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A un mese da Charlie Hebdo

gerard biardE’ bello, autorevole, Gérard Biard nel suo completo da intellettuale – occhialetti, pelatina, brizzolato, vestito marroncino color cane che scappa; fa pendant con la barba da adulto di Fabio Fazio mentre tutti e due conversano in un italiano televisivo necessario e sufficiente. Fa da contralto a questo amoroso duetto il piffero di Gramellini, che riesce sempre a stonare perché segue una musica che non è quella che gli altri suonano, ma quella che pensa tutti gli altri vorrebbero lui suonasse, e si capisce, dopo un po’ diventa dura non essere veramente dove sei; ma tant’è, problema suo. Biard non è andato davanti alla sede di Charlie Hebdo per commemorare il primo mese dalla strage; ma le sirene di Che Tempo Che Fa, le interviste dei giornalisti carta radiotelevisivi e il rimpallo solerte di quelli internettiani hanno fatto in modo che la commemorazione venisse a lui, con tanto sollievo da parte di chi in questi progetti ci sta scommettendo un sacco di soldi.
I fabbricanti di magliette, innanzitutto. Quelle con il faccione di Che Guevara già da un po’ sono in ribasso. Si sperava che, morta l’azione giovanile di sinistra, quella specie di ambidestra dei cinque stelle le riportasse un po’ in auge, ma purtroppo il rilancio non c’è stato, e anche quelli che avevano fatto stampare un sacco di t-shirt con l’effige di Mujica sono rimasti con un pugno di mosche in mano. Il problema è forse che i giovani di oggi indossano meno magliette, e la faccia del Che stampata sul culo dei Leggins sarebbe molto guardata, ma un poco irriverente. Poi ci sono quelli che vendono il lavoro altrui con grande liberalità; tipo, il Corriere, rapidissimo a pubblicare e distribuire un libro formato da contenuti che non appartengono loro. I vignettisti cui spettava la patria potestà delle illustrazioni, naturalmente, hanno elevato un coro di vibrante protesta, poi si sono appecoronati di fronte alle esigenze sovrane dell’immagine: il Corriere,furbescamente, ha dichiarato che il ricavato del furto sarebbe andato in beneficenza (a chi? Quale? Quanto? Chi, cosa, dove?) e nessuno se l’è sentita di fare una figuraccia insistendo per i propri diritti, per timore di fare la figura degli squallidi. Ovviamente, la figura l’hanno poi fatta tutti: perché chi ha rubato e chi ha subito il furto hanno pensato per prima cosa, al di là di ogni incazzatura e giustizia, al benefit di tanta pubblicità, positiva o negativa, basta che si sia, data dalla sporcaccionata. Poi, i soliti divulgatori di post altamente condivisibili sui Social e sui giornali tutti; come si fa a non diramare cose tipo, Je Suis Charlie, oppure, mussulmani assassini, e giustizia per tutti, c’è un boa nella canoa, credere obbedire combattere? Non si può; restare indietro è inammissibile, equivale a scomparire. E assieme ai post, che già di per loro macinano clic su clic, viaggiano i messaggi pubblicitari: le assicurazioni, i pannolini, l’Expo, prosciutto cotto, LSD, l’ultimo telefilm HBO come la neonata city car Toyota, e tutto questo è cosa buona giusta, nostro dovere e fonte di incassi mica da ridere, considerando che i costi per la diffusione sono bassissimi: è come se inseguissimo gli spot compulsivamente in tivù, cambiando stizziti canale ogni volta che ricomincia un fastidioso film.
E anche a Charlie Hebdo, non è andata affatto male. L’equivoco fortunatissimo per il quale i distrattissimi lettori di ogni cosa che passa hanno infilato nello stesso pacchetto concettuale “libertà di espressione” e “gruppo di pazzi assassini che fucilano chiunque dica una cosa che loro spiace” ha fatto levitare verso il Paradiso dei Giornali una pubblicazione che nessuno con un briciolo di intelligenza e buongusto avrebbe potuto fin qui considerare indispensabile: da 15.000 a centinaia di migliaia di abbonati, da 60.000 a 8 milioni di copie a tiratura, mentre famiglie, amici e parenti sono ancora lì che non sanno quale piede mettere avanti all’altro gli inserzionisti si tuffano nei dobloni come Paperon De’ Paperoni, gongolando di fronte a tanta inattesa fortuna. Forse, si saranno chiesti, visto che in tanti altri casi ci siamo riusciti benissimo, perché limitarsi a sciacallare il fatto compiuto e non crearla di nuovo come in tanti altri casi abbiamo fatto, per intervento diretto o per omissione di intelligenza, logica, decoro? E già forse al nostrano Vernacoliere – che al confronto per qualitò, buongusto e mancanza di spudoratezza batte il cugino francese 6 a 0 – qualcuno si sta neppure tanto metaforicamente toccando i coglioni.

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