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4 Novembre tra memoria e miserie

4 Novembre tra memoria e miserieLa Festa del 4 novembre è festa dell’Unità Nazionale perché innanzitutto è una festa di vittoria, della Vittoria con la V maiuscola, altrimenti, se così non fosse – credetemi – avremmo ben poco da festeggiare e da ritenerci uniti.

Ed è anche festa delle Forze Armate perché dentro quella nuda bara collocata sull’affuso di un cannone, ornata solo da un elmetto Adrian, stavano e stanno passato e presente, speranze e dolori, sofferenze e gioie, il meglio della nostra tradizione militare, ma anche civile.

Anzi, direi soprattutto civile, perché, salvo prova contraria, mettere a repentaglio la propria vita sull’Altopiano della Bainsizza per realizzare il sogno risorgimentale è una condotta con patente di civismo maggiore di quella consistente nel salterellale intorno ad un cerchio.

Fare chiarezza, nell’Italia della confusione sovrana che diventa ordine, è oramai una esigenza pedagogica.

Partiamo proprio dalla storia e dalla storia della Festa della Vittoria, partiamo da come questa viene insegnata nelle scuole e festeggiata dalle Istituzioni. Massacri, disastri, errori, le disfatte di Cadorna: senz’altro. Ed il resto? E la storia educativa? E le grandi imprese? E i gesti di coraggio che stupirono il mondo? E il Maggiore Randaccio che avanza avvolto dalla Bandiera? E il Col Moschin?

Dalla storia come esempio siamo passati alla storia come campionario necessitato del solo male dell’uomo (meglio se italiano) che poi, a ben vedere, si tratta di una scelta frutto di una visione perversa e nichilista (e sotto sotto un po’ minchiona) non solo del passato ma anche del presente della nostra società; di quella stessa visione che porta a ricercare nello strano e nell’inusitato i paradigmi del cambiamento senza essere in grado invece, poiché volutamente ignorante, di ricercare nel migliore passato le soluzioni per i problemi del peggior futuro.

Insomma, da un Paese che ha avuto Vittorio Veneto ed insegna solo Caporetto non ci si può aspettare nulla.

Dicono poi che approvare l’amnistia sia un modo di fare chiarezza, di ristabilire la legalità in uno Stato fuorilegge.

Radiocarcere e le conversazioni domenicali, ascoltate all’uscita dalla messa, tra Bordin e Pannella, che diventano chiare – quelle sì – solo nel lungo periodo, mi hanno sufficientemente convinto che l’illegalità patente della situazione carceraria italiana necessiti di fatti e non di parole.

Occorrerebbe però con altrettanta chiarezza ricordare che questo provvedimento sarebbe null’altro che una misura sostituiva di un (non richiesto) titolo abilitativo per costruire nuove carceri, di una (mancata) riforma organica del sistema penale e dell’incapacità di far scontare ai carcerati extracomunitari le pene detentive nei loro Stati di provenienza.

E siccome nell’immediato nessuno pare disposto a fare ciò che sarebbe ovvio e giusto (leggi sopra) è sempre una questione di chiarezza prospettare che la scelta sarebbe e sarà tra l’illegalità verso i carcerati e l’illegalità verso i liberi. L’una, assurda, perché imputabile a quello stesso Stato che applica il diritto, l’altra, vergognosa, in quanto fatta scontare a chi colpevole non è.

A ciò aggiungiamo pure l’illegalità più grave, quella che in ogni caso colpirebbe e colpirà quei liberi che liberi, per le loro condizioni lavorative, non sono: gli agenti di polizia penitenziaria.

A tal (s)proposito sento spesso citare Voltaire, sento dire che per il ginevrino la civiltà di una nazione si misurerebbe anche dallo stato delle sue carceri; è vero, ma forse lo stato attuale della Penisola, della sua sete di Giustizia giusta, venne dipinto, meglio di ogni altro, dal sempre troppo poco compianto Prezzolini: “non è vero che in Italia non esiste giustizia. E’ invece vero che non bisogna mai chiederla al giudice, bensì al deputato, al ministro, al giornalista, all’avvocato influente. La cosa si può trovare: l’indirizzo è sbagliato “.

