I racconti del Viandante: il cibo dei Templari/2

I pellegrini del tempo, parlando della Terrasanta, la descrivevano come: “Una terra di frumento e d’orzo, di viti, di fichi e melograni, una terra d’olio, di olivi e di miele”. I Cavalieri Templari orientali consumavano legumi ed ortaggi come ceci, lenticchie, piselli, cetrioli, asparagi, carciofi, lattuga e fagioli. Dai fagioli prendeva nome il Castrum Fabae, la fortezza templare situata nella valle di Jezreel. Essi consumavano senape, aglio e cipolle, le famose cipolle palestinesi provenienti da Ascalona e che da questa località presero il nome, in italiano, di scalogno.In Oriente i Cavalieri Templari potevano portare in tavola una maggiore varietà di frutta di cui alcune varietà erano sconosciute in Occidente. L’uva serviva sia per la vinificazione sia come uva da tavola; si gustavano meloni e angurie, melograni, banane (chiamate dai pellegrini e crociati “pomi del paradiso”), il limone e l’arancia (dall’arabo “narange”), i datteri che si consumavano sia freschi che seccati in forme simili a focacce, così come i fichi, le albicocche e, in tempi di carestia, il carrubo che fu l’alimento base dell’esercito della terza crociata durante l’assedio di San Giovanni d’Acri (1191).In Occidente si producevano e mangiavano prevalentemente mele, pere, noci, nocciole e ciliegie. Poiché durante il periodo dell’Avvento (da Ognissanti a Natale, chiamato dai Cavalieri Templari “la piccola In Quaresima”) e nella Quaresima vera e propria i Cavalieri Templari abolivano la carne, fu necessario per l’ordine organizzarsi in modo da poter avere sempre del pesce disponibile. Per soddisfare tale necessità nei luoghi lontani dal mare, dai fiumi o dai laghi i Cavalieri Templari crearono delle peschiere e dettero vita alla piscicoltura. Anche il pesce, affumicato o conservato sotto sale, faceva parte dell’alimentazione templare.E’ certo che il sistema alimentare adottato dall’Ordine in Oriente ed esteso a tutte le case europee, fu ben equilibrato e soddisfacente, infatti i Cavalieri Templari furono, in genere, molto longevi e i sopravvissuti alle battaglie e alle gravi malattie orientali raggiunsero quasi tutti gli ottant’anni, il doppio di quanto mediamente viveva un uomo nel medioevo.La storia del mondo medievale e delle sue caratteristiche si riscopre non solo attraverso la narrazione delle battaglie o delle gesta di principi e guerrieri, ma anche dagli aspetti più semplici della sua quotidianità quale era, appunto, quanto si serviva e si gustava in tavola.In considerazione del vantaggio fisico, quanto per la salvezza delle loro anime. Per quanto riguarda quei fratelli che si sono diretti oltremare per condividere il viaggio, disponiamo che essi possano essere accolti nell’Ordine, nel caso in cui avessero deciso di unirsi alla nostra missione, a queste condizioni: ci si presenti congiuntamente al Vescovo di quelladeterminata provincia e il presule ascolti la volontà del richiedente. Sentita la richiesta, il fratello mandi il richiedente dal Maestro e dai fratelli che sono nel tempio che si trova in Gerusalemme. E se la vita di costui è onesta e degna di partecipare, sia accolto con misericordia, se ciò sembra bene al Maestro e ai fratelli. E nel frattempo, se gli eventi lo richiedessero, si condividano con lui la grazia e la fraternità dei Poveri Compagni di Cristo, nel lavoro e nella fatica, come se si fosse già uno dei fratelli.
