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Caso Raggi: 5stelle benvenuti nei partiti

raggi-appendino-811980C’è un limite alla noia assoluta del teatrino delle ammazzatine politiche in quel del Comune di Roma? A giudicare dal livello raggiunto in questi giorni dalla telenovela della Giunta Raggi, si direbbe di no; però noi, veterani dei tanti rivolgimenti di fronte delle varie soap che ci hanno cresciuto a latte e intrigo, tendiamo a pensare che qualche emozionante colpo di scena possa sempre essere appena dietro l’angolo. Certo: la nostra è metafisica da tramisti, perché nella realtà le cose possono farsi molto più lunghe di quello che non prescrive una sceneggiatura degna di questo nome. E se di sceneggiatura in questo caso si tratta, beh, dobbiamo dire che si sta mostrando alquanto lacunosa, come in uno di quei romanzetti della youtuber star del momento. Perché la promessa di divertimento iniziale – ora si ride! – che ci era stata promessa all’indomani dell’elezione del Sindaco (Sindaca? Sindachessa? Sandanché?) a cinque stelle, e che ci aveva spinti a sistemarci davanti allo spettacolo frittatona di cipolle e famigliare di Peroni ghiacciata alla mano, è pian piano andata sfumando in un tristissimo carosello nel quale di divertimento non c’è proprio traccia.

Ora, Virginia Raggi non è certamente né Sonia Braga, né Grecia Colmenares né Veronica Castro, anche se certamente anche i ricchi stanno piangendo pure adesso, come ben sapevamo che fossero capaci di fare. Perché la favola della piccola fiammiferaia del Quartiere Appio se la potevano bere giusto quei quattro cinque attivisti educati a bibite alla cola e panini che ormai i partiti sono usi reclutare per fare un po’ di baito sotto al palco; cresciuta alla scuola forense del solito ignoto Cesare Previti, la Raggi poi si trasferisce – tutte cose serenamente omesse nel curriculum poi presentato al Popolo Cinque Stelle nel momento dell’acclamazione spontanea di rete – presso il prestigioso Studio Sammarco, di quel Pieremilio Sammarco che adesso si vocifera abbia consigliato l’acquisto spintoneo del neonato neofinito Assessore al Bilancio De Dominicis; di quell’Alessandro Sammarco che è stato difensore di Previti stesso, di Dell’Utri, di Berlusconi. La più giovane Sinda-come diavolo si dice – di Roma, e la prima donna a ricoprire questo ruolo.

Non a caso, sorge spontaneo pensare. Ciò non toglie che ella possa essere pura, onesta e illibata. Ma ingenua circa il verminaio in cui naviga, questo no, non possiamo accettare che ce lo vengano a raccontare. Perché se così fosse sarebbe praticamente circonvenzione d’incapace, e non si capirebbe come possa mai essere arrivata a prendere una laurea senza comprarla in Albania (cosa che non ci risulta, al momento, perlomeno). No; siamo dell’avviso che delle brutte correnti d’aria che spirano nei centri del potere del Comune di Roma fosse già al corrente, lei e tutta la sua sconquassata, isterica, fratricida squadra di governo della Giunta. Perché già il suo predecessore, il povero Ignazio Marino, s’era preso un brutto raffreddore in quegli ambienti diacci. Certo, volere equiparare le correnti d’aria all’opera di sistematica calunnia dei vari Giuliano Ferrara, Maurizio Belpietro, Mario Giordano, Vittorio Feltri, Franco Bechis, Paolo Granzotto, Girolamo Sirchia, Andrea Augello, buona parte di Fratelli d’Italia, di M5S, di parte del PD e degli ambienti ecclesiastici veterotestamentari è da parte nostra un chiaro tentativo di satira; lo spieghiamo perché nel settore al momento vige un po’ di confusione.

