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Cultura: le generazioni perdute

Ore 7.00 o giù di lì al centro prelievi del Santa Maria Nuova. E’ presente, a ranghi scompaginati, il frutto della società multietnica (più che multiculturale) reggiana. Accorpata nel tempo da una più o meno consapevole strategia di mantenimento del potere in risposta a una propaganda morale non meglio approfondita. Un tempo imperativo etico per mettersi una mano sul cuore, più che sul conto in banca, davanti alle enormi ingiustizie tra popoli. Ma non solo; immigrati del sud e cittadini locali. Il tutto oggi reso più realista da una crisi economica che toccando il portafoglio scende a cascata invadendo i consumi dei beni cosiddetti voluttuari. La disperazione in alcuni casi, la semplice rassegnazione nei più o la palese difficoltà a portare a termine un’esistenza dignitosa, secondo i parametri occidentali almeno, fa da collante ad ogni storia che si racchiude nelle smorfie e nelle pieghe dei visi.

Quella è la faccia più visibile della crisi; ma ce n’è un’altra, di cui si parla poco quando lo stomaco brontola. E’ il concetto stesso di bene voluttuario nella sua metamorfosi verso la materializzazione assoluta. E resa paradigmatica dall’avvenimento dello sgretolamento di Pompei. Quando la cinghia stringe, i primi o quasi ad essere tagliati sono i libri e i viaggi. Ovvero le due facce di un’unica medaglia di accrescimento culturale e spirituale. In una parola, di accrescimento umano personale. Quanto ci sta imbarbarendo e facendo regredire questa maledetta mancanza di fondi per far parte da protagonisti del consesso umano? Chi sarà mai in grado di quantificare le occasioni perdute, le possibilità sfumate, le rinunce imposte dalla penuria?

Lo spettacolo imposto dalla politica in questi anni, nel campo degli investimenti nel sapere (scuola, università, ricerca, cultura, tutela del patrimonio artistico più ricco del mondo) lo conosciamo tutti. Un progressivo impoverimento che guardacaso ha coinciso con l’abbruttimento morale ed estetico delle generazioni e delle scelte. Ma le possibilità economiche e la diffusione dei mezzi telematici ci hanno piano piano aperto gli occhi sulle italiche miserie attuali. Ma ora è diverso. E chi si scrive, lo fa con angoscia. Chi ci ripagherà in questo senso del “tempo perduto”?

S.Agostino scriveva che “il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina”; e noi siamo ora costretti a riscrivere in piccolo la prefazione della vita.

Ultimo commento

  • L’abbruttimento peggiore è quello della maggioranza di insegnanti e professori che vivono soprattutto per lo stipendio, per farsi i tre mesi di ferie, la settimana a Pasqua, la settimana a Carnevale, ecc.
    E’ da li che nascono molti dei problemi, non dai tagli.

    C’è però per fortuna una minoranza di professori che è appassionata alla materia, si aggiorna davvero e trasmette interesse.
    I loro studenti leggeranno e si informeranno su quella materia. Non usciranno ignoranti, nessun dubbio.