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11 Settembre, il Natale dei complottisti

Cioè, che storia. Era un attentato falso. L’hanno fatto apposta per vedere la gente se béccava; inizialmente doveva essere uno scherzone, tipo Candid Camera, di quelli che ti viene un infarto secco ma se nessuno ti cita in giudizio si ride davvero tanto. Poi si sono detti: ma perché non ci inventiamo un modo per tirare un po’ su il PIL degli armamenti, che nel dopo-Vietnam è altamente depresso? Perché sapete, non è che i soli nazisti dell’Illinois e i gruppi di matti scissionisti da soli possono tenere in piedi un’industria, eh. Da quando Schwarzenegger s’è buttato in politica, i mortaretti giacciono sugli scaffali. E allora, via: prendiamo uno, no, due, tre aerei e tiriamoli contro qualcosa di visibile, di molto telegenico. Però è per finta, eh. Anzi, dicono che le torri non fossero nemmeno gemelle, pensa un po’.

L’11 settembre, in fondo, è un po’ il Natale dei Complottisti. Una data che si fa ricordare con facilità, dato il martellamento mediatico seguito a un episodio incredibilmente scioccante; la guerra portata in casa agli americani era qualcosa di cui si era parlato già in qualche film di fantascienza, ma sempre con la licenza poetica a favore. Eppure, nonostante la chiarezza incontrovertibile delle immagini, nonostante l’evidenza – mostrata impietosamente da migliaia di scatti, di fotogrammi, di storie di sopravvissuti e di non così fortunati – della concretezza del dramma, sull’argomento ci sono forse più ipotesi di complotto che non dati ufficiali; segno che la dimensione immaginaria è molto, ma molto più interessante di quella concreta e reale. Comprensibile, da un lato: in fondo, non sono i fatti ad impattare sulle nostre coscienze, quanto le emozioni che essi suscitano in noi. Ed è così che il mondo reale si fa allora favola, narrazione continua; e ciascuno la racconta, e se la racconta, un po’ come vuole e come riesce, si tratti dell’assassinio di Kennedy, dell’avvelenamento di Papa Luciani o del finto allunaggio del ’69 (questa è vera: fu girato a Cinecittà per risparmiare sulle comparse e sui fondali, i dintorni romani sono un paesaggio lunare). Poco importa allora che sia realmente o meno avvenuto un attentato su suolo americano, che ci siano stati dei morti, che in seguito all’episodio il modo stesso di concepire i rapporti internazionali e molto altro sia cambiato per sempre: è l’immaginario che prende vita, prima nella narrazione di chi c’era, poi specialmente di chi non c’era, e alla fine in quella che cerca quel minuto al sole pure lui e ne racconta come canterebbe Bennato di un falso incidente.

Via libera allora agli esperti di disinformazione dell’ultimo minuto, gente che fino a ieri non si riteneva in grado di leggere le istruzioni per cuocere la pasta e ora maneggia dossier segreti sovietici, traduce in presa diretta da gracchianti intercettazioni telefoniche in oscuri dialetti arabi (a volte, se ascolta al contrario, si sentono chiaramente i testi dei Led Zeppelin) e conosce tutti i retroscena di tutti i personaggi pubblici e politici, e anche i cazzi di tre quattrocento sconosciuti sui quali scommette che diventeranno famosi, non si può mai sapere. Potenza poi del Web che tutto amplifica: i complottisti, da nicchia che erano, sono divenuti mainstream, e oggi uno che voglia andare davvero controcorrente finisce col dichiarare addirittura che le notizie andrebbero vagliate e sottoposte a verifica, prima di pubblicarle o condividerle. Pensate, che cosa incredibile.

E’ così che si finisce a parlare di terremoti causati dalle trivellazioni, o da armi satellitari pilotate da gente pelata che accarezza un gatto bianco, o dal troppo caldo; che si disquisisce se il senso di un bambino morto venga meno se è stato spostato dagli scogli alla spiaggia con evidente intento di massimo effetto fotogenico, che la Crisi sia pensata a tavolino dagli invitati all’albergo Bilderberg, uno dei pochi che la crisi non la patisce, o che gli alligatori bianchi vivano nelle fogne niuiorchesi. Sia chiaro: gli americani in materia hanno una esperienza quasi centenaria in questa modalità del fare idiozia. Sono diventate celebri le proto leggende metropolitane relative al burro che scarseggiava perché se lo accaparravano i russi per lubrificare i fucili o al caffè gettato nelle acque del porto, e simili; vere e proprie invenzioni da bar che prendevano vita e divampavano come fuoco nella steppa.

A nulla valevano gli sforzi del Governo di contrastarle a suon di trasmissioni radiofoniche e di conferenze e di rubriche sui giornali; si era allora a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, e gli americani imparavano di essere la nazione più credulona del mondo, con o senza LSD sparso nelle tubature dell’acqua (vero). Oggi, la voglia di fare complottismo non conosce più confini né barriere, e la si può soddisfare, come fruitori o come produttori, con un minimo di fatica grazie a Social Networks e compagnia briscola. Tutta creatività che potrebbe essere meglio indirizzata a risolvere problemi veri, quali il tirare l’ora della pausa pranzo in ufficio, invece di essere preposta alla minuziosa dissertazione di ogni e qualsivoglia articolo di cronaca che apparentemente si presti allo scopo.

Il risultato, paradossale, è che a furia di parlare dei drammi veri in chiave critica, solutiva o, dio ce ne scampi, meramente umana, si finisce coll’imbarcarsi in una miriade di sterili discussioni sui poteri forti occulti che governano il mondo, per arrivare ad ignorare in maniera pressoché completa le vere cause e le vere conseguenze dei fatti veri. Poco importa allora dei profughi, delle vedove, dei danni all’ecologia o delle conseguenze della disoccupazione; ci si lamenta un po’, si borbotta qualcosa in tono cospiratorio e poi via, tutti a casa a pubblicare le foto del nostro ultimo pasto. Ultimo fino al prossimo, beninteso.

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