La Raggi, invece, ha tutte le carte in regola: non ha scontentato nessuno e ha padrini alle spalle che se avesse voluto avrebbe potuto anche fare la parte di Matilde nel Corteo delle nostre colline, cosa vuoi che sia Roma. E il fatto che adesso ce la mostrino pietisticamente in lagrime, sconvolta, dimagrente per le continue tensioni se da un punto di vista umano ci lascia dispiaciuti e sconcertati, da un punto di vista prettamente tecnico ci lascia tra l’indifferente e l’interdetto. Come abbia potuto un partito – perché, come nella Fattoria degli Animali del compiantissimo Orwell, ormai la transizione da maiale a uomo, da Movimento a Partito è con tutta evidenza bella che compiuta – giustizialista come M5S poter accettare una tale cesura con la base che lo legittima, affondando le radici nel solito verminaio dei poteri forti italiani (gli stessi da cui dicono di doversi tutelare, peraltro), è per noi fonte di numerosi interrogativi. Ci sta che se Parigi vale una Messa, Roma possa certamente valere anche qualche coltellata (se non lo sanno i governanti di Roma, chi altri dovrebbe saperlo, del resto?). Ci sta che la bufera degli intrighi tra Direttorio e base, tra Direttorio e Sindac-oh!, tra Sindaca e Giunta, tra diverse fazioni interne allo stesso Direttorio (cinque persone, otto diverse fazioni) abbia raggiunto una intensità e una letalità che nessuno aveva potuto, o voluto, mettere in conto.

Ci sta anche che i votanti penta stellati, colpiti nella professione della propria fede (omettiamo volutamente l’aggettivo “politica” perché qui si sta parlando proprio di un culto, più che di politica vera e propria) stiano facendo di tutto per ignorare le reali implicazioni e le ricadute di quanto sta accadendo in questi giorni, forse per ingenua purezza, forse per la necessità di turarsi il naso di fronte all’occasione (rare volte così sprecata) di provare che si sa governare – perché se si riesce ad amministrare Roma, si può amministrare anche tutte le Repubbliche Baltiche ed i Paesi Scandinavi al tempo stesso (l’Italia? No, è un bel po’ più difficile di così). Non ci sta che adesso noi si sia tenuti a sorbirsi certe invereconde lacrime di coccodrillo prendendole per buone; se non sapevano a che gioco stavano giocando, dovevano farsela con quelli della loro statura. Zitti e buoni. Come i ragazzini nelle cene tra parenti, tutti al tavolo tra di loro,a parte da quello degli adulti. E tutte le ovvie e scontate accuse di massacro mediatico senza precedenti nei confronti della Raggi e della sua avventura, sono anch’esse fatte della materia stessa di cui sono fatti i sogni. Certo, non si può negare che una certa attenzione sui fatti romani ci sia, e che questa attenzione non sia esattamente composta da elogi sperticati.

Ci mancherebbe altro. Vorremmo anche vedere come si potrebbe classificare il marasma finora composto se non come un pasticciaccio indecoroso, in cui si mette in croce un tizio di statura personale gigantesca per una bagarre di scontrini fatti apparire ad hoc quando più fa comodo – vecchio trucco con cui i mafiosi puniscono, previa denuncia alle Fiamme Gialle, i negozianti che non vogliono pagare il pizzo – per poi pretendere che si chiudano gli occhi di fronte ad una Giunta composta da parenti, amici, soliti noti, amici di amici, indagati, collusi, interessati, non disinteressati, inciucciati e via dicendo come è ormai chiaro e abbondantemente evidente che è l’avventura M5S romana. Della quale ci resteranno, da raccontare ai nostri esterrefatti nipoti, le espressioni finalmente sbiancate di Di Maio, i silenzi rancorosi di Grillo e quello, elegante, ma non meno letale, dei tanti grossi calibri dell’opposizione e dei potenti tutti nell’ombra che, come vecchia scuola insegna, una zampatina qui, un suggerimento là, aspettano solo che la mela sia matura per coglierla dall’albero; o, trattandosi di castagne nel fuoco, che la povera scimmia si ustioni a sangue le mani per potersene cibare.

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