urna si entra tutti convinti rottamatori ma molti ne escono semplici riformatori. Altri ancora rassegnati conservatori. Sarà però interessante, e ci prefiggiamo di farlo quanto prima, andare ad analizzare gli andamenti in alcuni comuni campione, più significativi dal nostro punto di vista. Quello che pone cioè una inevitabile domanda: questa apparente/evidente metamorfosi di gestione del partito, dalla leadership al notabilato sarà in grado di dar vita a un segretario libero dalla conta quotidiana delle probabilità per una sintesi di governo credibile agli occhi dei potenziali elettori?

Nessun commento

Siamo spiacenti, il modulo di commento è chiuso in questo momento.