Queste prescrizioni consentono di comprendere quanto fosse rigido il loro regime alimentare. Si tratta, peraltro, di un aspetto riscontrabile anche presso altre comunità religiose. Per esempio, presso i monaci inglesi del XIII secolo si usa mangiare (oltre alla verdura e ai legumi) pane scuro, pesce affumicato e birra scura durante la settimana, mentre nei giorni festivi o in occasione di particolari ricorrenze la dieta diventava più “ricca”, arrivando a comprendere pane bianco, carne e vino. Precetti, dunque, non particolarmente diversi da quelli che devono osservare i Templari, se non forse, per quanto concerneva la quantità di birra e vino concessa! A proposito del vino, la Regola non fornisce chiare indicazioni su quanto ne venga bevuto o, per lo meno, su quale sia la misura concessa, ma vero è che l’ubriachezza nell’Ordine non venne tollerata ed era anzi punita molto severamente, anche con l’espulsione (“…e se un fratello e’ abituato a bere tanto da diventare ubriaco e non vuole correggersene, bisogna punire la sua colpa…”). Il vino (utile e sano, impiegato anche per le funzioni religiose) era bevuto naturale o, com’era consuetudine, aromatizzato con anice o con rosmarino, oppure ancora bollito e speziato con cannella e chiodi di garofano, dolcificato con il miele ma anche con la canna da zucchero delle loro piantagioni in oriente. Dalla documentazione che registra i possedimenti e le terre di cui disponevano i Templari in Oriente emerge che tra questi vi erano numerosi vigneti. Va in ogni caso precisato che non sempre coltivavano direttamente le vigne di cui disponevano, poiché infatti esse quando si estendevano su vasti appezzamenti di terreno venivano in parte affidate alle cure dei contadini locali. Per contro, quando le condizioni lo permettevano si procedeva ad accorpare più vigneti confinanti per ottenere fondi che consentissero di ricavare una maggiore resa d’uva e quindi di vino. Ogni precettoria, come detto, perseguiva l’obiettivo dell’autosufficienza e quasi dappertutto si cercava di produrre vino. In mancanza, pur di mantenere tale autonomia, le precettorie si dedicavano alla produzione di altre bevande, come accadeva nella struttura inglese di Cowton dove esisteva un apposito locale per la preparazione della birra, più diffusa presso gli insediamenti del nord Europa in quanto ubicati in zone caratterizzate da condizioni climatiche che rendevano più complessa la produzione di vino. Proprio le diverse situazioni ambientali determinarono le differenze più rilevanti nei regimi alimentari riscontrabili presso le precettorie occidentali e orientali. Nelle prime si allevava il maiale (l’animale per eccellenza), del quale si sfruttavano tutte le parti e il cui lardo, salato e conservato, veniva utilizzato come principale condimento ove l’olio di oliva non era presente. Non mancavano inoltre (soprattutto nelle zone più aride e dai pascoli meno rigogliosi) pecore e capre, che fornivano carne e latte. Dagli animali da cortile, galline ed oche, si ottenevano carne e uova. Il latte, non consumato fresco, era lavorato per ricavarne formaggi che i Templari in parte utilizzavano per i loro pasti e in parte vendevano. Il pane mangiato nelle precettorie occidentali era di due tipi: quello quotidiano (chiamato “pane bigio”, prodotto con farina di grano e segale o altri cereali, che lo rendevano scuro) e quello della festa (detto “pane bianco” in quanto impastato appunto con la sola farina di grano). In Palestina, invece, si aveva una grande produzione di frumento sicché il pane era preparato esclusivamente con farina bianca. Esso veniva confezionato sia in forme lievitate (pani) sia ad uso di focacce schiacciate (pitte). In Terrasanta, inoltre, non si consumava il maiale bensì il montone, la pecora, la capra e gli animali da cortile. Gli estesi uliveti consentivano di produrre olio in quantità, si consumavano anche legumi ed ortaggi come ceci, lenticchie, piselli, cetrioli, asparagi, carciofi, cipolle, lattuga e fagioli (a tal proposito è assai interessante notare come proprio dal termine faba, ossia “fava”, derivi il nome “Castrum Fabae” con cui si indica la fortezza templare situata nella valle di Jezreel). Abbondante era, poi, la frutta, presente in maggior varietà in Terra Santa (arance, limoni, meloni, melograni, angurie, …) rispetto a quanto accadeva in Occidente dove prevalevano mele, pere, noci, nocciole e ciliegie. Poiché durante il periodo dell’Avvento e nella Quaresima non era permesso il consumo della carne, l’Ordine dovette organizzarsi in modo da poter avere a disposizione una sufficiente quantità di pesce. Per soddisfare tale necessità nel luoghi lontani dal mare, dai fiumi o dai laghi approntarono diverse peschiere e dettero vita ad una vera e propria attività dipiscicoltura, da cui essi ottenevano prodotti destinati ad essere consumati freschi o ad essere affumicati. Durante i viaggi o le escursioni lontano dalla casa madre i Templari solevano innalzare una serie di tende intorno a quelle che fungevano da cappella, da comando e da dispensa. Quando il banditore annunciava la “consegna”, cioè la distribuzione dei viveri, ogni cavaliere indossava il mantello per poi recarsi, lentamente e silenziosamente, alla tenda della dispensa. Il cibo veniva quindi distribuito in parti uguali e la regola raccomandava al vivandiere di non servire bocconi dello stesso tipo (ad esempio due spalle o due cosce) ma di variare i pezzi perché ognuno ne potesse trarre il giusto gradimento.
Malati e feriti godevano di un regime privilegiato e la loro razione (sia di cibi che di bevande) era superiore di un terzo rispetto a quella consueta. In genere ogni cavaliere, ricevuta la propria porzione, ritornava alla propria tenda per preparare il pasto con gli scudieri. Dalle bisacce venivano tratte le suppellettili da campo, che consistevano in un paiolo, un grosso coltello e alcuni recipienti; ciascun monaco, inoltre, aveva le proprie posate. I membri dell’ordine potevano mangiare esclusivamente i cibi distribuiti dal vivandiere, ai quali si potevano aggiungere solo pesce catturato con la rete o selvaggina presa in trappola (non, dunque, cacciata, essendo l’attività venatoria vietata dalla regola). Se poi un laico o un pellegrino avessero donato cibo, questo avrebbe dovuto essere presentato al comandante, che a sua volta l’avrebbe restituito cortesemente agli offerenti, salvo casi d’estremo bisogno. Insomma, un sistema equilibrato e soddisfacente adottato dall’Ordine in Oriente ed esteso a tutte le case europee.

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