HomeInterventiCaldo estivo: atto estremo di “resilienza”

Caldo estivo: atto estremo di “resilienza”

Fate questo esperimento, se non siete cardiopatici o non soffrite di claustrofobia (ma forse, anche se avete questi incomodi, un breve test in ambiente di sicurezza potrebbe essere ugualmente illuminante, e a pericolo zero): lasciate la macchina parcheggiata sei, sette ore sotto il sole agostano, poi saliteci sopra, finestrini chiusi e aria chiusa, e guidate per un paio di chilometri. Non di più, per carità. Uscite, respirate e congratulatevi con voi stessi: avete appena compiuto un atto eroico che al 99% degli italiani è perfettamente sconosciuto e che vi farà sentire tosti come Rocky dopo aver legnato Apollo Creed. Fantastico, vero?

Bene; quando avrete finito di darvi pacche sulle spalle da soli fate mente locale, e pensate che la prova di due minuti che avete appena gloriosamente superata era probabilmente la vita quotidiana di vostro nonno lungo tutto l’arco del giorno, tutta la vita; senza aria condizionata, senza bibite fredde, lavorare quelle dieci dodici ore (e sentirsi privilegiati per avere un lavoro), con una colazione priva degli indispensabili quarantotto complessi vitaminici odierni; tozzo di pane, culo di salsiccia della sera prima, bicchiere di vino; pranzo, gamella di minestra e pane e acqua del sindaco, cena minestra con due fette di salame e quarto di vino, senza frigo; il giornale comune al bar, la televisione pure, e pure il tempo di procreare la continuazione del cognome di famiglia.

La parola che state cercando, immediatamente dopo “depressione”, immaginiamo, è probabilmente “resilienza: la capacità di uscire dalle difficoltà vivi, indenni e pure un po’ più grassi di quando ci siete entrati. Oggi se ne fa un gran parlare, perché il vocabolo è di moda, in Italia specie per i libri (un po’ paraculi, tutti uno simile in maniera preoccupante agli altri ma tanto interessanti, dello psicologo Trabucchi); un po’ come è di moda parlare di “comfort zone”, quello stato in cui ti adagi sulle tue sensazioni di benessere e cerchi di non uscirne mai perché quello che c’è fuori è sgradevole, ansiogeno, preoccupante, doloroso.

Sono due concetti interessanti, che se adeguatamente compresi ci mostrano come noi umani siamo, senza ombra di dubbio, la razza con il maggiore potenziale di sopravvivenza del Pianeta; collettivamente, non in quanto individui, siamo probabilmente in grado di sfangarla in qualsiasi situazione. Quando il fisico non ci viene incontro – e sono problemi davvero grossi allora, perché siamo molto, molto più duri a morire di quanto di solito non ci raccontiamo – allora arriva in suo soccorso la mente: ristrutturiamo le esperienze, ci raccontiamo che stiamo vivendo un film in cui noi siamo i supereroi, che dobbiamo sconfiggere il cattivo, e le fatiche di superare indenni un campo di concentramento nazista, di arrivare a fine mese o di portare la spesa fino al baule della macchina come per incanto vengono riassorbite e sfruttate per crescere e migliorarci, e ci fanno sentire addirittura bene, anziché male.

In sintesi: ci abituiamo a tutto, se abbiamo sufficiente tempo e salute per farlo, dalla erogazione imperfetta dell’acqua alle torture, dai lavori a 42° all’ombra ai matrimoni falliti in partenza. Per questo, la situazione attuale di continua lamentela appare particolarmente triste; sui social, sui giornali, sui libri, in televisione, tiene banco la chiacchiera velenosa, la lagnanza, la ricerca di colpevolezze, il pianto greco. Tramontati in lontananza i redarguimenti “zitto e comportati da uomo” che erano viatico per ogni nuovo cittadino, oggi il campo resta sgombro per i tanti “chiagni e fotti” di cui si compone il nostro quotidiano.

E l’estate troppo calda, il cornetto troppo vuoto, la moglie troppo acida, il bambino troppo vivace, il libro troppo lungo, lo stereo troppo grosso e il brodo troppo grasso sono diventati il nostro pane quotidiano, in questo grande esperimento di ipnosi pubblica continuativa nel quale diventiamo sempre un pochettino più stronzi ogni minuto che passa, anziché renderci conto che, tolto il mefitico paragone con la vita smeralda dei telefilm e delle narrazioni delle riviste da parrucchiere, collettivamente di rado abbiamo vissuto tempi così opulenti, senza tra l’altro faticare per guadagnarceli. Così, la comfort zone è diventata immane, soffocante, pervasiva, e può capitare di sentirsi bersagliati dalla sorte se si ossida la candela dell’auto, oppure se una che abbiamo visto tre volte su Facebook non ce la dà e se ancora guadagnavamo dodicimila Euro al mese e ora, con soli seimila, andiamo sui giornali a piangere come aquile che, no, è una ingiustizia, non ci possiamo proprio stare dentro. Nel frattempo, ratti e scarafaggi, le altre due razze resilienti del pianeta, si sfregano le rispettive non antropomorfe zampette e già progettano un mondo felice in cui noi non siamo più presenti a sfasciar loro le balle: la prossima comfort zone.

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