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Aridatece l’Ufficio di Collocamento, anzi no

collocamentoSfogliamo le impietose pagine dell’inchiesta, apparsa su uno degli ultimi numeri de L’Espresso, sullo stato dei servizi pubblici a supporto della ricerca dell’impiego e ci sembra, non per la prima volta, di essere catapultati in un Paese in cui tra la carta stampata e la realtà delle cose ci sia uno iato insuperabile. Grossomodo delle dimensioni della Siberia, per dire, tanto i due argomenti appaiono, ad uno sguardo disincantato e calato nella vita di tutti i giorni, distanti e reciprocamente alieni. Quello dell’inefficienza dei servizi del pubblico impiego non è, infatti, un soggetto nuovo: anzi, ormai si tratta di una replica talmente tanto nota che nemmeno nella programmazione agostana delle asfittiche serate RAI si riuscirebbe a trovarle un posticino. Eppure, la vulgata dell’attuale continua campagna elettorale vuole che la si sposi alla situazione, non felicissima, venutasi a creare all’indomani dell’introduzione del Jobs Act, tanto lieto nel suo spirito di facciata anglosassone quanto, in sostanza, non così rilevante nei fatti come si sarebbe voluto fosse. La situazione dell’incrocio domanda – offerta gestita dal Pubblico, infatti, parte da lontano, e con grande rincorsa, per poi fare un saltino assolutamente ridicolo.

Per quanti, oggi, rimpiangono il vecchio sistema dell’Ufficio di Collocamento, ricorderemo en passant che questo era considerato, fin dagli anni ’70, assolutamente vetusto e disfunzionale: con le sue code, il suo sistema a punteggi, a chiamata, a protocolli, non costituiva esattamente la punta di diamante della ricerca di lavoro e poteva, arrivato ai giorni nostri, offrire qualche vantaggio quasi soltanto a quanti cercassero un posto per i lavori stagionali nell’Agricoltura, a quanti in possesso di deficit psicofisici fossero in cerca di un inserimento di legge, e poco altro, davvero poco altro. Tale sistema veterotestamentario – che aveva avuto il suo massimo utilizzo e fortuna nel periodo immediatamente successivo alla sua creazione, ovvero nel Ventennio – era poi stato soppiantato, con grande entusiasmo, da quello piu capillare che, anziché allo Stato, faceva capo alle risorse e alle domande del territorio; col passaggio dall’Ufficio di Collocamento ai Centri per l’Impiego gestiti dalle Province si era pensato in un grande sorpasso delle vecchie logiche, sulla strada della modernità. Ma anche qui, non tutto quello che luccicava era oro: anzi.

Per spiegare un poco cosa è successo, l’esempio dei servizi reggiani potrà aiutarci. Nel momento d’oro di tali servizi, al fianco dei servizi più squisitamente burocratici – inserimento nelle liste dei disoccupati, accettazione delle autodichiarazioni in tal senso – erano stati pubblicizzati una serie di interventi d’eccellenza la cui punta di diamante era l’idea che si potesse realizzare una sempre maggiore capacità di dialogo tra il tessuto produttivo del territorio e i richiedenti un impiego. Una vera e propria operazione di marketing, dal costo non indifferente, era pertanto stata varata, a fronte di una effettiva capacità di farvi fronte la cui dimensione rimane a tutt’oggi piuttosto misteriosa dal momento che i servizi maggiormente innovativi proposti (preselezione ed orientamento, mediati a loro volta da un Ufficio provinciale che aveva riscosso discreti successi quanto a utilità) erano per loro natura aleatori e precari, basati com’erano non già su risorse opportunamente accantonate e valutate in maniera lungimirante ma bensì tratte, com’era prassi in quei giorni, dagli opportunissimi fondi europei che si prestavano, bontà loro, a tale utilizzo.

Era, in sostanza e senza tante perifrasi, un sistema sperimentale, costruito per acquisire plausi sulla ribalta politica con soldi a termine, con personale altamente impreparato (ma siamo onesti: quale personale poteva mai essere preparato a qualcosa di totalmente nuovo?) e di difficile ibridazione col restante tessuto amministrativo e di legge preesistente. Con tutto ciò, l’operato dei Centri per l’Impiego non fu né inutile né scarso: ma per poter avere un futuro avrebbe dovuto portare numeri che, obiettivamente, era impossibile realizzare. La prima analisi in tal senso rese evidente quello che ai richiedenti lavoro era già ovvio: solo il 4% delle imprese reggiane contattava i CpI per le proprie esigenze di ricerca di manodopera, e sul totale degli iscritti in tal senso solo il 4% trovava con successo il proprio incrocio tra domanda e offerta. Particolari e cifre a parte, questo scenario può tranquillamente essere esemplificativo di tutta la situazione emiliana, neanche a dirlo una delle migliori del Paese, come al solito.

