HomeInterventiCulturismo Gli Ariosteschi della tavola rotonda della conoscenza: alla cerca di un Santo Graal identitario

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Gli Ariosteschi della tavola rotonda della conoscenza: alla cerca di un Santo Graal identitario

Siamo circondati. Da ex ducati, ex città-stato assai in auge all’epoca dei Comuni, capitali dell’università mondiale e via digradando. Che sono state molto di più e dunque offrono molto di più. Logico che ci si debba aggrappare anche con le unghie ad un qualsiasi elemento che ci restituisca un’aurea di identità cittadina, concetto molto vituperato dal politicamente corretto ma sotto sotto unico documento utile al dialogo proficuo con l’altrui proposta. Per essere inclusivi d’accordo, ma anche per offrire uno straccio d’originalità. Altrimenti che ci vai a fare a Reggio, se non le vuoi più bene?

La chiamata alle armi del sapere, recentemente avanzata dal sindaco Luca Vecchi e dall’assessore Annalisa Rabitti, sfocerà sabato al Teatro Ariosto negli stati generali della progettazione culturale, una sorta di sparpagliamento di tavole rotonde attorno a cui cavalieri del dopo-lavoro (si suppone che nel week-end i partecipanti siano liberi da altri impegni), al secolo cittadini semplici (pur sotto l’egida e la guida morale degli operatori ufficiali di settore), dovranno convergere su alcune linee di programma da spendere prossimamente per il godimento e l’innalzamento spirituale della collettività. Il Santo Graal della conoscenza, rigorosamente relativa per carità.

Direi “laboratorio”: massì, se si dovesse per forza caratterizzare Reggio nei secoli recenti con una parola-chiave in grado di esemplificare il nostro contributo alla babele formativa nazionale, non saprei al momento riassumere con altro concetto. Laboratorio di per sé è un termine abbastanza neutro (non sappiamo se dalla bottega teorica ed empirica ne esca poi un mostro o una splendida creatura e d’altronde dal “laboratorio Reggio” almeno in campo socio-economico sono usciti anche prodotti storicamente discutibili ed ancor oggi discussi) e richiama al contempo il punto di massima convergenza, probabilmente della storia gnoseologica di tutti i tempi (almeno dal VII secolo a.C.), della ricerca umanistica e di quella scientifica. La divisione netta delle cui branche, imperante fino a non troppi decenni fa (e orgogliosamente rivendicata dal vetusto corpus docenti dei licei delle due specie), tradiva l’arretratezza e la scarsa lungimiranza di gran parte dei formatori e degli intellettuali. D’accordo l’epoca canossana, la paideia malaguzziana, le note punk, il tondellismo rivierasco, il prampolinismo cooperativo o pure il dossettismo e il cattocomunismo, oppure l’agroalimentare ed il Parmigiano-reggiano e da ultimo la fotografia europea, filoni e correnti paradigmatiche certo del nostro identikit ma non esaustivi, presi singolarmente, dell’evoluzione di una comunità sempre aperta al nuovo e ricettiva delle sfide poste di volta in volta dalla contemporaneità.

Approfittando della presenza di un tavolo di “linguisti” (attenzione, per non equivocare qui s’intende amanti ed esperti di linguaggio, non è dunque una riabilitazione di chi usa l’importante muscolo a fini di mera piaggeria), sabato in quel del Teatro Ariosto, si potrebbe riattivare a Reggio (per di più in occasione del 750esimo anniversario della morte di Dante, dando così il nostro piccolo contributo), quella dimensione che ci ha (quasi) sempre visti in prima fila nella sperimentazione di nuove forme comunicative. Eventi e discussione legati alla riappropriazione di una “lingua comune” (i cui simboli non sono più evidentemente declinati in modo univoco), la mancanza della quale ha creato una frattura apparentemente insanabile anche in ambito politico tra “populisti” e “radical-chic” (siamo costretti per motivi semplificativi ed esemplificativi a banalizzare le appartenenze con due terminologie che offendono la complessità). Se da una parte l’ignorantocrazia ha infatti causato il moltiplicarsi di truppe leonine da tastiera, i cui ululati sono stati amplificati dall’uso maniacale e compulsivo dei social, dall’altra l’imposizione di una cultura mainstream del “dialogicamente corretto” ha spesso impedito di mettere a fuoco e dunque risolvere, i problemi centrali. Accade quando non si chiamano più le cose col loro nome. Alla chiamata alle armi cognitive della lingua, noi solerti muscolosi rispondiam presente!

 

 

 

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