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All’odio non si mettono le manette

All'odio non si mettono le manetteSe fosse vero quello che scrive Ivan Scalfarotto sull’Huffington Post, oggi vivremmo in un paese meno razzista grazie alla Legge Mancino e ci libereremo una volta per tutte dell’omofobia se sarà approvata la legge all’esame in queste ore in parlamento. E’ piuttosto evidente che non è e non sarà così e la ragione è semplice: la stupidità non si abolisce per decreto. Così come non si garantisce l’uguaglianza dei sessi con le “quote rosa”, termine che va bene per le merci, non per le persone.

In realtà dietro le nobili intenzioni si nasconde un pericolo molto serio. Come ha fatto notare Massimo Fini in una recente intervista a Radio24, nessuno Stato, nemmeno il più totalitario, ha mai osato mettere le manette ai sentimenti.Le ha messe alle azioni, le ha messe alle opinioni, non ai sentimenti. E l’odio è un sentimento al pari dell’amore e della gelosia. In una democrazia che vuole essere tale, io devo avere il diritto di odiare chi mi pare e anche di esprimere il mio sentimento.

La legge pone già dei limiti: la violenza, l’ingiuria, la diffamazione, l’istigazione a delinquere sono reati. E l’articolo 3 della Costituzione è stato scritto non per caso con uno spirito talmente estensivo che avrebbe dovuto porre fine per sempre a discussioni come quelle a cui stiamo assistendo.

Dove si ferma la critica e dove comincia l’odio? Hai voglia di distinguere come fa Scalfarotto tra “propaganda” e “diffusione”, tra “istigazione” e “incitamento”. Sono solo sofismi che lasciano spazio ad ogni tipo di interpretazione arbitraria.

Al di là del rischio che leggi come la Mancino-Reale o quella in discussione sull’omofobia siano utilizzate più come una clava in politica che a tutela delle minoranze, è lo strumento stesso ad essere inefficace rispetto al fine.

Mettere le manette all’odio significa alimentarlo. Tentare di sopprimere l’espressione di un sentimento con la forza significa farlo degenerare da qualche parte in violenza.

“La migliore risposta a cattivo discorso è buon discorso, non la censura” ha commentato Alan Dershowitz, un famoso avvocato ebreo americano, quando lo storico negazionista David Irving è stato condannato a 3 anni di carcere in Austria per “aver glorificato ed essersi identificato con il partito nazista tedesco”.  Dovrebbe rifletterci Scalfarotto. E noi con lui.

Giuseppe Manzotti

 

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