Remavano contro il tentativo le tempistiche richieste dagli imprenditori, insoddisfatte dei tempi burocratici, la scarsa fiducia in un operato pubblico che si vedeva un po’ come un raddoppio delle operazioni private in tal senso – servizi di selezione e ricerca, e inoltre il lavoro interinale che proprio all’epoca prendeva piede – e le caratteristiche inconciliabili dei due soggetti al tavolo: da un lato, personale privo di preparazione e di esperienza, per nulla preparato al mondo del lavoro, logiche e richieste; dall’altro, un mercato del lavoro frammentato, incostante e supponente la cui richiesta piu frequente è sempre la stessa, quella di personale immediatamente licenziabile, estremamente capace e produttivo ad un costo il piu basso possibile. Risultato: alla prima stretta dei Fondi, i CpI vennero saccheggiati, smantellati e depauperati, e oggi sopravvivono solo in forze molto ridotte, con personale – ironia della sorte – sempre maggiormente preparato e con prospettive sempre calanti, che non si sa se sarà pagato dalle Province o dallo Stato o dalle Regioni o da misteriosi benefattori dickensiani e, se così sarà, con quali risorse, compiti e logiche.

Quello dell’incrocio domanda – offerta nel nostro Paese è, in sintesi, un argomento troppo complesso perché si possano fare paragoni con altre realtà in cui le cose filano lisce e mietano successi, come la ricerca del summenzionato periodico fa confrontando la nostra situazione a quella tedesca. Parlare di un Modello tedesco funzionante, a fronte di un Modello italiano disfunzionale, è ingeneroso e inesatto, per molti diversi motivi. A fronte di una spesa per politiche attive e passive per l’impiego tutto sommato equivalente – il che vuol dire, data la differenza tra le due nazioni e la risicata coperta del bilancio italiano, che lo sforzo nostrano è ben piu generoso – i tedeschi vantano un tasso di occupazione del 75,3%, a fronte di un nostro ben modesto 57,7%. Ma attenzione: noi investiamo nei servizi per il lavoro annualmente 751 milioni di Euro (0,04% PIL), loro, 11 miliardi di Euro (0,4% PIL), con un divario di personale impiegato a tali scopi enorme: 9.400 unità contro 45.000.

A voler leggere per davvero i numeri, in realtà, la situazione italiana appare un successo miracoloso: con un quinto del personale impiegato e neppure un decimo dei soldi spesi, la differenza nel tasso di occupazione è neppure un 20%. Vale a dire che se investissimo, poniamo, anziché un decimo un quinto del PIL con queste logiche dovremmo avere la piena occupazione dalla culla alla tomba e impiegare anche Svizzera, Austria e parte dell’ex Jugoslavia per sovrannumero.

E’ evidente che un confronto di questo tipo non ha alcun senso e che pesano in realtà tanti altri fattori che ci si dovrebbe dare la pena di considerare: storia e cultura diversissime, una legislazione inconfrontabile per ottenere alla fine un mercato del lavoro del tutto imparagonabile; il sistema di rilevamento della disoccupazione, da sempre in Italia piegato alle logiche giornalistiche maggiormente di moda e che non dà assolutamente idea di quello che è la reale situazione; il fatto che la disoccupazione, in Italia, sia piu una condizione dell’animo che non una considerazione pratica, persa com’è tra autodichiarazioni, presentazioni di ISEE fasullissimi e nascondimento di un mercato del lavoro nero in grado di raddoppiare la reale situazione occupazionale italiana reale; il fatto che, da noi, la disoccupazione da realtà drammatica di un tempo e concetto filosofico poi, stia diventando pian pianino, anche grazie a quanti richiedono in chiave elettorale logiche molto prossime a quelle dei Paesi anglosassoni (citandone opportunamente solo le luci, mai le ombre) quasi una professione tra le maggiormente ambite dei prossimi decenni, tra idee di pauperismo, evasione fiscale tout court e generazione neet che impazza. Nel frattempo, i Centri per l’Impiego, novelli Fort Apache, aspettano la colonna dei rinforzi (idee, soldi, personale, leggi, strutture, motivazione) che a perdita d’occhio sulla prateria non sembrano mai voler arrivare; mentre i razziatori, quelli sì, godono di buonissima salute e organizzazione.

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