Perché infatti è una questione di chiarezza ricordare che, specie con risorse limitate, esiste sempre un ordine di priorità, anche tra i problemi.

Alessandro Nironi Ferraroni

Ultimi commenti

  • Fiero di essere il primo a commentare questo stupendo articolo, intriso di amore di patria ma anche, contestualmente e inscindibilmente, di patimento. Patimento per il cuore ferito, che vede le tradizioni derubricate a macchietta, il coraggio glorioso del passato trasformato in mesta ricorrenza. Sulle carceri poi la mia posizione contraria all’amnistia è nota, e sottoscrivo per intero le tue parole. Pensare poi che ho sentito dire ieri “oggi si ricordano i caduti di tutte le guerre”…va bene per carità, però non facciamo sempre di tutta l’erba un fascio.

  • “Insomma, da un Paese che ha avuto Vittorio Veneto ed insegna solo Caporetto non ci si può aspettare nulla.”
    Purtroppo questa è una delle sintesi migliori che si possa fare del nostro paese.
    Per quanto riguarda lo stato delle carceri ed il senso di illegalità diffusa, trovo paradossale che in Italia gli istituti penitenziari siano stracolmi ma non vi sia la certezza della pena.
    In fondo c’è poco da stupirsi: quale altra nazione al mondo può dare i natali tanto a Francesco Baracca quanto a Francesco Schettino?
    Sono le due facce della nostra patria, ma non per questo dovremmo rassegnarci a mettere in mostra solo la peggiore, perché quella migliore può risplendere di una luce tanto forte da essere quasi accecante.

  • Non ricordare il 4 novembre gli oltre 700.000 morti italiani e vittoriosi,gente che ha dato la vita per sperare in un futuro di libertà e farlo passare solamente per “la festa delle forze armate” e basta è un gravissimo oltraggio ali nostri avi.Le nuove generazioni non sanno e non sapranno mai che cosa sia veramente successo il 4 novembre e crede che sia solamente una ricorrenza come le altre.Schiumo rabbia a leggere i manifesti generalisti che si trovano attaccati ai muri delle città (di quelle che se se sono ricordate) senza dare un minimo di omaggio ai caduti italiani per prima e non pronunciare in nessuna parte del maifesto stesso la parola VITTORIA. Fanno schifo e ribrezzo tutti.L’italia come paese non esiste ormai più da tempo.

  • La ricorrenza è importantissima e veramente solenne, ma chi volete che la possa capire…

    Nell’Esercito però c’è più o meno un ufficiale o sottufficiale ogni 1,7 soldati.

    Da decenni è solo un ente assistenziale che ruba risorse alle cose utili: per me non merita più troppo rispetto.

  • Mi conferma quindi, riconoscendo che l’amnistia non sarebbe la soluzione al problema, che “il catechista che votava Pannella” degli Offlaga Disco Pax http://www.youtube.com/watch?v=LUI22cBa418 è un personaggio di fantasia.
    Battute a parte, non voglio rincarare troppo la dose, ma concordo che in questa Italia tutta “chiacchiere e distintivo” il ritornello di ogni giorno è che siamo in una fase emergenziale e che si dovrebbero prendere provvedimenti e chi di dovere non fa il suo dovere

  • In un paese in cui si espone la bandiera al balcone di casa solo quando gioca la nazionale di calcio come si può parlare di orgoglio nazionale e pensare di far sentire la propria voce in Europa con convinzione? Non sappiamo neanche chi siamo e quando crediamo di saperlo ci diamo solo addosso masochisticamente ricordando che siamo ultimi anche nelle classifiche degli appiccicatori di francobolli.
    In compenso ci vantiamo di essere bravissimi nella nobile arte dell’emissione rumorosa dalla bocca di gas gastroesofageo in competizioni che tutti ci invidiano come il “Ruttosound”.
    Complimenti, andiamo avanti così.