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Dal giornalismo al gramellinismo

Dal giornalismo al gramellinismoIl trucco è semplice: si prende una notizia, la si isola dal contesto e ci si ricama sopra una morale generale. Donne, bambini e animali maltrattati, precari, disoccupati, disperati, emarginati, reietti sono i soggetti ideali. Più forte è la componente emotiva, meglio è. Bisogna suscitare l’indignazione e poi indicare al popolo bue la retta via, magari scomodando qualche filosofo greco. Non importa se il fatto da cui si muove è vero o falso: è il nobile fine pedagogico che conta, non occorre né approfondire il contesto né verificare le fonti.

Il maestro di questa degenerazione del giornalismo è il vicedirettore della Stampa, Massimo Gramellini, ma i suoi imitatori si stanno moltiplicando come le mucillagini nell’Adriatico. Sono istruiti, sfoggiano una prosa elegante e irretiscono il lettore con citazioni ad effetto. E’ quasi impossibile non essere d’accordo con il Gramellini di turno perché tocca le corde del cuore eludendo la componente più razionale o “cinica”, come direbbe il Nostro con disapprovazione mentre guarda su Facebook crescere i “like” all’ultimo Buongiorno.

Ma i giochi di prestigio, anche quelli più raffinati, non possono essere replicati all’infinito. Prima o poi il trucco si paleserà.

La storia raccontata dal Buongiorno di giovedì è una magistrale miscela di miseria umana e materiale. E’ la vicenda di un ragazzo impiegato in nero in una pizzeria e di suo padre, che telefona alla professoressa e le chiede di bocciare il figlio alla maturità: “La pizzeria ha detto ad Andrea che può assumerlo in pianta stabile grazie alla nuova legge sul lavoro: però le agevolazioni valgono solo per i ragazzi senza diploma”. Il massimo della vita per chi campa di lacrime a basso costo e di indignazione permanente.

Peccato che la storia fosse una bufala colossale, inventata di sana pianta da un’agenzia di marketing. Gramellini prima di buttarsi a capofitto nella stesura della concione non si è preoccupato di fare l’unica cosa richiesta ad un giornalista che possa definirsi tale: la verifica delle fonti. Nei giornali alzare la cornetta è più faticoso e considerato meno nobile che moraleggiare, ma sarebbe stato sufficiente rivolgersi ad uno dei tanti bravi cronisti (precari e sfruttati) che circolano in redazione. Macché.

Sfidando il senso del ridicolo, il giorno dopo il Nostro è tornato sull’argomento ma invece di fare ammenda si è lanciato in uno stucchevole “elogio dell’ingenuità”.

“Continuerò a coltivare la mia ingenuità: fa comunque meno danni del cinismo” è la conclusione di Gramellini.

“Si chiama “ingenuo” colui che per sapere una cosa la domanda” (Jean Josipovici, Pensieri in rotta, 1989). E scusate la citazione.

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